Il mondo che vorrei

7 gennaio 2015: Parigi, attentato jihadista alla sede di Charlie Hebdo. 12 le vittime.
9 gennaio 2015: Nigeria. In meno di una settimana gli integralisti islamici Boko Haram massacrano circa 2000 persone, ammazzate a colpi di arma da fuoco o con i machete. Anziani, donne, bambini, cristiani, musulmani.
10 gennaio 2015: mercato di Maiduguri (Borno, Nigeria). Una bambina-bomba salta in aria. Ha solo dieci anni. I Boko Haram scelgono un’innocente inconsapevole per un altro attentato. 20 le vittime.
11 gennaio 2015: ancora un mercato, a Potiskum, ancora Nigeria, ancora due bambine imbottite di esplosivo, ancora morti e feriti. Ancora i Boko Haram come registi.
Elenco che si starà forse allungando mentre scrivo.

Un’impressionante escalation di violenza in questi primi giorni dell’anno.
È impossibile non porsi domande; passata la reazione emotiva del momento, s’impone alle coscienze un’analisi seria e razionale.
La posta in gioco è alta.
L’Occidente si sente sotto tiro, leggo un po’ ovunque; si profila uno scontro di civiltà, si dice; s’intravede una crociata islamica “all’assalto della croce, all’insegna della mezzaluna” (Giuliano Ferrara, Il Foglio 7 gennaio 2015).
L’imponente manifestazione di domenica 11 gennaio a Parigi ha visto milioni di partecipanti e circa cinquanta tra capi di Stato e di Governo sfilare in corteo per le strade della capitale francese a difesa della libertà di espressione e contro il terrorismo.
È stato un fine settimana emotivamente molto intenso” mi ha riferito un’amica francese.

Parigi - Place de La République

Parigi – Place de La République

Contemporaneamente in altre città europee e del mondo le folle si sono riunite attorno allo slogan #JesuisCharlie.

Ho seguito in TV le immagini del fiume di persone che da Place de la République scorreva per i boulevards parigini fino a Place de la Nation e pensavo all’indubbio valore simbolico di gesti e parole ma, anche, al loro affievolirsi del giorno dopo e al probabile “nulla di fatto” delle settimane successive. Perché, diciamocelo in tutta franchezza, siamo bravissimi in discorsi e presenzialismi retorici, notevolmente meno nella concretizzazione dei propositi.

Ma davvero si può e si deve parlare solo di minaccia all’Occidente? Il problema non è forse più profondo, vasto, da indurre a una riflessione sulle dinamiche del mondo islamico al suo interno e solo in seguito sul suo rapporto con un’altra cultura? Com’è pensabile inserire l’integralismo di Boko Haram in una logica di scontro tra civiltà?

Domande, e tentativi di risposta che appartengono al mio modo di sentire.

Mi rifiuto di considerare la nostra civiltà superiore ad altre; mi sono anche stancata di leggere e sentire copia/incolla di riassunti, conoscenze da bigino, sintesi di letture a metà, stereotipi espressi da politici nostrani che cavalcano demagogicamente la situazione. Oggi, peraltro, basta “googlare” per saperne un po’ di più.

La nostra civiltà è diversa, e anche profondamente. La democrazia è l’opposto della teocrazia islamica e la prima è indubbiamente garanzia di diritti umani e civili.
Le critiche allo stato etico provengono tuttavia anche da scrittori appartenenti proprio a quel mondo musulmano che al suo interno vive profondi contrasti sfociati spesso in drammatiche sentenze di morte. La caccia al pensiero critico, l’eliminazione della non conformità ai principi coranici – sovente plasmati dagli integralisti su interessi economici e politici – non è rivolta solo contro giornalisti e opinionisti occidentali ma anche contro intellettuali musulmani.
Nei paesi islamici chi ha espresso, ed esprime, un pensiero non allineato alla lettura convenzionale dei testi sacri, ha avanzato, e avanza, proposte interpretative diverse è stato, ed è, pubblicamente accusato, costretto all’esilio, arrestato, ucciso; i suoi testi ritirati e bruciati.
Le vittime non sono poche; nomi non sempre noti al grande pubblico, meglio non diffondere, meglio fare cadere nell’oblio.

Oltre al caso di Salman Rushdie e i suoi Versetti Satanici, che tutti conoscono, esistono altre testimonianze importanti.
Si può risalire agli inizi del secolo scorso con Ali Abd al-Raziq , al suo libro Islam e fondamenti del potere (1925) in cui, sorretto da consistenti argomentazioni storiche, sostiene la tesi secondo la quale il califfato non affonda le sue radici nell’Islam, che il “Profeta Maometto non era un re e non aveva imposto alcun modello politico per i musulmani”. Oggetto di un ricorso in tribunale, primo caso nel mondo arabo, il testo fu ritirato dalle librerie, l’autore non poté più esercitare la sua professione di giudice, gli fu tolto anche il titolo di dottore in Legge. Fu completamente isolato e morì dimenticato.

Altri esempi:
Mahmoud Mohamed Taha, chiamato da alcuni il Gandhi sudanese, la cui sorte fu davvero tragica. Accusato di reato d’opinione, fu impiccato in una prigione di Khartoum il 18 gennaio 1985 dal regime musulmano radicale. Il suo crimine? Avere teorizzato “una nuova sharia equivalente alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”, affermato il principio della non violenza e definito le sure coraniche medinesi come l‘elaborazione di un pensiero statico, da superare quindi seguendo l’evoluzione della storia.
Faraj Fouda, giornalista e scrittore egiziano la cui colpa fu quella di avere sostenuto il valore della laicità, nelle sue dichiarazioni e nei suoi libri particolarmente in La verità nascosta. L’idea di uno stato islamico è per lui un’utopia nella migliore delle ipotesi, nelle peggiori un inganno. Fu ucciso nel 1992 da affiliati al gruppo integralista Al Jamaâ al Islamya e, ironia della sorte, il suo assassino dichiarò di non avere mai letto nemmeno una sola riga dei suoi scritti.

L’elenco sarebbe molto lungo.
Voglio citare una donna Nawal el Saadawi, tuttora vivente, che si è dedicata al problema della condizione femminile nel mondo islamico, considerata persona pericolosa e più volte minacciata di morte dai fondamentalisti.
Questa intervista è davvero significativa.

Esistono quindi, da sempre, menti illuminate nel mondo islamico, fermenti di un pensiero libero da usare come risorsa, punto di riferimento, trampolino di lancio per una “Resistenza musulmana” contro il totalitarismo jihadista per unirsi e tentare di vincere le spinte intransigenti e integraliste.
Noi occidentali ce l’abbiamo fatta contro il nazifascismo e il comunismo, sappiamo come.
Anche la parte sana del popolo musulmano potrebbe riuscirci affrontando di petto i problemi al suo interno.
La primavera araba è stata un debole tentativo, un movimento che mancava della necessaria compattezza e concreta convinzione, un colabrodo in cui le infiltrazioni fondamentaliste si sono fatte strada come una lama nel burro.
Ma possono ripartire da lì.
Un musulmano non è necessariamente un terrorista, uno jihadista è assolutamente e indiscutibilmente un terrorista. Punti fermi da cui non muoversi di un solo millimetro se vogliono uscire dall’oscurantismo in cui sono avvolti.

E noi? Stiamo a guardare? Noi occidentali, osservatori speciali?
Sarebbe un comportamento politicamente serio, e qui forse qualcuno si stupirà.
Potremmo mobilitarci solo a gentile richiesta, stare al loro fianco da sostenitori rifiutando il ruolo di protagonisti in una lotta che non è nostra.
Certo, ciò significa, e lo ripeto, essere politicamente seri: non vendere più armi ai terroristi, non comprare più petrolio (si sa che l’Isis, ricchissimo, ne fa un commercio illegale contattando intermediari che lo vendono alle compagnie petrolifere), non appoggiare più stati arabi o il dittatore di turno e usarli come basi, non sostenere più guerre locali che non ci riguardano.
Non è indifferenza, è difesa legittima della nostra identità.
L’operazione “Resistenza musulmana” non può prescindere dall’onestà del mondo occidentale, esattamente da quei valori proclamati e urlati domenica per le strade e piazze di Parigi.
Ci crediamo o ne facciamo solo degli slogan da sbandierare a ogni assalto terroristico?
Fermo restando il nostro diritto a difenderci se attaccati, mi chiedo se noi occidentali vogliamo davvero vivere in una guerra santa infinita, in una rivisitazione moderna delle Crociate.

Questa è la mia personale visione del mondo e mi permetto di affermare che chi ha la “consapevolezza che una sola è la risposta alla forza intimidatrice dell’Islam califfale e politico: una violenza politica, militare, tecnologica, civile incomparabilmente superiore” (Giuliano Ferrara, Il Foglio 7 gennaio 2015) o sostiene che “con i terroristi l’unica difesa è attaccare per primi” (Maurizio Belpietro, Libero 13 gennaio 2015) o non ha capito molto o è in malafede o non vuole perdere i benefíci economici e politici di un perenne scontro di civiltà, questa volta in accordo, suo malgrado, con la parte avversa.

Ma il mondo musulmano illuminato deve darsi una mossa.
Quando sentirò un Imam denunciare ufficialmente uno jihadista secondo le procedure giuridiche del paese che lo ospita e non limitarsi solo a formali distinguo, allora per me saremo sulla buona strada o, almeno, all’inizio di un cammino costruttivo.