Istantanee di luglio

pesche

Pesca a spicchi,

sapore di estate –

Barche salate.

 

 

Farfalla danza

su spartito dorato –

Frale ventaglio.

 

 

Ricci di luce –

Già diventa un oggi

l’ancóra ieri.

 

 

Sinestesie

 

Blu alabastro,

pianoforte salmastro –

mani di Chopin.

 

Swirl Navy Design clip art

 

All’ascolto di Arthur Rubinstein nel Notturno op.9 n. 1 di Chopin.

 

 

 

Stella di Sion

Graziella Borgna, Auschwitz, acrilico/carta

Graziella Borgna, Auschwitz, acrilico/carta

 

Una giornata d’inverno piovosa e fredda. Il salottino accogliente di una libreria del centro ospita il gruppo di lettura. Si ascoltano poesia e musica uniti in un binomio equilibrato e armonioso. Eugenia, l’autrice del libro La Trama di Penelope, mostra la sua anima nella scelta di parole e immagini. Donna decisa, può apparire dura, drastica, talora spigolosa a un approccio superficiale. La sua sensibilità è invece in grado di raggiungere livelli altissimi e toccare le corde più profonde del cuore.

Stella di Sion è lamento, grido di rassegnazione a un destino tracciato, la musica come essenza interna e cornice della composizione poetica. Un violino suona tra i versi, le note si susseguono in un crescendo di figure tristemente dolci mentre il motivo tragicamente cadenzato delle percussioni sul tamburo ritma i passi dei condannati verso il patibolo.

Accadeva un anno fa e ho pianto. Per la prima volta ascoltavo e leggevo la poesia di Eugenia. La porta del salottino lasciava intravedere un angolo di vetrina. Alzando lo sguardo, mi soffermai sulla strada deserta all’esterno, guardai la pioggia battente che depositava sul vetro lunghe tracce simili a barre e, per un istante, la mia immaginazione trasformò quel piccolo scorcio nella finestrella di una baracca.

Oggi, in un XXI secolo appena nato, non è solo la fenditura verso la luce nel buio di un tugurio a Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Bergen-Belsen, Auschwitz, Chelmno e molti altri, anche in Italia. È pure la tragica condizione subumana di donne, bambini, ragazzi, uomini sulla cosiddetta rotta balcanica. Queste immagini¹, che scorrono come in un film drammatico, raccontano più delle parole. Differenza tra gennaio 2017 e gli anni 1940/45? Credo nessuna. Forse la Storia si ripete, il ricordo tende a sbiadire con l’aumentare della distanza temporale da quei giorni, oppure non si impara dai propri errori. È in ogni caso perdita del senso di umanità.

 

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La voce di Graziella Borgna  e il tamburo di Fabio Turchetti accompagnano la lettura.

 

Stella di Sion

È successo. Era un Maggio di Auschwitz
(sbocciavano di sangue, nella mia carne, le rose,
germogliavano in croste le foglie, e le ginestre
colavano in cascate d’oro),
ed è successo.
Salivano al cielo a migliaia, in quei giorni,
le stelle di Sion in nuvole di fumo:
era rovente il camino, tutt’intorno la terra muta.
E suonava un violino, suonava… suonava…
sotto un cielo di rame.
Mi fecero spogliare, i servi della Bestia,
perché solo il marchio, sul mio braccio,
avvampasse al giorno a loro gloria,
il buio, nei loro occhi, trovasse pace della mia miseria,
ma d’arrossire il mio viso aveva perso memoria
e raccolta la mia manciata d’ossa,
con tutti i miei vent’anni penzoloni fra le gambe,
mi trascinai oltre la porta, verso il camino.

Il violino suonava… bussava… suonava… scavava…
prigioniero dei servi, sotto un cielo di rame,
nei miei occhi di pietra,
nella mia anima sepolta nella pena.
Fuggivano a grappoli dall’archetto le note:
mi portò il “do” una cesta croccante di pane,
il “mi” medicò, con erbe profumate, le mie piaghe,
con calice di rosolio il “fa” placò la mia arsura,
il “re” mi coprì con vesti di seta,
nel “sol” rividi la mia casa,
nel “la” e il “si” i miei libri di scuola.
Poi tutte insieme si levarono in volo
e una pioggerella silenziosa mi bagnò il viso:
fu l’accordo più dolce, e mi misi a dormire.

E il violino suonava… suonava… suonava…
sotto un cielo di rame,
il pianto di un uomo in una nuvola di fumo.

Eugenia Tumelero  La Trama di Penelope, Apostrofo Editore 2015

#pernondimenticare, #pernonripetere ogni giorno tutti i giorni.

 

¹ da Repubblica del 10 gennaio 2017

 

Legami senza tempo

Apparizione di Léopoldine - disegno di V. Hugo

Apparizione di Léopoldine – disegno di V. Hugo, dal libro Les Contemplations éd. Garnier

Un testo intenso, un ricordo delicato: le parole penetrano nel cuore, il proprio vissuto riemerge, un episodio eloquente riaffiora dal silenzio temporaneo finora protetto in uno strato della memoria. Sinergia di emozioni, frecce diverse lanciate simultaneamente verso un unico bersaglio: tutto converge sull’atemporalità degli affetti.

Amici riuniti attorno a un tavolo: buon cibo, ottimo vino, magnifica compagnia, chiacchiere, allegria. Si scattano foto, gli smartphone passano tra le mani, le istantanee scorrono sugli schermi. Un touch dalla pressione più decisa e veloce fa apparire una gallery. Lo sguardo di Anna si sofferma su un volto: un uomo giovane, dall’espressione buona guarda l’obiettivo con il sorriso negli occhi.

“Com’è bello il mio papi!” esclama.

Il suo papi se n’è andato bruscamente non molto tempo addietro. Nemmeno la possibilità di salutare moglie e figlia unica. Biker non professionista, amante dei motori, la passione lo segue fino alla fine, improvvisa, inaspettata. Un camion non rispetta la segnaletica stradale e, a pochi metri da casa, il crash fatale.

Osservo il viso di Anna. Si contrae, le labbra s’incurvano in un leggero tremolio per aprirsi quasi subito in un largo e tenero sorriso. È il ritratto di un dolore custodito nella serenità. Le sue parole mi toccano nel profondo, struggenti e confortanti nel contempo, tutt’altro che banali pur nella loro normalità. Basta un verbo al presente, è, quando forse, data la circostanza, la logica avrebbe suggerito era. Forse Anna sceglie d’istinto, forse vuole alludere all’immagine che sta guardando, forse… Intuisco tuttavia qualcosa che trascende la mera opzione grammaticale: una concezione della vita e del rapporto con la morte.

Non ci si rassegna mai alla perdita di chi amiamo, che sia imprevista o preannunciata. Si passa rapidamente dall’incredulità alla rabbia, dalla fatica alla disperazione; poi, il tempo attenua, le lacrime si asciugano senza per questo dimenticare. Mai. Mancano vicinanza e contatto fisico, ma i nostri padri o le nostre madri sopravvivono in ciò che ci hanno regalato con la loro presenza, breve o lunga, in un rapporto magari non facile, una relazione abitudinaria in cui non si è saputo reciprocamente individuare in tempo sprazzi di straordinarietà, o un’intesa perfetta. Poco importa ora. Nella spontaneità delle parole di Anna avverto che il suo è è anche un era e un sarà, sottintende la continuità e sintetizza un dialogo tra la vita e la morte consolatorio, rassicurante.
“Il suo papi era, è, sarà bello”, sempre.

Domani all’alba

Domani all’alba, nell’ora in cui imbiancano i campi,
partirò. Vedi, lo so che tu mi aspetti.
Vagherò per la foresta, vagherò per la montagna.
Non posso restare lontano da te più a lungo.

Camminerò con gli occhi fissi sui miei pensieri,
senza vedere niente attorno, senza ascoltare rumori,
solo, sconosciuto, schiena curva, mani giunte,
triste, e il giorno sarà per me come la notte.

Non guarderò né l’oro della sera che tramonta,
né le vele che verso Harfleur discendono da lontano
e quando arriverò, metterò sulla tua tomba
un mazzo di agrifoglio verde e di erica fiorita.

(Victor Hugo, Les Contemplations, 1856)

Ho letto e presentato tante volte questi versi di Victor Hugo. Ancora oggi disegnano una cornice perfetta al mosaico di emozioni mie personali e di chi ha voluto regalarsi, e regalare, un ricordo del proprio papà. I ruoli sono invertiti, qui è un padre che si rivolge alla figlia, ma la sostanza non muta.

Hugo ha perso la sua adorata secondogenita in un tragico incidente. Léopoldine, che lui chiamava affettuosamente Didine, e il marito morirono annegati nella Senna durante una gita in barca. Un colpo di vento fece rovesciare la loro piccola imbarcazione. Il padre apprese la notizia per caso leggendola sulle pagine  di un giornale: nella sua professionale precisione, la cronaca rese il fatto ancora più drammatico. Sofferenza inizialmente indescrivibile, rifiuto anche della scrittura; in seguito la catarsi proprio nella parola con la promessa, regolarmente mantenuta, di scrivere poesie dedicate alla figlia a ogni anniversario della sua morte. Domani all’alba è una delle più celebri.

Se non esistesse la parola tomba del penultimo verso, la percezione sarebbe di una conversazione e di un appuntamento con una persona viva: Hugo sa che lei lo sta aspettando e le si rivolge dandole del tu.
I sobri fiori di campo, raccolti probabilmente durante il cammino e deposti sul marmo in un gesto privo di solennità, diventano simbolo di vita, atto usuale, sono semplici come le parole che Anna ha deposto sulla foto del suo papà.

Ma c’è di più.

Purtroppo l’italiano non rende l’efficacia di una scelta lessicale, presente nella lingua originale, che è pregnante, bellissima, e che annulla il normale sentimento di tristezza legato alla circostanza.
Hugo mette sul tumulo della figlia un mazzo di agrifoglio verde / un bouquet de houx vert
Il termine houx vert è sintesi dei legami senza tempo. Si pronuncia come ouvert, participio passato del verbo ouvrir, aprire. Ecco che allora questi fiori modesti, non certo orchidee o rose rosse, sono simbolicamente un ponte, un’apertura della vita sulla morte.
Léopoldine era, è e sarà.

Gli occhi sorridenti del padre di Anna erano, sono e saranno, per lei, per sempre.

Trekking con rima baciata

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Passeggio al ritmo dei Pink Floyd che in giornate come questa mi avvolge di energia positiva quando…

Toh, un pertugio.
Entro senza indugio.

Senso di frescura.
Ah! La penombra perdura…

Filtra una luce,
un raggio mi seduce.

A rilento, cammino.
Attenta, mi chino.

Basso è il soffitto,
difficile il tragitto.

L’apertura è stretta,
non bisogna avere fretta!

Una curva a gomito,
svolto con un fremito.

Improvviso chiarore,
quasi acceca il bagliore.

Appare un quadro ovale
con cornice naturale.

Alla roccia mi affaccio.
Senza fiato, mi taccio.

Meraviglia!
E ora, chi si ripiglia?

Le emozioni ricomponendo,
l’immensità riprendo.

E in una delicata carezza,
afferro e catturo bellezza.

 

Tre cime di Lavaredo viste da una trincea austrica

Tre cime di Lavaredo viste da una trincea austriaca

 

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Un affettuoso saluto ad amiche e amici che passeranno di qui.

A voi, ovunque siate, mari, monti o città, l’augurio di un mese d’agosto tutto da godere. 🙂