Bonjour tendresse

 

L’individuo odierno – almeno nella sua versione ideale, condivisa dalla burocrazia e dal marketing – non fa una buona propaganda alla tenerezza. La include fra i suoi consumi privati, ma diffida dal considerarla una risorsa pubblica. Il vincente, l’uomo di successo, la donna in carriera devono guardarsene con cura. La tenerezza è una debolezza imperdonabile: meglio prevenire. I bambini vanno addestrati fin da piccoli a farsi valere, tenendo a freno altruismo e compassione. Là dove la tenerezza sconfina nella vulnerabilità e mette a rischio l’ego, essa rappresenta persino un pericolo. Pur sempre associata a sentimenti benevoli e umanizzanti, in questo momento storico, la tenerezza appare del tutto priva di gloria e di intensità.

La tenerezza è decisione contro la prepotenza che vuole ridurci a macchine desideranti, senza compassione per l’intimità – delle persone e delle cose – di cui abbiamo bisogno. Questa intimità è il godimento di ciò che, nelle persone e nelle cose, non si può comprare né vendere. Di ciò che, della vita, non si può produrre e non si può consumare, perché vive del suo stesso dono, si alimenta del suo stesso riconoscimento, vive della nostra stessa vulnerabilità, pacificata dal rispetto che le è accordato e dalla delicatezza con cui è ospitata. Bisognerà imparare a guardare di nuovo anche eros con questa tenerezza, rimuovendo ogni suo delirio di onnipotenza. La tenerezza gli restituirà l’emozionante levità del dio delle piccole cose, sottraendolo alla possessione insaziabile della dismisura, che lo annienta.

da Tenerezza La rivoluzione del potere gentile di Isabella Guanzini, Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore, Milano 2017. Libro di una teologa cattolica pervaso da un’intensa morale laica. Leggerlo può solo fare bene.

La tenerezza ha i colori della concretezza. Non piange lacrime di comoda sensibilità a un dramma lontano, è l’abbraccio a un malessere vicino, un conta-su-di -me, un io-ci-sono -sempre.

La tenerezza ha lo smalto della fermezza. Non adula né lusinga, non spaccia parole di affetto, non smercia effusioni, è sostegno franco e onesto nei consigli.

La tenerezza ha le tinte della pacatezza. Non urla, non s’irrigidisce su questioni di principio, possiede il dubbio nelle viscere e se ne nutre.

La tenerezza ha le sfumature della compostezza. Non è rigida osservanza, non draconiana inflessibilità, è equilibrio morbido e avvolgente, sintesi e punto d’incontro.

La tenerezza ha i riflessi della mitezza. Allo spavaldo non-hai-capito preferisce il modesto mi-sono-spiegato-male.

La tenerezza ha la luce della dolcezza. Non è leziosa attenzione, è misura nell’agire, calore dell’essenziale.

La tenerezza è antidoto a cinismo ed egoismo, a esteriore romanticismo, a indifferenza e violenza anche dei silenzi, a reazioni smodate e incontrollate.

La tenerezza è forma che si fa sostanza, stile di vita, forza gentile e virtù civile cui addestrare l’anima per non limitarsi a sopravvivere.

 

 

 

#Ioleggoperché

post it ioleggoperché

Giorni fa, ho postato questa citazione sul wall di #ioleggoperché , iniziativa che da mesi coinvolge sul web e i Social numerosi lettori in vista di oggi 23 Aprile, Giornata Mondiale del Libro.
Per l’occasione Samuele Bersani e Pacifico hanno composto una canzone Le storie che non conosci, diventata la colonna sonora di un progetto che ha davvero raggiunto un numero importante di adesioni.

Ho personalmente constatato la partecipazione entusiastica su Twitter anche con un certo stupore e un senso di piacevole sorpresa a fronte di statistiche non certo lusinghiere relativamente alla lettura.
E, a conclusione di un’esperienza gratificante di condivisione, qualche riflessione sul rapporto tra il libro e me: il mio #ioleggoperché.

Non cerco informazioni in un romanzo, tanto meno in una poesia – in cui si manifesta una tensione interiore che il poeta ha vissuto forse solo per qualche istante – e nei libri in genere, a meno che non scelga un trattato di Storia o un saggio di critica letteraria. Ma in questo caso si tratta di studio e non di lettura e, personalmente, li distinguo in modo netto.

Il libro è come una lanterna magica che non si ferma? cantano alternativamente Pacifico e Samuele Bersani. Leggiamo per conoscerci meglio? Per ritrovare in quelle pagine che sfogliamo – o sullo schermo di un tablet – una parte di noi, una conferma di ciò che siamo, la scoperta di angoli ancora inesplorati della nostra mente e della nostra anima? Le parole scritte illuminano ciò che in noi è ancora in ombra?

“Quando legge, ogni lettore è lettore di se stesso. L’opera dello scrittore è solo una lente che egli offre al lettore per permettergli di capire ciò che, senza quel libro, non avrebbe mai intuito di sé.” (Proust, Il tempo Ritrovato, Alla Ricerca del Tempo Perduto)

Per alcuni artisti, certi incontri si sono rivelati fondamentali per la loro vocazione: quello reale tra Svevo e Joyce, ma anche Baudelaire lettore di E. A. Poe, come Mallarmé di Baudelaire, Montale lettore e traduttore di T. S. Eliot…. l’elenco sarebbe lungo.
Che Proust abbia ragione? Io trovo il tempo per leggere con lo scopo di conoscere ciò che ancora non so di me attraverso altre vite? È una storia in cui tu ti specchi, come cantano ancora Samuele Bersani e Pacifico, che mi coinvolge emotivamente e vivo come se fosse mia o addirittura rivivo perché ha sfumature e contorni già noti?

Risponderei di sì a entrambe.
La lettura è un rapporto a due, intimo, ed è naturale sorridere, ridere, piangere, arrabbiarsi secondo le diverse sensibilità.
Il mio #ioleggoperché è tuttavia soprattutto una scoperta di sé che non significa, per me, sposare necessariamente la tesi del libro o sentirmi positivamente coinvolta nella storia raccontata.
La conoscenza di chi sono, di che cosa voglio si verifica anche attraverso la non condivisione dei contenuti che sto leggendo; anche, se non soprattutto: l’eccessivo coinvolgimento non richiede sforzo alcuno. Dov’è l’utilità?
Una sorta di distacco apre invece nuovi orizzonti o rende più solide le mie convinzioni. Il mi piace o non mi piace, quindi un giudizio su base esclusivamente emotiva, non è secondo me un valido criterio di valutazione per un testo.
Non lo è nemmeno nella vita.

Il libro non è solo uno strumento di analisi personale; è un’occasione per formarsi, per costruire la propria interiorità. In caso contrario, io lettore rischio di vedere nelle pagine scritte solo un riflesso di sentimenti già noti, di emozioni già vissute.
Perché Emma Bovary ¹ legge i romanzi di W. Scott e romantici in genere? Erano di moda all’epoca, e questa è una spiegazione; ma Emma li divora perché vi ritrova la sua inclinazione per il sogno a occhi aperti, per un mondo di castelli incantati e feste da ballo fiabesche, di cavalieri ed eroi.
Emma sceglie il libro; quanta gratificazione, invece, quando il libro sceglie me! Che relazione dinamica tra chi legge e ciò che è letto, essenziale per la crescita, la formazione, persino trasformazione del proprio io!
E, cantando insieme a Samuele Bersani e Pacifico, “umanizzo” il libro

riscoperto da qualcuno che non ti aspettavi
lo hai fatto uscire da un periodo nero
uscire fuori ancora intero

È raro che io interrompa la lettura di un testo, anche se talora è impegnativa o forse proprio perché lo è. Analogo motivo per cui ho spesso trovato il tempo per rileggere lo stesso romanzo: ogni volta un’occasione per un incontro, se non nuovo, senz’altro rinnovato. Perché le storie che non conosci (ma anche quelle che conosci, aggiungo) non sono mai di seconda mano, mi ricorda la calda voce di Francesco Guccini al termine del brano.

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¹ Gustave Flaubert, Emma Bovary, 1857

A proposito di libri …

“In argot francese leggere si dice ligoter che vuole anche dire incatenare.
Nel linguaggio figurato un grosso libro è un mattone.
Sciogliete quelle catene e il mattone diventerà una nuvola.” ¹

Questa è per me un’autentica dichiarazione d’amore che Daniel Pennac dedica AL LIBRO, qualunque libro, nel suo Comme un roman / Come un romanzo.
Ed è con questa bellissima frase che ringrazio Isabella (Isabella Scotti) di avere ricordato la mia passione per la lettura attraverso il Lovely Book Award.

Lovely bokk award

Il testo di Pennac è davvero un must per chi trasforma la lettura in una “piacevole regola” di vita. Con stile vivace e tono spesso ironico, un narratore divertente e divertito affronta senza pedanteria una questione seria come la scelta di quando, come, cosa e se leggere.

“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare” … il verbo “sognare” …
Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi!” “Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!”
“Sali in camera tua e leggi!”
Risultato?
Niente.
Si è addormentato sul libro.” ¹

È come se io scegliessi un libro facendomi influenzare dalle recensioni, che non vuol dire che non le legga anche prima di acquistarlo, non fosse altro per il gusto di sentenziare che quei giudizi non erano affatto attendibili, almeno per me.

“Care bibliotecarie, custodi del tempio, è una fortuna che tutti i titoli del mondo abbiano trovato il loro alveolo nella perfetta organizzazione delle vostre memorie (come potrei raccapezzarmi, senza di voi, io che ho una memoria che non vale un soldo?), è prodigioso che voi siate al corrente di tutti i soggetti ordinati nelle scaffalature che vi circondano … ma come sarebbe bello, anche, sentirvi raccontare i vostri romanzi preferiti ai visitatori smarriti nella foresta delle letture possibili … come sarebbe bello che faceste loro omaggio dei vostri migliori ricordi di lettura! Narratrici, siate –maghe– e i libri voleranno direttamente dagli scaffali alle mani del lettore.” ¹

Ecco, quando entro in libreria mi piacerebbe molto che la mia interlocutrice o il mio interlocutore non fossero semplici commessi addestrati a fornirmi lo scontrino, ma mi parlassero del libro che sto acquistando, mi mettessero a parte della loro opinione. Sentirei l’atmosfera di un luogo vivo …
Sono incontri rari. Mi ricordo solo di un negozietto di libri a Parigi vicino alla Sorbona e, più recentemente, di una libreria a Milano nei pressi della Stazione Centrale il cui (credo) proprietario è un vero esperto, un abile consigliere. In alcuni casi ha persino evitato di consultare l’archivio sul pc!
In caso contrario, è come acquistare libri on line: ugualmente impersonale, ma più comodo.

“Io spizzico, noi spizzichiamo, lasciamoli spizzicare.
È la libertà che ci concediamo di prendere un volume a caso nella nostra biblioteca, di aprirlo dove capita e di immergercisi un istante, proprio perché solo di quell’istante disponiamo. Alcuni libri si prestano meglio di altri allo spizzicare, fatti come sono di testi brevi e separati: le opere complete di Alphonse Allais o di Woody Allen, i racconti di Kafka o di Saki, i Papiers Collés di Georges Perros, il buon vecchio La Rochefoucault, e la maggior parte dei poeti …
Detto questo, si può benissimo aprire a casaccio Proust, Shakespeare o la Corrispondenza di Raymond Chandler e spizzicare qua e là, senza correre alcun rischio di rimanere delusi.
Quando non si ha né il tempo né i mezzi per concedersi una settimana a Venezia, perché negarsi il diritto di passarvi cinque minuti?” ¹

Anche a me capita di “spizzicare” … bellissimo farlo con le raccolte di poesie! Apro e trovo sempre quei versi che sembrano essere stati scritti per me in quel preciso istante!
Il mio “spizzicare” si traduce anche, in concreto, nel leggere più libri contemporaneamente, nell’acquistarne molti in una volta sola (il mio comodino sta assumendo la struttura di una piramide!) facendo la classica “scorta”.
Libri più brevi accatastati su tomi più corposi: il numero delle pagine non costituisce per me un fattore determinante nella scelta di un libro. Ho letto romanzi di poche pagine ma pesantissimi e altri voluminosi ma leggeri come piume.

“Per lui siamo diventati narratori. Dal primo sbocciare in lui del linguaggio abbiamo incominciato a raccontargli delle storie. Era un talento che ignoravamo di avere. Ma il suo piacere ci ispirava, la sua felicità ci dava le ali. Per lui abbiamo moltiplicato i personaggi, concatenato gli episodi, raffinato gli accorgimenti. Come il vecchio Tolkien con i suoi nipotini, gli abbiamo inventato un mondo. Al confine tra il giorno e la notte, siamo diventati il suo romanziere.
Se invece non abbiamo avuto questo talento, se gli abbiamo raccontato le storie degli altri, e anche piuttosto male, cercando le parole, storpiando i nomi propri, confondendo gli episodi, unendo l’inizio di un racconto con la fine di un altro, poco importa …E se anche non abbiamo raccontato affatto, se ci siamo limitati a leggere a voce alta, eravamo il suo romanziere, il narratore unico grazie al quale ogni sera lui si infilava nel pigiama del sogno prima di scomparire sotto le lenzuola della notte. O meglio, eravamo il Libro.” ¹

Ho imparato a leggere da bambina esattamente così: ascoltando, come questo figlio con i suoi genitori. Per me sono stati i racconti della mia nonna mentre ero con lei nel lettone per il sonnellino pomeridiano o le fiabe la sera dopo Carosello e prima di spegnere la luce della cameretta. Ho assimilato in tutta naturalezza l’idea che leggere è interiorizzare, il “silenzio dopo la lettura”.

Troviamo il tempo per leggere!

“Sì, ma a quale dei miei impegni rubare quest’ora di lettura quotidiana? Agli amici? Alla tivù? Agli spostamenti? Alle serate in famiglia? Ai compiti?
Dove trovare il tempo per leggere?
Grave problema.
Che non esiste.
Nel momento in cui mi pongo il problema del tempo per leggere, vuol dire che quel che manca è la voglia. Poiché, a ben vedere, nessuno ha mai tempo per leggere. Né i piccoli, né gli adolescenti, né i grandi. La vita è un perenne ostacolo alla lettura.
“Leggere? Vorrei tanto, ma il lavoro, i bambini, la casa, non ho più tempo …”
“Come la invidio, lei che ha tempo per leggere!”
E perché questa donna, che lavora, fa la spesa, si occupa dei bambini, guida la macchina, ama tre uomini, frequenta il dentista, trasloca la settimana prossima, trova tempo per leggere e quel casto scapolo che vive di rendita, no?”
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
È forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto dovere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare?
Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva.
La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere.
La questione non è di sapere se ho o non ho tempo per leggere (tempo che nessuno, d’altronde, mi darà), ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore.” ¹

Pennac

Anche questa volta ho “rivoluzionato” le regole del gioco/nomination.
Ne seguo diligentemente una sola e passo il testimone a

Fabiana Schianchi
L’angolino di Ale
La Bloggastorie
Ombreflessuose
Trame di pensieri

sicura che, se – e solo se – vorranno, sapranno trovare un modo originale e non scontato di condividere il loro personale rapporto con IL LIBRO.

¹ Come un romanzo di Daniel Pennac (Feltrinelli, Milano, 1993)
  Titolo originale Comme un roman (Gallimard, Paris, 1992)

Leggere è ri-creare

Ci sono giorni, o momenti della vita, particolarmente fecondi d’incontri gratificanti.
Stupenda sensazione!

La scorsa settimana, in ben tre occasioni, mi è capitato di ragionare del rapporto scrittura/lettura, scrittore/lettore proprio con gli autori stessi delle opere che avevo letto: due romanzi e una poesia.

Tendo a essere molto analitica davanti a un testo: mi è del tutto naturale decodificare, isolare mentalmente espressioni particolari, verbi, aggettivi, sostantivi che risaltano ai miei occhi per la loro pregnanza, individuare figure retoriche.
Sottolineo le parole con il pensiero; il più delle volte le pronuncio con la mente, do loro un’intonazione in base al contesto come se davanti a me non ci fosse una pagina stampata bensì il palcoscenico di un teatro.
Fortunatamente è scientificamente provato che abbiamo un assistente vocale interno, altrimenti mi preoccuperei!
Inoltre, spesso annoto sul famoso piccolo Moleskine che porto sempre con me … e formulo le mie osservazioni, quasi “metaracconti” o “metanarrazioni” come le ha definite uno dei miei tre interlocutori, dichiarando che vedevano oltre le sue intenzioni. “Ma l’opera è l’opera e le mie intenzioni valgono nulla”.

Un paio di giorni prima, mi trovavo a Milano in piacevole compagnia di un altro scrittore, seduta accanto a lui al tavolino di un bar a gustare un caffè.
Stessa osservazione.
Uno degli argomenti della tranquilla chiacchierata era il suo romanzo, in particolare il capitolo conclusivo. Tra una parola e l’altra, ho buttato lì, quasi en passant, un’idea cui l’autore stesso non aveva minimamente pensato e che gli stava fornendo, a detta sua, una chiave di lettura nuova.

Mi sono posta tuttavia una domanda: se vedo oltre gli obiettivi e intendimenti di chi ha creato questa o quell’opera letteraria, sto leggendo in modo adeguato? Da lettrice, sto sbagliando qualcosa? Sto attribuendo ad altri ciò che, in realtà, è una proiezione di me?
Mi è venuta in soccorso l’amica poetessa alla quale ho espresso i miei dubbi: “Non credo nelle interpretazioni corrette delle poesie” mi ha risposto “Una poesia significa qualsiasi cosa ciascun lettore riesce a leggervi”.

Ora, non è che si possa far dire a uno scrittore, romanziere o poeta che sia, tutto e il contrario di tutto … per questo ci sono già i critici!! (lo affermo con ironia …)
Quindi escludo l’avvallo di interpretazioni fantasiose e devianti, le famose “cantonate” perché scrivere e leggere sono attività serie, a mio avviso per nulla separate l’una dall’altra.

Le conversazioni che ho sinteticamente riferito mi hanno fatto pensare ai versi di Paul Valéry incisi su uno dei frontoni del Palais de Chaillot a Parigi

Palais de Chaillot - Paris

Palais de Chaillot – Paris

Il dépend de celui qui passe
Que je sois tombe ou trésor,
Que je parle ou me taise.
Cela ne tient qu’à toi,
Ami, n’entre pas sans désir.

Dipende da colui che passa
Che io sia tomba o tesoro,
Che io parli o taccia.
Non spetta che a te,
Amico, non entrare senza desiderio.

Il testo allude sicuramente ai musei ospitati all’interno di questo palazzo che si affaccia sull’Esplanade del Trocadéro antistante Les Champs de Mars con l’imponente Tour Eiffel.

Esplanade du Trocadéro. Tour Eiffel

Esplanade du Trocadéro. Tour Eiffel

Ma può anche essere ragionevolmente riferito al rapporto tra il lettore e un libro.
Un’opera letteraria non è scritta unilateralmente dal suo autore, e ne sono profondamente convinta; da sola non vive, aspetta un ipotetico lettore che le dia un’esistenza, che la trasformi da tomba in tesoro.

Le parole di Valéry confermano che leggere non è un’attività puramente passiva e che esiste un rapporto di mutua creazione tra scrittura e lettura. Se un libro parla dipende da un lettore attento e desideroso di dargli voce. Le parole, le idee rimarrebbero “lettera morta” se non fossero animate da un dialogo ideale tra chi scrive e chi legge, da quell’operazione di “ri-creazione” che è la lettura.
Come se un racconto o un sonetto, ad esempio, continuassero il loro destino nella mente di un essere vivente diventando loro stessi una cosa viva.

È la ragione per la quale penso alla lettura come a un modo per fermare il Tempo : il Tempo trascina con sé tutto, infanzia, giovinezza, amori, problemi, corpi … ma l’opera d’arte che subentra a questi fattori umani, utilizzandoli, ne ribalta la percezione e la nozione arricchendosi di una possibilità di espansione temporale pressoché infinita e indefinita.

Da quanti secoli leggiamo Dante? E per quanti ancora continueremo a farlo? Quante generazioni di lettori, diverse tra loro, hanno fatto “vivere” e “parlare” La Divina Commedia e quante altre nel futuro lo faranno ancora?

Sinergie

L E G G E R E

L E G G E R E

 

S C R I V E R E

S C R I V E R E

 

F O T O G R A F A R E

F O T O G R A F A R E

 

Azioni diverse ma stesso scopo  :  FERMARE IL TEMPO.