Amarcord

Quando per vari motivi mi reco a Pavia, e capita spesso, è sempre un tuffo nel passato. Nessun amarcord malinconico, solo ricordi di episodi gioiosi e felici legati agli anni trascorsi all’Università, uno dei periodi più belli della mia vita. Inevitabile, quindi, che ogni volta ricavi del tempo per rivedere luoghi di incontri e momenti importanti, di studio e divertimento. È nel contempo una passeggiata per la città e un viaggio interiore, nel cuore e nella mente.

La “mia” Pavia è bella, ai miei occhi pressoché immutabile. Negli anni mi appare sempre uguale a se stessa: un po’ dormiente in estate, più vivace nelle altre stagioni per la presenza di numerosissimi universitari, mollemente adagiata lungo il Ticino con il suo caratteristico borgo, Borgo Ticino appunto, che si affaccia proprio sul fiume.

Borgo Ticino

Borgo Ticino                                                                                                  foto Primula, Ma Bohème

Quelle costruzioni variopinte, che possono sembrare vetuste a chi non ha vissuto qui anche solo qualche anno, mi sembrano in realtà sempre giovani. Alcune ospitano le vecchie osterie in cui noi studenti trascorrevamo molte serate bevendo vino nelle scodelle e gustando il piacere della compagnia. Oggi quei locali sono diventati trattorie alla moda, pur rimanendo rustici, e si sono trasformati in ambienti che io amo definire fintamente popolani. Ma non importa… entro e respiro ancora l’atmosfera gaudente ma sana legata ai canti goliardici dai contenuti argutamente trasgressivi. Testi che considero geniali anche nel loro essere sopra le righe, di antica tradizione e origini medievali; basti pensare alla “tragedia classica in 3 atti” Ifigonìa con tanto di coro delle Vergini. Parodia burlesca e capolavoro d’arte goliardica,spettacolo esilarante per chi ha potuto gustarne qualche rappresentazione anche amatoriale come lo erano le nostre. Ironia irriverente, ma sagace e intelligente. Abitudini, queste, ormai datate e purtroppo dimenticate dai giovani universitari di oggi. Peccato!

Ecco il barcone sul fiume …

barcone

Barcone sul fiume                                                                                        foto Primula, Ma Bohème

Lo ricordo illuminato, le sere di maggio e giugno. E riaffiorano i dopo cena di musica e balli, un po’ genere film “Vacanze Romane”.

dal film "Vacanze romane"

dal film “Vacanze romane”

Lo stile non era certamente da Grand Hôtel, ma immaginate lo spasso! Oggi sicuramente gli happy hour saranno più gettonati. Anche il “nostro” bar, fratello minore del mitico Voltone, è ancora lì.

Il Voltino

Il Voltino                                                                                                         foto Primula, Ma Bohème

Questa spensieratezza incorniciava giornate di lavoro. Perché a Pavia si studiava, eccome! Il fascino di quel periodo, dei mei 19/23 anni, era proprio la capacità di unire impegno, svago e relax in una sintesi armoniosa.

Ed ecco allora l’Università.

Ingresso principale Università di Pavia

Ingresso principale Università di Pavia                                                    foto Primula, Ma Bohème

Entro, attraverso i cortili dove ho vissuto le attese per una lezione, un esame, la discussione della tesi di Laurea, mai sola, sempre in gruppo.

Cortile Alessandro Volta Università Pavia foto Primula, Ma Bohème

Cortile Alessandro Volta
Università Pavia
foto Primula, Ma Bohème

Pavia 11

Studenti in uno dei cortili interni Universtà Pavia                                 foto Primula, Ma Bohème

Cazzeggi e discorsi seri si alternavano in modo assolutamente naturale durante le nostre conversazioni.

Stranamente (è inizio luglio e non è data di esami) la porta di una vecchia aula è aperta. Entro …

Pavia 10

Aula Facoltà di Lettere e Filosofia Università di Pavia                               foto Primula, Ma Bohème

Ricordo perfettamente che qui ho sostenuto il mio ultimo esame di Letteratura Francese, seduta alla cattedra, spalle alla finestra. Mi rivedo, ripasso persino il programma, ne ho un nitido beau souvenir. Allora era un’afosa giornata di metà luglio .

Tutto qui trasuda cultura, sapere; vecchie e nuove generazioni s’incontrano nello stesso desiderio di apprendere.

Pavia università

Cammino lentamente e dalla Facoltà di Lettere e Filosofia mi sposto via via a quelle di Matematica, Scienze Politiche, Giurisprudenza passando per cortili simili a chiostri di un convento e corridoi dai muri un po’ crepati, testimonianze dell’antichità di questo edificio.

università 1

Un cortile interno Uniiversità di Pavia                                                         foto Primula, Ma Bohème

È un itinerario che ormai potrei percorrere a occhi chiusi. E infatti, quasi senza rifletterci, per abitudine, mi ritrovo di fronte al famoso collegio universitario Fraccaro, letteralmente una protuberanza dell’Università: è parte integrante della stessa struttura.

Collegio Fraccaro

Collegio Fraccaro                                                                                          foto Primula, Ma Bohème

collegio Fraccaro

Collegio Fraccaro                                                                                                foto Primula, Ma Bohème

Questo muro! Sorrido divertita rivivendo un episodio tragi-comico del mio passato da studente.

Era una serena serata primaverile, forse nel mese di aprile.
Si giocava la finale del torneo maschile intercollegiale di basket tra due storici collegi, il Cairoli e il Fraccaro, appunto. Partita e trofeo vinti da quest’ultimo. Seguirono i festeggiamenti di rito. Giocatori, supporters tra cui noi ragazze che, anche se non direttamente coinvolte (i citati collegi sono maschili), non potevamo certo far mancare sostegno e tifo ai nostri amici!
Tutti insieme quindi per una pizza e ci scappò qualche bicchiere di troppo. Si tirò davvero tardi e una quarantina di ragazzi e ragazze percorrevano in piena notte le strade e stradine deserte di Pavia cantando l’inno del collegio, urlando slogan e sventolando bandiere.
Questo corteo poteva assomigliare benissimo a una manifestazione, talmente era chiassoso. Com ogni probabilità questo timore, d’altronde giustificato – erano gli anni ’70-’80, anni difficili – indusse qualcuno a chiamare la polizia, la Digos più precisamente.
Una scena davvero da film. Ora la ricordo persino divertita, ma allora nessuno rideva. La macchina con lampeggiante seguiva il gruppo che, noncurante, continuava negli schiamazzi. A un certo punto non si scherzò più. Con una sgommata l’auto superò i “manifestanti” e si fermò proprio sul piazzale antistante al collegio Fraccaro. I poliziotti scesero e fecero disporre in fila contro il muro (quel muro!) i più scalmanati. Alla notte fu restituito il dovuto silenzio.
Più tardi alcuni amici mi confessarono che mentre erano con le spalle al muro i pensieri più strani avevano affollato la loro mente: chi aveva immaginato fustigazioni fantozziane, chi pensato all’arresto, chi addirittura si vedeva minacciato con la pistola… l’alcol stava senza dubbio facendo il suo effetto. 😉 Nulla di tutto ciò, ovviamente. Gli agenti chiesero di visionare i documenti, ma non tutti ne erano provvisti. E in questo preciso istante la scena divenne davvero comica: qualcuno si profuse in pietosi tentativi di giustificazione e s’inginocchiò implorando addirittura misericordia e perdono!
Tutto si concluse con una filippica del poliziotto che con voce stentorea, l’unico suono che si poteva percepire in quel momento, e dito puntato verso i ragazzi disse: “Voi studenti potete prendervela comoda… la gente domani deve andare a lavorare!” E intimò l’immediato rientro a casa, che fu mesto e muto in una sorta di corteo funebre.

La “mia” Pavia è stata anche questo. Chissà se oggi gli agenti della Digos hanno lo stesso comportamento indulgente nei confronti di studenti che disturbano la quiete pubblica di notte. Mah, allora anche la polizia capiva la goliardia un po’ folle, e soprattutto la nostra era sana spensierata allegria. Null’altro.

Infine, un omaggio in versi a questa città che mi ha dato tanto.

I GIARDINI NASCOSTI

Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolìo sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
inviolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace

Ada Negri, Il dono, Mondadori, Milano, 1936

un vicolo nel centro di Pavia

un vicolo nel centro di Pavia                                                                       foto di Primula, Ma Bohème

 

Monet au cœur de la vie

Finalmente, la scorsa settimana, alla mostra di Claude Monet a Pavia!
Dopo rinvii, contrattempi, impegni vari che si sono sovrapposti, sono riuscita a trovare un pomeriggio per Monet au cœur de la vie, esposizione di alcuni quadri del celebre pittore impressionista.
Stupenda giornata di sole e clima abbastanza mite per il periodo (a differenza di oggi … ), bella la cornice del castello visconteo che la ospita.

Castello visconteo - Pavia  fotografia di Primula

Castello visconteo – Pavia
fotografia di Primula

Inaugurata il 14 settembre 2013, il 15 dicembre sarebbe dovuto essere l’ultimo giorno utile. Fortunatamente per me, e altri, è stata prorogata fino al 2 febbraio 2014.

monet locandina

Ed eccomi a parlarne nei giorni prossimi alla sua chiusura come in una sorta di “analisi consuntiva”, il contrario di quanto fanno normalmente i critici d’arte o i giornalisti addetti ai lavori che desiderano in qualche modo, giustamente, attirare l’attenzione di potenziali visitatori.
Ma io sono una semplice fruitrice del bello, e del bello si può e si deve poter scrivere sempre.

Mostra particolare e, onestamente, speravo in qualcosa di più “importante”.
Leggendo la brochure e alcune recensioni avevo probabilmente alzato troppo il livello delle aspettative. Preciso subito che la mia parziale delusione si riferisce al numero di opere esposte: circa una quarantina e solo venti quelle di Monet. Indubbiamente grandi opere d’arte, ma mi ero predisposta a un catalogo meno risicato.

Come ho detto, non è tuttavia una galleria tradizionale e l’interesse è da ricercare altrove, non nella quantità dei dipinti della mostra bensì nel suo allestimento che la rende godibile, compensando la leggera insoddisfazione di chi, come me, era ansioso di ammirare un numero maggiore di quadri del celebre maestro.

Un colpo al cerchio e uno alla botte e … alla fine … bilancio positivo.

Il percorso espositivo è una sequenza di piccole stanze alcune delle quali espongono le opere (dipinti ma anche disegni o lettere), altre in cui un video proietta le immagini di attori che interpretano le persone più significative della vita di Monet: il padre, Claude-Adolphe Monet; il pittore Eugène Boudin, che fu per lui determinante; il politico Georges Clemenceau, che sostenne il movimento impressionista contro l’isolamento in cui la pittura accademica del tempo lo costringeva; le donne della sua vita, le due mogli, Camille Doncieux e Alice Hoschedé, e Blanche, figliastra, in quanto figlia di Alice, ma anche nuora perché moglie di Jean, il primogenito avuto da Camille.
L’assenza di ambientazione d’epoca nei video comunica la sensazione dell’arte che sconfigge lo scorrere del tempo.
Una voce narrante recita brani tratti da lettere facendo rivivere particolari momenti e stati d’animo della vita di Monet.

 

E così passo da una stanzetta all’altra guidata dal sonoro e allietata dalla vista di alcuni autentici capolavori che ammiro e “gusto” con gli occhi.
Esperienza di sinestesie: il pregio vero di questa mostra.

Printemps, 1873 (Primavera) olio su tela Johannesburg Art Gallery

Printemps, 1873 (Primavera)
olio su tela
Johannesburg Art Gallery

 

Waterloo Bridge, 1900 (Il ponte Waterloo) olio su tela Santa Barbara Museum of Art

Waterloo Bridge, 1900 (Il ponte Waterloo)
olio su tela
Santa Barbara Museum of Art

 

Bateaux à Etretat, 1883 (Barche a Etretat) olio su tela Fondation Bemberg, Toulouse-France

Bateaux à Etretat, 1883 (Barche a Etretat)
olio su tela
Fondation Bemberg, Toulouse-France

 

Questi sono i quadri che ho apprezzato maggiormente.

Soggetti diversi tra loro ma un evidente legame: l’idea di movimento degli elementi della natura.
L’alternanza delle macchie d’ombra sotto gli alberi e di quelle del sole sull’erba in Printemps; i cambiamenti cromatici improvvisi dell’acqua e dell’aria, le variazioni della luce e dell’atmosfera legate al fenomeno della nebbia londinese in Waterloo Bridge; i riflessi del giorno sul mare, che pare mobile, legati alla collocazione delle nubi nel cielo dando di queste la percezione del loro transitare in Bateaux à Etretat.

La natura è viva per Monet che la osserva e “fissa” sulla tela nei momenti di passaggio, nel suo intrinseco carattere fugace e nell’impressione che lui stesso ne recepisce.
Nel 1886, dalla Normandia, scrive queste parole all’amico Bazille: “Non invidio il vostro stare a Parigi … Non credete che la natura da sola sia in grado di fare meglio? Io ne sono sicuro … A Parigi siete troppo preoccupati di quello che vedete, di quello che sentite … E quello che io farò qui almeno avrà il merito di non assomigliare a niente altro … Perché sarà semplicemente l’espressione di quello che proverò io personalmente.

La sintesi migliore della mia visita mi sembra essere racchiusa in questa frase di Cézanne che campeggia a caratteri cubitali su una parete di una stanza della mostra:

“Monet non è altro che un occhio, ma, buon Dio, che occhio!”