Perdersi

Pedalare senza fretta in una splendida giornata d’agosto, tra i campi della pianura cremonese, percorrere viottoli e sentieri antichi ma non vecchi, godere del calore gradevole di un sole amico.

Ascoltare la voce del vento sussurrare tra le pannocchie mature, osservare il dolce movimento ondulatorio di alti steli d’erba, esili solo all’apparenza, boys che si aprono a ventaglio al passaggio della ruota soubrette.

Mi fermo, stride il freno, intorno l’atmosfera è muta. Un colpo di pedale e il mormorio riprende. Sassolini di bitume scricchiolano sotto i copertoni, parlottano alla gomma e decidono di accompagnare la pedalata. Il sole esce dai rami e gioca con le foglie. Un albero dopo l’altro, si sposta assieme a me e segue allegramente il percorso.

Le strade sono deserte e mi piace. Perdersi è spesso salutare, allontanarsi benefico, isolarsi provvidenziale. L’uomo tuttavia c’è, sempre, proiezione ambivalente.

In rovi anarchici che soffocano un fosso

nel trattore fermo circondato da mucchietti di foraggio

in rami prepotenti che invadono un corso d’acqua

nel ricordo dei martiri di Bagnara sul luogo preciso in cui otto vigili del fuoco partigiani furono fucilati da un plotone tedesco il 27 aprile 1945

nell’asfalto che usurpa spazi ed è beffato da un bouquet burlone e spavaldo.

Ne ammiro lo scherno e l’ardire, lo rendono ancora più bello.

Momenti in cui perdersi non significa smarrirsi, ma orientarsi dentro. Quando, inaspettata:

«Signora mi scusi, un’informazione…»

Non ho quasi sentito il motore dell’auto avvicinarsi. Un viso accaldato si sporge dal finestrino.

«Può indicarmi per cortesia la direzione dell’autostrada per Jesolo?»

Surreale eppur vero. Ci troviamo in aperta campagna, nel cuore della Pianura Padana, al bivio tra Vigolo e Case Sparse, due paesini noti – credo – solo agli abitanti del luogo. Incredulità e stupore, smarrimento e apprensione s’incrociano, separati dalla lamiera grigio spento di una macchinina diventata all’improvviso protagonista di un quadro inverosimile, come uscita dal nulla. Un rapido dialogo cordiale e si riparte.

Vari modi per perdersi…

È quindi proprio ora di rientrare. E pedalo verso il Torrazzo, sempre senza fretta.

 

Don Primo Mazzolari, “preti così”

 

Martedì 20 giugno 2017, Bozzolo: un piccolo centro tra Cremona e Mantova, e in provincia di quest’ultima, con poco più di quattromila abitanti, accoglie papa Francesco per un pellegrinaggio sulla tomba di don Primo Mazzolari. Grande uomo, prete di spessore, punto di riferimento per molti ragazzi della bassa padana che, attorno agli anni ’40, iniziano a frequentare sempre più numerosi la parrocchia di Bozzolo benché don Primo stesso non amasse il proselitismo. Pure Guido, protagonista delle Radici nell’anima, è uno di loro. Nelle parole di questo sacerdote, i giovani di allora sentono progetti concreti, percepiscono un’apertura al mondo laico assolutamente nuova e rivoluzionaria per i tempi.

Prudenza, raccomandano i vescovi in quegli anni. Diffidenza, esprime l’autorità ecclesiastica accusandolo a torto di disobbedienza, vedendo in lui la figura di un ‘prete sociale’, attività pericolosa, fuorviante e invece così necessaria per la missione della Chiesa, arrivando a condannare nel 1935 il testo La più bella avventura poiché, secondo il Sant’Uffizio Vaticano, propone un’analisi «erronea» della parabola del figliol prodigo.

don Primo Mazzolari nel suo studio

Oggi i suoi scritti sono documenti preziosi e mi permetto di consigliarne la lettura a chi si professa legittimamente ateo, agnostico, anticlericale o indifferente e apateo. Quanta umanità in La più bella avventura (1934), terrena sofferenza in Della tolleranza (1945), laico pacifismo in Tu non uccidere (1955)! Don Primo richiama ad attivismo e azione responsabile, alla necessità di essere nel contempo cristiani, cittadini e uomini, capaci di «vivere cioè sulla pubblica piazza, più che all’ombra delle sacrestie, di confonderci con la folla invece di fuggirla, di amarla invece di sconfessarla, di parlare attraverso tutte le voci che essa intende…», di capire «che il nostro dovere è quello di essere il ‘lievito della pasta’ più che dei bei torniti panini…» scrive nel libro La più bella avventura. Un programma d’impegno, iniziativa, superamento della contrapposizione tra ‘noi’ e ‘loro’, «i buoni, i cattivi», dialogo e comunione con «i lontani» e chi non crede.

Il discorso che papa Bergoglio pronuncia la mattina del 20 giugno, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, mette in luce il fascino del pensiero di don Primo. È possibile ascoltarlo on line, qualche giornale riporta parti importanti, i quotidiani locali – La Provincia di Cremona, La Gazzetta di Mantova – e il sito del Vaticano pubblicano il testo integrale.

Mi fa piacere condividerlo qui, a disposizione di tutti, dei “non padani”, di chi forse non conosce don Mazzolari – in autunno inizierà la causa di beatificazione.

Abbiamo bisogno di “preti cos씹, “uomini così”, più visibili e numerosi, animati da passione e fede nell’accezione anche laica del termine in un momento storico nel quale le provocazioni culturali e religiose dilagano da varie parti, deformandosi in contrasti sociali e di civiltà, facendo perdere il senso profondo dell’adesione, di qualunque natura sia purché vissuta con autenticità. Come scrive Olivier Clément sul numero di dicembre 2003 di Vita e Pensiero, la rivista dell´Università Cattolica di Milano, «da parte nostra, siamo chiamati a un cristianesimo più profondo e più lucido, capace al tempo stesso di accogliere.» Vorrei aggiungere pure più convinto e razionale.

Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, come quest’uomo, essi danno vita a un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti.
Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia” e San Giovanni XXIII lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella bassa padana». Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. Come disse il Beato Paolo VI: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.

Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi, soprattutto con i miei fratelli sacerdoti, l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.

Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con se stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso. Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla verità che ripeto, ci deve essere, ci devo mettere qualcosa di mio, per far vedere che credo a ciò che dico; deve essere fatto in modo che il fratello senta un invito a ricevere la verità». La sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.

Nel suo scritto La parrocchia, egli propone un esame di coscienza sui metodi dell’apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione. Ci sono tre strade che non conducono nella direzione evangelica:
La strada del lasciar fare: è quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani. Quel “balconare” la vita… Ci si accontenta di criticare, di «descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori» del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi.
Il secondo metodo sbagliato è quello dell’attivismo separatista. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. È un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude le porte e genera diffidenza.

Il terzo errore è il soprannaturalismo disumanizzante. Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. È la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. «I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora». Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione.

La cascina, al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie” che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città. La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari. Anche lui pensava a una Chiesa in uscita, quando meditava per i sacerdoti con queste parole: «Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto».
La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un «focolare che non conosce assenze». Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il parroco dei lontani, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo. Questo sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità lo ha portato a dare valore anche alla necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio. «Accontentiamoci di ciò che possono dare le nostre popolazioni. Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente». Vorrei ripeterlo questo, e ripeterlo a tutti i preti d’Italia e del mondo: «Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente.» E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza, la viveva in piedi, da adulto, da uomo, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il “Discorso della montagna” non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio. Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente. Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. Quella dei poveri è definita da don Primo un’ esistenza scomodante, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti». Lui non faceva proselitismo. Papa Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa, il Cristianesimo non crescono per proselitismo, ma per attrazione cioè per testimonianza. È quello che don Primo Mazzolari ha fatto: testimonianza. Il servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete… c’è un differenza… Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente».

Aveva meditato a fondo sulla diversità di stile tra Dio e l’uomo: «Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto». Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: «Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero», cioè di Gesù Cristo. Nel suo scritto La via crucis del povero, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo: «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno». E aggiunge: «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».

Cari amici, vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo. Siate orgogliosi di aver generato “preti così”, e non stancatevi di diventare anche voi “preti e cristiani così” anche se ciò chiede di lottare con se stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio. Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni. Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro. E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete».

Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia, con quei bravi parroci, voglio concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza.

Così pregava don Primo

Sei venuto per tutti:
per coloro che credono
e per coloro che dicono di non credere.
Gli uni e gli altri,
a volte questi più di quelli,
lavorano, soffrono, sperano
perché il mondo vada un po’meglio.
O Cristo, sei nato “fuori della casa”
e sei morto “fuori della città”,
per essere in modo ancor più visibile
il crocevia e il punto d’incontro.
Nessuno è fuori della salvezza, o Signore,
perché nessuno è fuori del tuo amore,
che non si sgomenta né si raccorcia
per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti.

 

Papa Francesco, Bozzolo 20 giugno 2017

 

 

 

¹ Preti così, meditazioni di Don Primo Mazzolari, pubblicazione postuma, 2010

 

 

Sensazioni d’estate

Pomeriggio di metà luglio. Pedalo nel piccolo angolo di mondo che è la pianura cremonese. Ho bisogno di non pensare. Sembra ieri, l’altro ieri, ieri l’altro, ancora ieri, oggi, i fatti di cronaca mi hanno travolta mostrando colori impazziti in un quadro surreale. Ho bisogno di aria, luce, punti fermi. Apparentemente tranquilla, rilassata, percorro stradine strette e tortuose che ben conosco. Attraverso la campagna con loro e la mia bicicletta. Grandi campi di mais e rari filari di piante interrompono l’orizzonte monotono.

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campo di mais a Trigolo (Cremona) – fotografia di Primula, Ma Bohème

Percezioni sensoriali s’incrociano, inebriano e fanno dire a chi ha vissuto a lungo qui: questa è la nostra estate. Una certezza.

Scruto il cielo azzurro pallido, solcato a tratti da striature biancastre per l’umidità.

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La pianura nei pressi di Cremona – fotografia di Primula, Ma Bohème

Spio il silenzio interrotto solo dal frinire delle cicale, una cadenza regolare, un suono stridente e monocorde.

Ascolto il canto ripetitivo e osservo l’uniformità del paesaggio: nulla di più convergente e assonante tra ciò che sento e vedo, i sensi uniscono e armonizzano.

Dalle cascine mi richiamano le persiane semichiuse. Le guardo: emergono i racconti dei nonni, percepisco la frescura degli interni, l’abbraccio dell’ombra ristoratrice dal caldo afoso.

Sensazioni di calma piatta e di un tempo che sembra essersi fermato.

Cantano gli odori dalle finestre di cucine: profumo di peperonata, aromi della stagione estiva.

In lontananza, l’eco di cigolii in sequenza, dal ritmo costante. Forse il rumore di un’altalena arrugginita. Ancora, ascolto e vedo: riaffiora l’immagine della vecchia “tromba dell’acqua” nella casa di campagna della nonna.

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“tromba dell’acqua” in un casolare di Moscona (Cremona) – fotografia di Primula, Ma Bohème

Che fatica pompare spingendo la maniglia!
Ritrovo la forma del cocomero deposto nel lavandino in pietra come in una culla, accarezzato per ore dall’acqua corrente del pozzo, ne inspiro il profumo, ne gusto il sapore fresco e dolce. Era la merenda di noi bambini. Un bellissimo e piacevole ricordo, un quadro dalle tinte luminose.

Ho bisogno di aria pulita.

Inebriarsi di vita

 

campi della pianura mantovana

campi della pianura mantovana

 

Respirare la brezza frizzante del mattino quando il verde giovane dei campi è bagnato di rugiada “come un vino di vigore” (Rimbaud, “Ma Bohème“),

Perdersi nell’azzurro inebriante del giorno solcato a tratti da nubi spumeggianti.

La Primavera è ebbrezza,

ebbrezza di vita.

 

 

In treno …

È un mezzo di trasporto che uso raramente e forse le impressioni che sto scrivendo mentre sono proprio sul treno potrebbero sembrare normale routine per chi ne è un abituale fruitore.
Per me invece c’è un universo strano intorno e davanti : un insieme di rumori, immagini, odori…

Immagini di varia umanità; odori di varia umanità, alcuni piacevoli altri un po’ meno, ma che “trasudano” vita comunque; rumori solo meccanici, invece, perché se isolassi lo stridore delle rotaie sui binari, attorno a me ci sarebbe il silenzio.

Osservo le persone nello scompartimento. I posti a sedere sono tutti occupati. Chi dorme, chi legge, chi armeggia con il telefonino, … io scrivo.
Non si parla. O meglio, lo fanno tra loro quelli che sono saliti insieme o che raggiungono un gruppo alle fermate; in ogni caso si tratta di conoscenza pregressa.
Noi altri ci ignoriamo. Ognuno isolato nel proprio mondo.

Una signora, qualche sedile davanti a me, abbozza un tentativo di dialogo: puntualità o meno dei treni, il tempo atmosferico, la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno che in questa prima parte di autunno comincia a farsi sentire. Argomenti banali indubbiamente, ma legati alla situazione. Risposte a monosillabi senza sollevare lo sguardo dalla propria occupazione o occhiatine dal significato “non vedi che sto facendo altro?”
Conversazione interrotta sul nascere.

Ora passa un ragazzo sordomuto. Lascia un biglietto sulla piccola mensola del finestrino, un fogliettino color rosa sbiadito su cui è sinteticamente descritta la sua condizione e sono segnalate le sue richieste: ha bisogno di un aiuto, in denaro, sottinteso, poiché non si potrebbe fare altro in questo contesto.
Quasi nessuno lo legge. Già sappiamo… conosciamo il soggetto… siamo alle solite…
Il ragazzo ricompare dopo un quarto d’ora circa; avrà percorso tutte le carrozze del treno, ripetuto lo stesso gesto e, presumo, con lo stesso esito che ha in quella in cui mi trovo io. Qualcuno di noi depone nel palmo della sua mano delle monetine quasi senza guardarlo, con un atteggiamento forse più arrogante di chi non gli dà nulla, come per dire “vattene velocemente, ora hai ottenuto quello che vuoi, non disturbare più.” Ironia della sorte, lui non può nemmeno ringraziare, fa un piccolo cenno con il capo, ritira i suoi bigliettini e mestamente si allontana.

Siamo gente strana! Grandi sermoni sulla solidarietà, poi nel concreto razzoliamo malissimo. Confesso di essermi un po’ vergognata, anche di me.

Mi distacco da questo quadro di miseria senza poesia (e non mi riferisco al sordomuto) guardando fuori dal finestrino.

Il mondo visto dall’interno di un treno in corsa è davvero incredibile. Magari chi viaggia spesso non ci fa caso.
Tutto passa velocemente lasciando, nel mio cervello, istantanee, flash discontinui che in me si trasformano in evocazioni, impressioni della realtà, sequenze che potrei ricostruire a mio piacimento in un mio film personale. Interessante procedimento psicologico, e artistico-letterario anche, perché no?

La monotonia della pianura è ogni tanto interrotta dalla silhouette di qualche capannone o azienda agricola; avvicinandoci alle stazioni, i profili delle costruzioni diventano gradatamente sempre più netti.
Gioco mentalmente un po’ immaginando delle vite al loro interno: lavoratori, animali, famiglie.
E ritorna quell’insieme di odori, immagini, rumori, ma filtrato dal vetro del finestrino: il sudore di chi lavora, il rumore delle attrezzature usate, l’odore di una stalla, una famiglia a tavola che sta pranzando…
Impressioni certamente più poetiche, queste, e scopro che da un treno la visione del mondo esterno è indubbiamente particolare.

È stata sicuramente questa l’esperienza di Verlaine quando scrisse la poesia Charleroi (Romances sans paroles , 1874), città belga nota all’epoca per le sue miniere di carbone e che ebbe per questo, durante la rivoluzione industriale, uno sviluppo straordinario

Dans l’herbe noire
Les Kobolds vont.
Le vent profond
Pleure, on veut croire.

Quoi donc se sent?
L’avoine siffle.
Un buisson gifle
L’oeil au passant.

Plutôt des bouges
Que des maisons.
Quels horizons
De forges rouges!

On sent donc quoi?
Des gares tonnent,
Les yeux s’étonnent,
Où Charleroi?

Parfums sinistres!
Qu’est-ce que c’est?
Quoi bruissait
Comme des sistres?

Sites brutaux!
Oh! Votre haleine,
Sueur humaine,
Cris des métaux!

Dans l’herbe noire
Les Kobolds vont.
Le vent profond
Pleure, on veut croire.

————————————————-

Nell’erba scura
vanno i Coboldi.
Il forte vento piange,
si direbbe.

Ma che si sente?
L’avena sibila.
Un cespuglio sferza
l’occhio al passante.

Son più tuguri
che case.
Che orizzonti
di rosse fucine!

Ma che si sente?
Stazioni rombano
gli occhi strabiliano
Charleroi dov’è?

Odori sinistri!
Che cos’è?
Che cosa strideva
come sistri?

Luoghi crudeli!
Oh! Il vostro fiato,
sudore d’uomo
urla dei metalli!

Nell’erba scura
vanno i Coboldi.
Il forte vento piange,
si direbbe

Traduzione dal francese all’italiano a cura di: Antonella Santoro

Verlaine non descrive la città di Charleroi, non può: è sul treno che passa dalla stazione, sosta appena per uscirne poco dopo.
Evoca solo le case di periferia perché vicine alla stazione (tuguri più che case); immagina le rosse fucine perché conosce l’attività della città; “sente” il rumore degli utensili metallici usati dai minatori; “annusa” l’odore della loro fatica.
Non vede tutto ciò, ma è come se lo facesse.

Poteri di un artista che ricava un‘opera d’arte sfruttando la sua genialità e le opportunità offerte da un punto di osservazione privilegiato.

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