L’estate del Villaggio

 

Paolo Villaggio e Faber, l’amico di sempre

 

«Due giovani: io avevo vent’anni appena compiuti e una ragazza di quindici anni che poi è diventata mia moglie. Eravamo abbracciati in un boschetto di pitosforo in una notte di primavera incredibile… Abbraccio questa ragazza, ne ero attratto fisicamente… Mi venne un’idea balzana. C’era un venditore di pezzi di noce di cocco, corro fin lì e dico:
«Mi dia un bicchiere.»
«Cosa vuole dentro?»
«Solo un bicchiere.»
Perché? Il cielo era a quei tempi, tempi non inquinati, pieno di lucciole lampeggianti in una notte senza luna. Allora, ho riempito il bicchiere di lucciole, l’ho rovesciato sul palmo della mano destra e con questa luce, una lanterna magica, ho illuminato il viso di mia moglie. L’emozione è stata enorme… Ho scoperto, a quella luce speciale e magica, qualcosa che non avevo visto mai alla luce solare: tante piccole lentiggini. Posso confessare che quello è stato di gran lunga il momento più felice della mia vita.»

Parole che un Paolo Villaggio anziano ed emozionato pronuncia in un’intervista a Porta a Porta del 6 febbraio 2015. Raccontandosi a Bruno Vespa, ricorda l’amicizia e la collaborazione con Fabrizio de André, la celebre Carlo Martello peraltro lato B di un 45 giri del 1963 il cui brano principale è Il fannullone. In entrambi i casi, Villaggio scrive i testi. Riconosce in Canzone dell’amore perduto dell’amico Faber il brano d’amore «musicalmente più valido.»

Ho riletto altre sue dichiarazioni in un articolo dell’agosto 1992 comparso su Repubblica , anche in questa occasione un Villaggio ventenne e innamorato.

«Maura era di un carineria assoluta. Io la vedo bellissima anche oggi, figuriamoci com’era irresistibile a sedici anni. Non ci siamo più lasciati. Era il ’53, nel ’59 ci sposammo. La canzone del nostro amore, la canzone della nostra prima estate era… Ma lo sa che non c’ erano belle canzoni, a quell’epoca? Senza fine e Il cielo in una stanza arrivarono molto dopo, negli anni Sessanta. La canzone che vide divampare il nostro amore invece diceva così: Che mele, che mele, sono rosse come il miele, un motivetto molto allegro di Gorni Kramer.»

In seguito, le sue estati.

«Avevo vent’ anni e praticamente vivevo ai Bagni Lido di Genova. Da noi non esisteva l’ estate intesa come vacanza, come viaggio, come andare altrove. La vacanza la facevi lì, a quaranta metri da casa. Si cambiava tipo di letture, un po’ meno impegnative data la stagione: si leggevano Urania e molti libri gialli, e si passava tutta la giornata al mare. Che naturalmente non era inquinato. Che aveva la riga del bagnasciuga piena di pomodori di mare. E aveva quella cresta che si chiama passeggiata dei granchi piena di ricci. Pesci-scoglio in quantità. Tanti gabbiani. E i cormorani… La nostra casa in corso Italia era inondata dal salino. Se stavi con la finestra aperta e poi ti passavi la lingua sulle labbra erano salate. I viali di tigli mandavano un profumo aristocratico, appena percettibile. Stordiva invece, a primavera, l’odore del pitosforo. Fare il bagno di notte, nelle notti senza luna, produceva un curioso effetto fosforescenza, la scia come quella di una cometa, stelline d’argento come in un cartoon di Walt Disney. Oggi credo che quella fosforescenza non esista più neanche ai Caraibi. E poi c’erano le mitiche lucciole di Pasolini. Migliaia e migliaia all’ inizio dell’ estate. Maura la illuminai con un bicchiere pieno di lucciole, una sera, nel boschetto dei pitosfori; non ho più smesso di amarla.»

«Il maestro Gimelli suonava la fisarmonica e le sue due sorelle – carine, capelli rossi, molto corteggiate – cantavano. Da un lato stavamo noi, dall’altro le ragazze. Portavano gonne scampanate molto larghe, si truccavano poco, avevano i capelli ancora umidi di mare e non usavano né deodorante né profumo. Quando ti piacevano, il loro odore era meraviglioso. Bevevano gazzosa, orzata, chinotto. La coca cola non me la ricordo, gli alcolici erano impensabili. Noi ragazzi portavamo gli zoccoli con la fascia di spugna, pantaloni con le pinces color carta da zucchero poiché i jeans non esistevano, e magliette da gondoliere a rigoni bianchi e rossi oppure bianchi e blu. Io ero un pessimo ballerino con mani spugnate, ma mi lanciavo ugualmente perché la danza era l’ unica occasione per avvicinare una donna. Si ballava il mambo, la raspa, il fox, lo slow, e le canzoni duravano anche quattro estati… Quando si ballava, o si tentava di ballare il boogie-woogie, ci levavamo gli zoccoli che puntualmente ci venivano rubati. La nostra canzone, credo fosse una raspa, era deliziosa. Diceva: che mele, che mele, sono rosse come il miele, sono rosse, sono grosse, sono buone da mangiare, abbiam pure le banane, il cocco e l’ananàs, tutta frutta prelibata che vien da Caracàs. Quell’ Italia così di provincia era un incanto. Maura era un tipo bizzarro e anticonvenzionale. Stavamo insieme dalle nove del mattino a mezzanotte senza stancarci mai e mia madre era assai diffidente perché in quegli anni le ragazze non avevano il permesso di uscire di sera.»

È questa l’immagine di Paolo Villaggio che mi accompagnerà: la dolcezza nei sentimenti, la poesia nelle descrizioni, insieme ai suoi monologhi televisivi ricchi di comicità paradossale, iperbolica, a tratti surreale, lo straordinario acume che gli faceva esprimere giudizi intelligentemente tranchant. Non è stato solo Fantozzi e Fracchia, ma anche magnifico interprete con Monicelli, Luciano Salce, Corbucci, Comencini e Pupi Avati per citare sono alcuni grandi maestri con cui ha lavorato. Non scorderò mai il prefetto Gonnella in La voce della luna di Fellini o il colonnello Sebastiano Procolo in Il segreto del bosco vecchio di Olmi, ruoli che gli valsero il David di Donatello nel ’90 e il Nastro d’argento nel ’94 sempre come migliore attore protagonista.

Nei numerosi memoriali comparsi su varie testate, mi stupisce che sia  ricordato soprattutto come il ragionier Fantozzi. Splendida caricatura, senza dubbio, rappresentazione tragi-comica di una realtà personale e lavorativa. Ho riso e mi sono commossa con i quadri grotteschi pennellati nei libri, in particolare il primo del ’71, dal linguaggio imprevedibile, volutamente scorretto, caustico e sardonico nel dipingere un ambiente di prevaricazione e vessazione. Ho amato molto i romanzi, un po’ meno i film in tutta sincerità. Ho sempre considerato Villaggio prima di tutto scrittore e autore.

Non piaceva a tutti, ma non gliene importava nulla. Credo che oggi riderebbe dell’attenzione che gli è riservata anche da chi, in vita, l’ha criticato e ha preso le distanze. Lo disse pure nell’intervista del ’92 a Repubblica:

«Come molti attori e molti artisti che si distruggono con le loro mani, anch’io provo un’enorme curiosità per quell’evento, so che la morte mi darà finalmente una vera grandissima emozione. Sarà un gran funerale, il mio. Verranno anche tutti quegli intellettuali che oggi mi snobbano e non mi salutano, e che mi hanno costretto a cambiare vita, a fare l’attore per davvero.»

Un saluto, quindi, e un grazie con una scena tratta dal film Il Belpaese di Luciano Salce, pellicola del 1977, storia di Guido Belardinelli  ambientata negli anni di piombo, un italiano medio che incappa, suo malgrado, nella criminalità organizzata ma incontra Mia. E l’Italia, che avrebbe voluto lasciare di nuovo ripartendo per la piattaforma petrolifera da cui era ritornato, gli appare diversa. Un lavoro secondo alcuni non perfettamente riuscito – e mi dissocio – una trama in certi momenti datata, ma non certo nella scena finale.