Leggere è ri-creare

Ci sono giorni, o momenti della vita, particolarmente fecondi d’incontri gratificanti.
Stupenda sensazione!

La scorsa settimana, in ben tre occasioni, mi è capitato di ragionare del rapporto scrittura/lettura, scrittore/lettore proprio con gli autori stessi delle opere che avevo letto: due romanzi e una poesia.

Tendo a essere molto analitica davanti a un testo: mi è del tutto naturale decodificare, isolare mentalmente espressioni particolari, verbi, aggettivi, sostantivi che risaltano ai miei occhi per la loro pregnanza, individuare figure retoriche.
Sottolineo le parole con il pensiero; il più delle volte le pronuncio con la mente, do loro un’intonazione in base al contesto come se davanti a me non ci fosse una pagina stampata bensì il palcoscenico di un teatro.
Fortunatamente è scientificamente provato che abbiamo un assistente vocale interno, altrimenti mi preoccuperei!
Inoltre, spesso annoto sul famoso piccolo Moleskine che porto sempre con me … e formulo le mie osservazioni, quasi “metaracconti” o “metanarrazioni” come le ha definite uno dei miei tre interlocutori, dichiarando che vedevano oltre le sue intenzioni. “Ma l’opera è l’opera e le mie intenzioni valgono nulla”.

Un paio di giorni prima, mi trovavo a Milano in piacevole compagnia di un altro scrittore, seduta accanto a lui al tavolino di un bar a gustare un caffè.
Stessa osservazione.
Uno degli argomenti della tranquilla chiacchierata era il suo romanzo, in particolare il capitolo conclusivo. Tra una parola e l’altra, ho buttato lì, quasi en passant, un’idea cui l’autore stesso non aveva minimamente pensato e che gli stava fornendo, a detta sua, una chiave di lettura nuova.

Mi sono posta tuttavia una domanda: se vedo oltre gli obiettivi e intendimenti di chi ha creato questa o quell’opera letteraria, sto leggendo in modo adeguato? Da lettrice, sto sbagliando qualcosa? Sto attribuendo ad altri ciò che, in realtà, è una proiezione di me?
Mi è venuta in soccorso l’amica poetessa alla quale ho espresso i miei dubbi: “Non credo nelle interpretazioni corrette delle poesie” mi ha risposto “Una poesia significa qualsiasi cosa ciascun lettore riesce a leggervi”.

Ora, non è che si possa far dire a uno scrittore, romanziere o poeta che sia, tutto e il contrario di tutto … per questo ci sono già i critici!! (lo affermo con ironia …)
Quindi escludo l’avvallo di interpretazioni fantasiose e devianti, le famose “cantonate” perché scrivere e leggere sono attività serie, a mio avviso per nulla separate l’una dall’altra.

Le conversazioni che ho sinteticamente riferito mi hanno fatto pensare ai versi di Paul Valéry incisi su uno dei frontoni del Palais de Chaillot a Parigi

Palais de Chaillot - Paris

Palais de Chaillot – Paris

Il dépend de celui qui passe
Que je sois tombe ou trésor,
Que je parle ou me taise.
Cela ne tient qu’à toi,
Ami, n’entre pas sans désir.

Dipende da colui che passa
Che io sia tomba o tesoro,
Che io parli o taccia.
Non spetta che a te,
Amico, non entrare senza desiderio.

Il testo allude sicuramente ai musei ospitati all’interno di questo palazzo che si affaccia sull’Esplanade del Trocadéro antistante Les Champs de Mars con l’imponente Tour Eiffel.

Esplanade du Trocadéro. Tour Eiffel

Esplanade du Trocadéro. Tour Eiffel

Ma può anche essere ragionevolmente riferito al rapporto tra il lettore e un libro.
Un’opera letteraria non è scritta unilateralmente dal suo autore, e ne sono profondamente convinta; da sola non vive, aspetta un ipotetico lettore che le dia un’esistenza, che la trasformi da tomba in tesoro.

Le parole di Valéry confermano che leggere non è un’attività puramente passiva e che esiste un rapporto di mutua creazione tra scrittura e lettura. Se un libro parla dipende da un lettore attento e desideroso di dargli voce. Le parole, le idee rimarrebbero “lettera morta” se non fossero animate da un dialogo ideale tra chi scrive e chi legge, da quell’operazione di “ri-creazione” che è la lettura.
Come se un racconto o un sonetto, ad esempio, continuassero il loro destino nella mente di un essere vivente diventando loro stessi una cosa viva.

È la ragione per la quale penso alla lettura come a un modo per fermare il Tempo : il Tempo trascina con sé tutto, infanzia, giovinezza, amori, problemi, corpi … ma l’opera d’arte che subentra a questi fattori umani, utilizzandoli, ne ribalta la percezione e la nozione arricchendosi di una possibilità di espansione temporale pressoché infinita e indefinita.

Da quanti secoli leggiamo Dante? E per quanti ancora continueremo a farlo? Quante generazioni di lettori, diverse tra loro, hanno fatto “vivere” e “parlare” La Divina Commedia e quante altre nel futuro lo faranno ancora?