La ruota dei criceti

Criceti: otto racconti sul tema del lavoro senza la retorica che in genere lo accompagna. Lettura avvincente e interessante che sa di quotidianità; pagine che trasudano di labor, fatica soprattutto psicologica, irradiano qualche sprazzo di Labh- (da cui il greco antico λαμβάνω, lambánō) raggiungimento, presa, conquista di un risultato. Narrazioni lontane da dati, percentuali, grafici tracciati o slogan urlati che dipingono da anni e anni «un paese che non riparte», scandiscono ricorrenti imperativi «dare valore al lavoro», «investire», «abbattere precarietà», «contrastare il lavoro nero». Nel tempo i volti e gli analisti sono cambiati, seppur con molta calma. Le parole, invece, si presentano sempre uguali a se stesse.

Le testimonianze di vita lavorativa, che poco importa sapere se siano vere poiché in narrativa ciò che conta è il loro essere verosimili, gravitano tutte attorno a due punti cardine: il lavoro come difficoltà, da un lato, e come spinta alla consapevolezza di sé e della propria utilità nella sfera sociale, dall’altro. Che svolgano un mestiere più o meno soddisfacente, l’abbiano perso o lo stiano cercando, tutti i protagonisti desiderano dimostrare la capacità di fare qualcosa apprezzato da altri e da se stessi. Esiste una dignità del lavoro reclamata, spesso tuttavia calpestata nelle aspettative deluse e la cui difesa può trascinare all’abbandono.

Lo sa bene Gavino Marras nel suo e la chiamano estate. La piacevolezza di un’attività a contatto con i bambini – pur con alcuni problemi che si sommano ai «cinque euro l’ora» per «sei ore al giorno» – è inficiata da negligenze e mancanza di professionalità: colleghi impreparati, coordinatori che non coordinano, organizzazione che non sa organizzare. La voce critica all’interno infastidisce ed è perciò isolata da una comunità che si attribuisce in seguito meriti non suoi, vigliaccamente rubati proprio all’elemento di disturbo. L’opportunismo è di casa in certi ambienti di lavoro simili a un serraglio in cui ci si divora e si lotta per la sopravvivenza, molto distanti dall’immagine idilliaca di un luogo che, per definizione, dovrebbe valorizzare la persona e migliorare il mondo.

Tiziana Mantovani è un’esperta di queste dinamiche. Lavora sul lavoro, ossia nell’ambito delle human resources – dove credete di andare se non piazzate qua e là qualche espressione inglese? Fa chic, è cool… e io sono una persona che… Sceglie chi può fare cosa e cosa può andare bene a chi. Conosce quindi molto bene l’universo di bisogni e necessità. Lo descrive con dovizia di dettagli, con una punta d’ironia che protegge lei, donna, dalla diffidenza maschile e le impedisce di livellarsi alla generale mancanza di poesia.

Solidarietà femminile quindi nella realtà lavorativa? E quando mai!
Si chieda a Chiara di Regina Re. Illusa dal capo donna e vittima della sua gelosia, ha sulle spalle la mazzata di un contratto non rinnovato dopo la maternità a beneficio di una collega meno titolata e capace di lei ma più abile, o succube, nell’adeguarsi al compromesso dominante. Un report amaro, dal finale tutto da vivere emotivamente in un «jeu, le dernier jour».
Si chieda ancora alla pendolare di Katia Mazzone e al gruppo di colleghe inviate in una trasferta inutile per un corso di formazione improduttivo. Le donne sono solo segretarie da gossip e chiacchiere da salotto o scompartimento ferroviario? Petula sembra confermare l’ipotesi nonostante il ruolo da dirigente. Le altre la compatiscono e sopportano, le prese di posizione chiare sono sconsigliabili anche lontano dalle mura di un ufficio, la sincerità non paga oppure può costare davvero cara.

Contesti e frangenti molto veri, non sempre scelti, poiché il lavoro è un’esigenza che mette talora nella condizione di dover perdere comunque qualcosa, trasformandosi in triste necessità.
«I sogni non si mangiano» scrive Andrea Finottis. Il suo Andrea è in cerca di lavoro, anzi deve inventarsi un lavoro. Con cura e meticolosità, segue il copione dei consigli e sceglie tra le «opzioni imposte». Il lavoro sarebbe quindi inconciliabile con l’idea di libertà? Eppure – recitano i trattati di sociologia – è la struttura portante dei rapporti interpersonali, determina la trasformazione del tessuto sociale, dà sostanza all’esistere, permette all’individuo di avere stima di sé, di essere responsabile. Andrea ha detto dei «no», grido di affermazione in questo caso, ed è ancora alla ricerca della sua «grotta adatta», efficace metafora di un’occupazione in armonia con le attitudini della persona.

Sentirsi un semplice ingranaggio della macchina sociale non è certo una buona base di partenza. La rassegnazione è garantita.
Il dipendente pubblico di Alfredo Bruni, nella sua «cella di lavoro», respira l’odore dell’ignavia e vive la piatta routine che spegne anche la minima velleità d’iniziativa personale. Ogni giorno uguale all’altro, da quarant’anni. Quando lavorare coincide con il tirare a campare e la mancanza di passione, perché sarebbe inutile, è solo labor e poco lambánō. L’essenziale è portare a casa la pagnotta. Efficace, pratico ma umiliante.

Come avvilente è sentirsi ripetere «io ti pago e tu non devi sbagliare» o «alza il culo dalla sedia e portami le fotocopie», ordini ai quali Lucia di Maria Teresa Barreca risponde con lo zelo dell’esecuzione. Il lavoro è un rapporto di reciprocità e Lucia ci crede. Nel suo Ora et labora quotidiano mette sentimento e abnegazione, lo vive come un «rapporto amoroso» che purtroppo si rivela sbilanciato. Seguono tradimento subìto, appostamenti, gusto della vendetta e senso di liberazione indossando un «nuovo paio di scarpe». Troppa merda sotto la suola delle vecchie. Occorre camminare da soli e su basi solide se si vuole sopravvivere e, nel migliore dei casi, ottenere un risultato.

Difficile, talora quasi impossibile. Arduo uscire da un circolo vizioso per il «tizio… giacca, cravatta e valigetta” di Luca Oggero. L’apparenza professionale è la maschera sociale del ricatto. «In otto anni mi hanno rinnovato il contratto sei volte e sono a termine ancora adesso. Mi tengono per i coglioni.» Come per Lucia, anche il suo è un vincolo impari. Accanto a lui, «un giubbotto di jeans…», metafora di un lavoro/non lavoro. Se hai bisogno, il denaro te lo procuri borseggiando. Non è la mise a stabilire chi è dentro il sistema o vive alle sue spalle. Sul palco del teatrino sociale, ognuno ha un ruolo, segue un copione. Agli attori a soggetto, si fatica a concedere qualche euro.

La raccolta Criceti è formata da otto storie che, indipendentemente dall’epilogo, sono otto “celle di lavoro” con punti luce diversi, tutti comunque a direzione centrifuga: la prospettiva intima e personale s’irradia verso l’esterno e rende possibile un’analisi più generale. Il caso si fa emblema, il concreto evolve in concetto.
Accanto a chi rinuncia, o ne è costretto, anche chi ce la fa deve perdere qualcosa: per esempio, a Lucia è stata rubata la fiducia nella nobiltà del lavoro, Tiziana ha imparato a coltivare lo scetticismo nei confronti delle dichiarazioni altrui, la pendolare di Katia si è abituata a guardare la realtà lavorativa circostante «tra le ciglia socchiuse», l’impiegato di Alfredo a non dare un volto alla comunità che un servizio pubblico dovrebbe servire. Il quadro complessivo che ne emerge non è dei più edificanti. Proseguendo nella lettura, l’ho accompagnata con il ricordo della dialettica hegeliana tra signore e servo che, nella Fenomenologia dello Spirito, è lotta per la sopravvivenza e determinazione dell’“autocoscienza”. Il signore fonda il suo “essere indipendente” sull’“essere dipendente” del servo il cui lavoro soddisfa i suoi bisogni e appetiti. Il signore s’impone sul servo, ma dipende anche da quanto questi produce e il servo si accorge di essergli necessario. Due autocoscienze che si affermano attraverso l’altra: il signore si determina attraverso il servo e viceversa. Un capovolgimento di ruoli che può durare in eterno, una ruota che gira senza fine con, a turno, nuovi signori e nuovi servi. Come quella dei criceti, titolo azzeccatissimo a mio avviso.

Chiudo il libro e mi frulla in testa una domanda sospesa. Se la ruota si fermasse, finisse l’illusione del correre e sempre correre senza andare da alcuna parte, sarebbe attuabile oggi l’ipotesi di una realizzazione libera e indipendente di sé, ognuno nella propria creatività attiva?