“Ti bacio il cuore”

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                                                                       Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

Una lettera d’amore particolarmente romantica scritta un secolo fa in un’occasione speciale? Ebbene no. È spedita dal fronte durante la prima guerra mondiale. Fa parte dell’intenso scambio epistolare di una coppia, un fitto carteggio che inizia il 21 giugno 1916 e termina nel 1918, rimasto più di novant’anni chiuso in una scatola nella stanza da letto di Felice. Un giorno, la nipote decide di recuperare, riordinare e pubblicare questa corrispondenza nel libro Lettere d’amore dal fronte di Felice el sartùur 1916-1918 (ApostrofoEditore, 2013)

lettere-damore-dal-fronteFelice Arisi nasce a Pescarolo, in provincia di Cremona, il 21 dicembre 1884, sposa Maria Mozzi il 30 settembre 1909, hanno cinque figli, nel 1916 parte per la guerra e ritorna al suo amato paese due anni più tardi dopo un periodo di prigionia nel campo di Langensalza, una cittadina rurale dell’Unstrut-Hainich-Kreis, nella Turingia.

Gli storici hanno analizzato ampiamente ogni dettaglio della Grande Guerra mettendo in risalto anche gli errori strategici e lasciandoci l’amara consapevolezza che il conflitto è deciso dall’alto, che i Generali spostano migliaia di soldati e li inviano al fronte decretando il destino di uomini umili, artigiani, contadini, operai, ignari di strategie politico-militari più grandi di loro.

Se la maggioranza dei soldati semplici rimane sconosciuta alla Storia, molti si salvano dall’oblio grazie alla scrittura. Lettere, diari, cartoline documentano situazioni, mettono in luce il ventaglio delle sensazioni umane: la paura di un attacco, il pianto per la perdita di un compagno di sventura, la gioia per essere riusciti ancora una volta a scampare un pericolo, il conforto nella preghiera, il legame con gli affetti lontani.

Lettere d’amore dal fronte è una preziosa testimonianza. La guerra, il legame profondissimo tra due coniugi e la famiglia costituiscono i due piani narrativi. Sono tuttavia quasi assenti informazioni precise su interventi militari o descrizioni di battaglie: il centro del racconto è l’uomo, Felice e i suoi sentimenti.

Felice scrive molto, alcune sue lettere sono lunghe, ben scritte, se si pensa che ha frequentato solo la terza elementare. Un autodidatta ma avido lettore, rivela la nipote, di opere come I promessi sposi, I Sepolcri, La Divina Commedia e ovviamente La Bibbia data la sua fede convinta.
Colpisce che nel carteggio, indirizzato prevalentemente alla moglie, la guerra appaia addirittura come uno sfondo. I riferimenti alle circostanze di pericolo e disagio sono rapidi, fugaci. Allude alle condizioni atmosferiche “di giorno fa caldo, di notte fa freddo”, accenna alla paura per le avanzate, alla perdita del senso del tempo “non so più quando è domenica o lunedì”, a “pulci e pidocchi”, sassi e reticolati ma non insiste su particolari angoscianti, nemmeno quando accenna a un compagno morto sul colpo sotto un bombardamento o al ferimento del suo Tenente. Tra le righe si percepisce un “non detto”, indipendente dalla censura che interveniva sulla corrispondenza dal fronte, una volontà di tacere episodi dolorosi come se egli volesse proteggere i suoi cari dagli orrori della guerra.
Sto bene” è la frequente frase introduttiva dei suoi scritti; “parliamo d’altro”, ripete spesso; “non spaventatevi”, scrive in occasione dell’avanzata sul Monte Sabotino; “ho ancora la fortuna di scrivervi”, dichiara dal campo di prigionia in Germania.
Brevi flash. Vero che Felice si trova di solito nelle retrovie, scelto dal Comando per la sua professione di sarto – da civile era specializzato nella confezione di abiti talari – ma anche dietro il fronte la situazione non era certo idilliaca. Non cuciva le uniformi in un atelier! Inoltre, non per questo è meno profondo il suo sentimento di una Patria libera. La sera, scrive spesso con ardore agli amici al fronte, noncurante che qualcuno lo definisca “imboscato”. Vorrebbe al contrario essere con loro.

Nella loro densa brevità, le sue sono istantanee verbali che lasciano intuire un filtro narrativo tra il suo mondo e la famiglia a casa. Protegge anche se stesso. Oltre alla fede, la sua salvezza è l’amore: per i figli, gli amici di Pescarolo, la famiglia, soprattutto la moglie.
Il sentimento che lo lega alla “sua” Maria è potente, espresso con pudore quasi a volerlo tutelare. Si firma con un casto “tuo aff.mo sposo”, ma emergono qua e là complicità coniugale, intesa fisica tra un uomo e una donna, intensità di un’unione evocata dai “caldi affettuosi baci appassionati”, il ricordo delle sue carezze, il desiderio di stringerla forte a sé e baciarla a lungo. È bisogno di un contatto con la “sua” donna e non con una femmina qualsiasi che sarebbe stato facile per lui trovare in zona, come molti altri soldati. La bellissima espressione “ti bacio il cuore”, con cui conclude una delle sue dichiarazioni sentimentali, unisce passione e profondità di un legame. È sete d’amore che si placa nella “sua” Maria “fonte d’acqua freschissima” cui “porse avidamente le labbra”, scrive ricordando alcuni momenti stupendi trascorsi con lei durante una licenza. Non è l’ardore di un istante, è la confessione di un sentimento completo e duraturo. Come non percepire anche in queste pagine un “non detto” sulla tragicità delle condizioni al fronte e sulla forza di sopravvivenza dell’uomo?

Le parole di quasi venerazione di Felice per la moglie si rincorrono da una lettera all’altra. Su una incolla addirittura petali di violetta per il suo “unico amore”, “unico tesoro”.
felice-a-mariaDicono che l’amore aggiunge, non sottrae; arricchisce, non toglie; accende le tinte di un arcobaleno che, lì sul fronte, è oscurato dalle tenebre della violenza.

Questo libro consegna un destino individuale che, pur nelle avversità, si racconta attraverso il sentimento dell’amore, linfa in ogni momento della vita.

 

 

Dolomiti: vacanze e storia in controluce

Panorama della Val Badia dal Passo Gardena

Panorama della Val Badia dal Passo Gardena    (@fotoPrimulaMaBohème)

San Cassiano, in una vallata laterale della splendida Val Badia, ultimo paese prima del Passo Valparola se si esclude il piccolo centro abitato di Armentarola.

San Cassiano - Alta Badia

San Cassiano – Alta Badia   (@fotoPrimulaMaBohème)

San Cassiano dal Passo Valparola

San Cassiano dal Passo Valparola   (@fotoPrimulaMaBohème)

Fra il Monte Lagazuoi e il Sass de Stria, la strada conduce rapidamente al Passo Falzarego, e poi giù fino a Cortina! Siamo nel cuore delle Dolomiti.

Passo Valparola - sullo sfondo il Monte Averau

Passo Valparola – sullo sfondo il Monte Averau   (@fotoPrimulaMaBohème)

Qui trascorro gran parte delle mie vacanze estive da molti anni, una trentina circa, forse di più; conosco quindi bene questi luoghi, i prati, i sentieri, le rocce.
Ricordo San Cassiano quando ancora era formato da un gruppetto di case, un paio di hotel, quelli “storici” oggi diventati di lusso, che allora erano quasi delle baite. L’ho visto svilupparsi negli anni, arricchirsi di negozi anche esclusivi, ma l’atmosfera per me non è mai cambiata. È aumentata l’affluenza dei turisti, è vero; basta tuttavia pochissimo per ritrovarsi pressoché in solitudine su una roccia o in mezzo ai boschi per rilassarsi e godere delle bellezze della natura.
Passeggiare in montagna è spesso faticoso; lo sforzo è comunque sempre ricompensato dallo splendore del paesaggio, soprattutto se contemplato dall’alto di una cima.

Gruppo Conturines La Varella, sopra San Cassiano, al tramonto

Gruppo Conturines La Varella, sopra San Cassiano, al tramonto   (@fotoPrimulaMaBohème)

La Tofana

La Tofana    (@fotoPrimulaMaBohème)

Mentre ci si inerpica su tracciati talora ripidi e difficili e si osservano i meravigliosi scenari naturali, è spontaneo pensare agli avvenimenti bellici di cui queste montagne sono state teatro e ai numerosissimi caduti della Prima guerra mondiale.

Partire in escursione sulle Dolomiti non è solo sinonimo di vacanza. È anche camminare sulle tracce di una storia recente, la nostra, capirne la drammaticità che un testo, forse, non riesce a trasmettere fino in fondo. È riviverla “in controluce”, come se la pagina scritta messa contro un vetro permettesse di vedere ciò che, leggendo, si può solo intuire.
Credo sia questo spirito ad avere animato il bellissimo progetto di Paolo Rumiz su Repubblica Paolo Rumiz “La Grande Guerra, i sentieri del sangue perduto” resoconto a puntate di «un viaggio … sul fronte italo-austriaco per scoprire un’Italia meravigliosa e terribile».

Le possibilità di ripercorrere alcune tappe della Grande Guerra non mancano in Val Badia.
Il Sass de Stria, il Lagazuoi, Le Cinque Torri, il Col di Lana sono praticamente musei all’aperto: durante la guerra, furono costruite postazioni, scavati tunnel, trincee e camminamenti visitabili da qualche anno grazie al lodevole lavoro di recupero a opera degli Alpini della Protezione Civile, con patrocini e finanziamenti vari.

Il Sass de Stria ripreso dal Passo Valparola

Il Sass de Stria ripreso dal Passo Valparola   (@fotoPrimulaMaBohème)

Le Cinque Torri

Le Cinque Torri   (@fotoPrimulaMaBohème)

Cinque Torri - camminamento trincee Prima Guerra Mondiale

Cinque Torri – camminamento trincee Prima guerra mondiale   (@fotoPrimulaMaBohème)

Galleria del Lagazuoi

Galleria del Lagazuoi  (@fotoPrimulaMaBohème)

Oggi i sentieri che conducono sulle cime di queste montagne coincidono per quasi tutto il percorso con camminamenti, trincee e gallerie. È impossibile non riflettere: si suda, salendo, si ansima… e si ripensa alla tragica fatica di quei soldati, giovani, ragazzini, che avanzavano piegati sotto il peso degli zaini e degli armamenti che dovevano trasportare, «come pecore sotto il loro stesso peso» li descrive uno Standschützen (tiratore al bersaglio) in un suo diario. Nel giugno del 1915, mese dei primi scontri a fuoco, qui c’era la neve.

Sul Passo Valparola, tra l’alta Val Badia (Trento, Alto Adige) e il Passo Falzarego (Belluno, Veneto) esiste un fortino austriaco costruito tra il 1897 e il 1901 dall’esercito austro-ungarico. Fu bombardato durante il primo anno della guerra e rimase sotto forma di rudere per molto tempo. Da alcuni anni il Forte 3 Sassi ospita il Museo della Grande Guerra.

Museo Valparola
È una magnifica giornata di agosto: cielo terso, scarsissime nubi, fatto molto inusuale da queste parti. Decidiamo di trascorrere una mattinata immersi in quella che ho chiamato “la storia in controluce” e ci fermiamo al fortino.

Forte 3 Sassi

Forte 3 Sassi   (@fotoPrimulaMaBohème)

Al Forte 3 Sassi - Sentinella con uniforme degli Jäger bavaresi. Sulla destra uno scorcio del Sass de Stria

Al Forte 3 Sassi – Sentinella con uniforme degli Jäger bavaresi. Sulla destra uno scorcio   del Sass de Stria                    (@fotoPrimulaMaBohème)

Incontriamo un ragazzo che funge da guida all’interno e all’esterno del Forte. È un volontario, come tutti in questo museo. Parliamo un po’ con lui, gli chiedo se posso citarlo in un mio eventuale resoconto della visita e riportare alcuni dei suoi racconti. Mi autorizza lasciando trasparire un certo orgoglio, lo stesso con cui indossa l’uniforme del bisnonno.

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@fotoPrimulaMaBohème

«Era un soldato semplice, di fanteria – mi spiega – un soldato infanterist del 97° reggimento». Sebastian Franzò ha 20 anni e molti aneddoti non li ha letti sui libri; li ha sentiti, quando era bambino, dalla viva voce proprio del bisnonno e più tardi dal nonno. Lo dice con la consapevolezza di chi sta testimoniando un impegno, un ideale, una vita sacrificata per quell’ideale.
«Strano – replico – mi è difficile associare la parola ideale ad azioni di guerra». Mi risponde che quei soldati, austriaci o italiani che fossero, onoravano un giuramento, «non quello fatto alla bandiera o alla nazione, ma quello fatto a se stessi con un incredibile senso del dovere verso i propri compagni». «È a loro – prosegue – che è dedicato questo museo, a questi uomini normali cui sono state chieste azioni straordinarie e che in molti casi ce l’hanno fatta».

Capisco che quella raccontata in questo luogo e su queste montagne non è la storia scritta dai Generali o dai politici, ma quella di chi, mosso dal senso del sacrificio, ha avuto molti oneri ricevendone, poi, pochissimi (se non nessun) onore. Forse sto pensando a voce alta o forse Sebastian interpreta la mia espressione di sdegno. Ci tiene infatti a sottolineare che, contrariamente a quanto avveniva nell’esercito austriaco, i militari italiani non ricevevano onorificenze importanti. Non si poteva mostrare all’opinione pubblica e alla stampa che chi stava davvero vincendo la guerra erano i soldati semplici. Nonostante i numerosi rapporti che attestavano il loro eroismo, al massimo era loro assegnata una medaglia di bronzo. Quelle d’oro erano riservate agli ufficiali e ai capi di Stato Maggiore.

Logica perversa che si aggiunge, aggravandola, all’assurdità della guerra. Anche sentire l’espressione “vincere la guerra” quando l’Italia ha perso migliaia di uomini su queste montagne, e non solo, mi fa rabbrividire. Il bilancio già al primo assalto a fuoco in questa zona è stato di 249 morti tra gli italiani, 1 tra gli austriaci.
Un disastro… e la guerra l’abbiamo vinta…

Il mondo era/è davvero a rovescio.

Questo, inoltre, è stato un conflitto non solo combattuto da uomini contro uomini, ma anche da uomini contro le montagne, «giganti di roccia che ci bloccano il cammino» come le avevano definite, dice Sebastian, i fanti della Brigata Reggio, giovani sardi che non erano certo abituati a questi colossi. Scavare gallerie e trincee significava creare postazioni per assaltare il nemico e sorprenderlo, ma anche costruire ripari non momentanei, veri e propri posizionamenti in cui rimanere per moltissimo tempo. La guerra di trincea è statica e sulle montagne si combatteva, si sparava, si moriva, si “viveva” in condizioni disumane.

All’esterno del Forte si segue un sentiero che percorre l’Edelweiss, avamposto militare austriaco di prima linea al cui interno i soldati avevano scavato una trincea di collegamento.

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@fotoPrimulaMaBohème

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Avamposto Edelweiss

Avamposto Edelweiss   (@fotoPrimulaMaBohème)

Camminamento avamposto Edelweiss

Camminamento avamposto Edelweiss   (@fotoPrimulaMaBohème)

La ricostruzione del 2004 permette oggi di vedere le simulazioni della vita del soldato nelle baracche.

Baracca cucina

Baracca cucina   (@fotoPrimulaMaBohème)

Interno della baracca cucina

Interno della baracca cucina  (@fotoPrimulaMaBohème)

Baracca degli Ufficiali

Baracca degli Ufficiali   (@fotoPrimulaMaBohème)

Interno della baracca degli ufficiali

Interno della baracca degli Ufficiali   (@fotoPrimulaMaBohème)

Foto del 1915 - ufficiali nella baracca in un momento di "relax" attorno al tavolo, elemento importante nella baracca

Foto del 1916 – Ufficiali in un momento di “relax” attorno al tavolo, elemento importante nella baracca

Interno di una baracca per i soldati comuni

Interno di una baracca per i soldati comuni   (@fotoPrimulaMaBohème)

Da una piccola finestra della baracca per soldati comuni

Da una piccola finestra della baracca per i soldati comuni   (@fotoPrimulaMaBohème)

Contrariamente alla baracca degli ufficiali, con letti singoli, qui le brande erano comuni. Destinate a dodici persone, in realtà ve ne dormivano anche venti. La stufa garantiva una temperatura costante di – 5 gradi, il massimo che si poteva avere. Ci si coricava vestiti, si mangiava nel letto quando il freddo era particolarmente pungente. Nel caso di attacco del nemico (italiano in questo caso) era difficilissimo sparare perché le mani congelate impedivano di premere il grilletto. Osservando l’ambiente, ora ordinato e pulito, è inevitabile immaginarlo pieno di uomini che non potevano uscire da lì: all’esterno il manto della neve arrivava all’altezza delle finestre, all’interno le condizioni erano di promiscuità e scarsissima igiene; inoltre, la postazione non era adeguatamente protetta (lo si può costatare ancora oggi) ed era facile bersaglio degli italiani sulle cime circostanti, per esempio il Col di Lana.

la prima linea austriaca sotto il Sass de Stria

La prima linea austriaca sotto il Sass de Stria   (@fotoPrimulaMaBohème)

Il racconto di Sebastian è particolarmente appassionante.

Come detto, Forte 3 Sassi è stato un avamposto austriaco, ma questo giovane alpino sa trasmettere le emozioni di entrambe le parti in lotta l’una contro l’altra. Ora è italiano, il suo bisnonno gli ha testimoniato il punto di vista opposto e lui sa farne una sintesi obiettiva e avvincente. La violenza della guerra, le difficoltà che tutti indistintamente hanno incontrato su queste montagne rendono uguali.

Sebastian ci mostra alcune uniformi italiane facendo notare come gli indumenti fossero inidonei per quei luoghi e le temperature invernali.

Alpino italiano

Alpino italiano   (@fotoPrimulaMaBohème)

È la classica uniforme della fanteria, quella da combattimento: una giacca grigio verde, senza tasche, molto povera, e la mantellina tipica di questo corpo dell’esercito italiano. Essendo di panno, la protezione contro il freddo, la pioggia, la neve e il vento era quasi nulla. Del resto, la vita di un soldato valeva veramente poco.

In una bacheca vedo delle pinze.
«Sono taglia reticolato – mi corregge Sebastian – ed erano usate dalle compagnie della morte italiane, volontari con il compito di uscire dalle trincee, soprattutto di notte, e di andare a tagliare e aprire dei varchi nei blocchi di filo spinato a cui gli austriaci avevano aggiunto piccoli cavi elettrici che, se recisi, facevano accendere luci o funzionare sirene per localizzare il nemico».
I protagonisti del racconto di Sebastian mi sembrano un po’ diversi da quelli descritti per esempio qui.
Ha letto questa testimonianza sicuramente in uno dei reperti cartacei ritrovati in zona.
«Una notte, due assaltatori caddero in trappola e furono individuati dagli austriaci. Si liberarono dell’equipaggiamento che indossavano e riuscirono a raggiungere la trincea. Fecero rapporto al tenente che, anziché chiedere delle loro condizioni o se avessero aperto il varco, domandò dove avessero lasciato le pinze. Uno rispose di averle perse: gli austriaci li avevano individuati e loro avevano pensato solo a salvarsi. Il tenente ordinò di andarle a riprendere: erano strumenti importanti e costavano molto. Il soldato obbedì, uscì dalla trincea e non tornò mai più».
«Una pinza valeva più della vita di un uomo» mormoro guardando la bacheca.
Tra il rammaricato e il cinico, Sebastian mi spiega che «in effetti il suo prezzo era di 40/42 lire mentre un soldato italiano riceveva 1,40 lire al giorno, detratti i costi dell’uniforme che portava, la sua usura, i proiettili che sparava, il cibo e la legna che usava per scaldarsi».
Resta il fatto che un oggetto, tagliafili, fucile, corazza che fosse, era più importante della vita di un soldato.

In questo dramma, era di grande aiuto recitare una preghiera, ricevere una benedizione, ascoltare la Messa.

Piccolo altare da campo

Piccolo altare da campo   (@fotoPrimulaMaBohème)

Il “prete da campo” o “prete da guerra” diventava allora una figura di riferimento non solo per il supporto morale che poteva dare, ma anche in quanto tramite tra i soldati e le loro famiglie. I giovani alpini erano per lo più analfabeti e potevano dettare le lettere ai sacerdoti che, a loro volta, le comunicavano ai parroci delle località di provenienza dei ragazzi. Le loro parole venivano trascritte e lette ai familiari. Che ruolo importante! E quanta tristezza in queste lettere dal fronte (ce ne sono molte nelle bacheche del museo), quanta nostalgia, ma al contempo fierezza e desiderio di farcela per sé e i compagni.
Sentimento di unità e senso di appartenenza davvero commoventi per gli atti eroici che hanno animato e che la storia della cengia Martini testimonia in modo emblematico.
Rumiz l’ha evocata in un  articolo del 23 agosto 2013 su Repubblica

Io lascio parlare Sebastian.

Il racconto è dettagliato, ma lo riporto integralmente poiché mi emoziona proprio per questo: mentre lo ascolto mi sembra di vedere scorrere davanti ai miei occhi la scena di un film. Purtroppo è realtà.

Scorcio della cengia Martini nel 1917

Scorcio della cengia Martini nel 1917

La cengia Martini oggi

La cengia Martini oggi    (@fotoPrimulaMaBohème)

«Questa cengia fu occupata a lungo da un gruppo di soldati toscani, comandati dal senese Ettore Martini.
Gli alpini non arrivarono qui arrampicandosi; era impossibile a causa degli austriaci che tenevano queste pareti sempre sotto tiro. Vi arrivarono scavando una galleria che sfocia sulla cengia e tennero questa posizione per due anni. Due inverni di guerra che passarono arroccati su questo balcone di roccia in condizioni di inferiorità sia numerica che strategica. Di fatto erano letteralmente accerchiati: sulla cima del Piccolo Lagazuoi c’erano KaiserSchützen e StandSchützen; i nemici sparavano ai lati della cengia; dietro di loro, a 500 metri in linea d’aria, anche la cima del Sass de Stria era austriaca. Ricevevano rifornimenti tramite quella galleria che avevano scavato per arrivare alla cengia.
Gli austriaci tentavano di colpirli ogni giorno con bombe a mano e mitragliatrici. A ogni sparo i soldati italiani rispondevano in tono canzonatorio “più a destra”, “più a sinistra”, “mancato il tiro”, “aggiusta la mira”. I militari dell’esercito austriaco erano ampezzani, di Cortina; capivano bene l’italiano, si sentivano presi in giro, anche stupiti che gli italiani fossero così di buon umore in quella situazione. Non riuscivano comunque a farli spostare dalla loro posizione.
Si decise quindi di distruggere la cengia con delle mine. Ne furono esplose quattro nell’arco di un anno»

Il tempo durante la Grande Guerra su queste montagne era davvero dilatato.

«Furono scavate tre differenti gallerie, ma le mine non risolsero nulla: ogni volta che esplodevano, nel corso del tunnel venivano deviate dalla roccia che sembrava quasi proteggere gli alpini. La postazione sulla cengia sembrava indistruttibile.
Ci provarono una quarta volta, nel luglio del ’17. I soldati italiani sentivano il nemico scavare e arrivare molto vicino a loro da dentro la montagna. Andarono a sentire direttamente là dove pensavano fosse stata piazzata la mina: erano abituati a questa operazione. Non sentire più il nemico scavare significava che la galleria stava per esplodere.
Quindi Martini ordinò ai suoi soldati di ritirarsi e di rifugiarsi proprio in quella galleria che loro stessi avevano scavato e che li aveva condotti lì. Tutti tranne uno che si offrì volontariamente di non lasciare scoperta la posizione nel caso in cui la mina non fosse esplosa. Si posizionò a una trentina di metri dal punto in cui si pensava fosse stata collocata.
La mina esplose alle due di notte; il corpo di quel volontario non fu ritrovato mai più.
Gli austriaci cominciarono a festeggiare. Guardando dall’alto della cresta del Piccolo Lagazuoi non vedevano più nulla, né cengia né uomini.»

Annuisco mentre Sebastian parla: avevo già letto la storia di questa esplosione. Alcuni dettagli però li ignoravo completamente e resto basita mentre ascolto ciò che avvenne in seguito.

«Martini passò in rassegna i suoi uomini: alcuni erano feriti, molti intossicati dal gas dell’esplosione ma ancora in grado di rispondere ai suoi ordini. Chiese a tutti quelli che possedevano uno strumento di suonare, agli altri di cantare.

E tu Austria che scendi dai monti
Vieni avanti se hai del coraggio
E se la Buffa ti lascerà il passaggio
Noi altri alpini fermarti saprem

Gli austriaci ampezzani, che capivano, non potevano credere alle loro orecchie. Non solo gli italiani erano ancora vivi, ma avevano la forza di cantare.
Ebbene, questo canto aveva uno scopo.
Dall’altra parte del Falzarego, sul Col Gallina, erano sistemati altri alpini che avevano assistito all’esplosione. Il loro comandante spiegò perché stavano cantando: non solo volevano far capire agli austriaci che la loro volontà di resistere non era stata distrutta, ma soprattutto intendevano comunicare ai loro compagni del Col Gallina che il fronte non era caduto, che la prima linea non si era spostata. A queste parole gli alpini, che avevano già impugnato le armi, tentarono di scendere dal Col Gallina, di attraversare il Passo Falzarego e quindi di rompere l’accerchiamento. Era notte, gli austriaci sparavano da tutte le parti; missione perciò difficile se non impossibile.
All’alba, i soldati di Martini uscirono dalla galleria e ripresero posizione sulla cengia. Notarono dei cambiamenti: l’esplosione aveva fatto cadere un enorme masso che si incastrò tra la cengia stessa e la prima posizione nemica. Servirà da ponte per andare a consegnare un messaggio agli austriaci, conservato perché trascritto dall’ufficiale nel suo diario.

Grazie di averci prolungato la cengia. Molto presto verrete a fare la nostra conoscenza.
224a compagnia Alpini Minatori
W l’Italia

Questi soldati rimasero su questa postazione fino alla disfatta di Caporetto. Caduto tutto il fronte italiano, anche loro furono costretti a ritirarsi nel basso Veneto, verso il Piave. Quando avvenne, gli austriaci si alzarono il cappello e non spararono; il loro comandante definì gli alpini italiani “non uomini, ma duri come la roccia”.
Finita la guerra, molti di loro restarono in montagna, qui o altrove, a continuare il lavoro che facevano anche prima; erano minatori e ora scavavano la roccia non più per uccidere ma per portare a casa un pezzo di pane.
Martini verrà a trovarli, si commuoverà nel vedere, come dirà, i loro “volti di bambini messi in corpi di uomini”».

Qui termina la celebre storia della cengia Martini e anche la nostra visita al Museo. Salutiamo Sebastian, lo ringraziamo per la disponibilità, la sua esposizione coinvolgente.
Prima di uscire dal Fortino, una scritta mi colpisce. Non posso esimermi dal fotografarla poiché sintetizza una grande verità

Grande Guerra43

@fotoPrimulaMaBohème

Questa ruota non smetterà mai di girare. Quante guerre ci sono ancora oggi nel mondo, più o meno dimenticate? Non impareremo mai dalla storia, purtroppo.

Fuori incontriamo la sentinella che ha lasciato la sua postazione per un momento di pausa e per fumarsi un sigaro. Ci fermiamo a scambiare quattro chiacchiere.
«Complimenti per il vostro impegno. Questo è davvero un grande servizio per i cittadini. Verranno senz’altro molti studenti qui con i loro prof» chiedo interessata, da ex insegnante.
«A dire il vero non molti. doccia fredda per me – Poche scuole, anche delle zone attorno.»
Non approfondisco. Mi arrabbierei troppo. Ma come? Esiste la possibilità di far “vivere la storia” e non la sfruttiamo? Posso capire che l’organizzazione non sia delle più semplici per istituti lontani da qui. Ma le gite scolastiche oggi si chiamano “viaggi di istruzione” : mi sono sempre battuta per dare un senso a tale definizione. È vero che i ragazzi amano divertirsi in quei giorni, desiderio assolutamente logico e comprensibile. C’è tempo e spazio tuttavia per ogni cosa: per lo struscio a Cortina, un salto in discoteca la sera e un tuffo nella nostra storia.
Basta pianificare e, soprattutto, basta volerlo.