Tradizioni

Un bambino in una cascina della campagna cremonese, chiamata I Quadri, è protagonista, con la famiglia, di tradizioni ormai appartenenti al passato.
Nel libro Le radici nell’anima, Guido si racconta attraverso le mie parole perché alcune consuetudini, molto semplici ma arricchite e animate  da profondi  sentimenti, non si perdano con lo scorrere del tempo.

separatore 1L’arrivo della primavera era la rinascita della campagna. Il ciclo della vita, di piante, campi e persone, riprendeva a pieno ritmo.
All’inizio di aprile spuntavano le prime piantine di granoturco e appena sporgevano dal terreno di dieci – quindici centimetri, era necessario andare a zappare la terra e strapparle se troppo vicine in modo che fossero a una distanza di circa due spanne una dall’altra. Era un lavoro massacrante per la schiena; solo chi l’ha provato può capire la fatica di restare chinati per ore.
A fine aprile o inizio maggio, inoltre, cominciava il periodo dei cavaléer.¹ In quei giorni, ogni famiglia acquistava al Consorzio Agrario una o due once² di piccolissimi vermi. Si aprivano le scatole in cucina su una parte del tavolo, si depositavano le larve sopra un foglio di carta gialla e si ricoprivano con foglie di gelso tagliate molto fini, operazione ripetuta tre volte, mattino, mezzogiorno e sera. Giorno dopo giorno le larve crescevano, si allargavano e gradatamente occupavano sempre più spazio sul tavolo. Nel frattempo in cucina e in una stanza da letto si preparavala scaléera3 di sei o sette ripiani sui quali crescevano i bachi daseta fino a raggiungere la dimensione del dito mignolo di una mano.
Le foglie di gelso erano il loro unico nutrimento: ne mangiavano con voracità, dapprima sminuzzate poi intere quando il baco raggiungeva lo stadio della fürìia4. Dovevano anche essere sempre fresche e asciutte, quindi era necessario procurarne ogni giorno. Occorrevano parecchi sacchi di queste foglie;
almeno tre persone erano occupate per un’intera mattinata a fàa la fùja5 ai gelsi, che si trovavano ai bordi dei campi o sulle sponde dei fossi, e a trasportare i sacchi a casa.
Il periodo d’allevamento del baco durava quaranta giorni; gli ultimi dieci erano i più impegnativi proprio perché il baco mangiava “a furia”. Era “maturo” e cominciava a formare il bozzolo entro il quale si rinchiudeva: giallo, grande quasi quanto una noce e protetto da una massa di fili sottili simili a una ragnatela. Solo un terzo circa dei bozzoli alla fine risultava sano; gli altri non si potevano utilizzare o perché incompleti o addirittura nemmeno iniziati per la morte del baco. Quelli integri erano ripuliti dalla lanuggine che li avvolgeva, messi in appositi cesti e portati infine allo stabilimento della filanda dove, con un processo particolare, veniva ottenuta la seta.
Il ricavato dalla vendita dei bozzoli era diviso a metà con il padrone poiché i gelsi da cui si prendevano le foglie erano di sua proprietà.
Chi non ha vissuto quest’esperienza non può immaginare davvero il disagio dell’intera famiglia durante quei quaranta giorni! Per la presenza dei bachi eravamo costretti a mangiare agli angoli della cucina o della stanza da pranzo; noi figli maschi abbandonavamo i nostri letti e andavamo a dormire su un pagliaio preparato sotto un porticato mentre le nostre sorelle rimanevano invece nella stanza e usavano un materasso disteso a terra ai lati della scaléera. Ricordo inoltre ancora l’odore sgradevole emanato dalle larve durante le mute e negli ultimi giorni della quarantena quando alcuni bozzoli morivano diventando gialli e puzzolenti.
Che miseria! Costretti a vivere in quel lerciume per guadagnare qualcosina. Era proprio una condizione indecorosa, una vita indegna per un essere umano.

separatore 1Un bel gruppetto di bambini coetanei animava la vita dei Quadri: eravamo otto in tutto tra figli di contadini e del padrone.
Compiuti i sei anni, cominciammo insieme a frequentare le elementari. La cascina distava quattro chilometri da Pessina, quindi dalle scuole comunali, e per essere puntuali dovevamo alzarci molto presto. Alle sette del mattino partivamo da casa, percorrevamo a piedi quel tragitto ogni giorno con il sole, la pioggia, a volte la neve quando non era troppo abbondante o il ninsòt6 del padrone non era disponibile.
Formavamo una bella comitiva unita e allegra. Al ritorno da scuola urlavamo sulla stradina, in lontananza, per avvisare i nostri. Le brutte giornate rendevano difficoltoso il percorso; l’arrivo della primavera ci faceva invece sentire finalmente liberi: via i pesanti indumenti invernali, abiti più leggeri e poi… il piacere di toglierci le scarpe e le calze rientrando a casa! Camminavamo a piedi nudi sulla ghiaia che copriva la strada o sull’erba appena spuntata quando attraversavamo i campi: che sensazione appagante il contatto con la terra!

La Settimana Santa era per noi un vero e proprio spartiacque: chiudeva le porte all’inverno e spalancava le finestre alla primavera. Il Giovedì Santo iniziavano le funzioni del Triduo pasquale, memoriale della passione, morte e risurrezione di Cristo, per i cattolici il culmine dell’anno liturgico. La messa in Cœna Domini era, ed è tuttora, una funzione solenne: il ricordo dell’ultima cena di Gesù prima della crocifissione. Alla fine della celebrazione si “legavano le campane” e non si potevano più suonare fino al giorno di Pasqua all’annuncio “Gloria a Dio nell’alto dei cieli” intonato o recitato dal sacerdote.
Il Sabato Santo, nella nostra cascina come in tutta la Pianura Padana, era usanza seguire la tradizione di sgüràa le cadèene 7, quelle del focolare cui erano appese le pentole per cucinare e il paiolo per la polenta, alimento che la faceva da padrone sulle tavole tutti i giorni e a ogni pasto. Il camino era quindi molto usato e le catene si annerivano ricoperte da uno spesso strato di fuliggine. Una volta l’anno era perciò necessaria una bella pulizia.
Noi ragazzini eravamo i “lucidatori ufficiali”: liberi dalla scuola e da altri impegni in oratorio o in chiesa, potevamo dedicarci a questo compito divertente. La mamma staccava la catena dal camino e me la legava attorno alla vita con una fune. Poi tutti in gruppo iniziavamo a correre a piedi nudi lungo le strade sterrate trascinando quella strana “coda” che, sfregando sulla ghiaia, si ripuliva fino a sembrare nuova come se gli anelli fossero stati smerigliati da una mola.
Un ipotetico viaggiatore che fosse capitato per caso da quelle parti avrebbe sentito, da lontano, un suono metallico spezzare il silenzio delle campane mute, accompagnare di tanto in tanto il muggito di qualche mucca, lo starnazzare delle oche o il chiocciare delle galline. Avvicinandosi, avrebbe visto un nugolo di polvere sollevato dai “lucidatori” che scorrazzavano in lungo e in largo, e per ore, sulle stradine attorno alla cascina.
Ogni lavoro che si rispetti ha il suo compenso, come è giusto che sia. Il nostro era ripagato con un premio: un uovo sodo colorato 8 la mattina di Pasqua.
Oggi potrà sembrare poca cosa, in realtà allora rappresentava un grande riconoscimento. L’uovo intero era riservato, durante i pasti, al papà e ai fratelli maggiori che lavoravano nei campi; a noi bambini spettava la metà. Per un giorno ci sentivamo adulti …

dal libro Le radici nell’anima, Apostrofo Editore, 2016

Cascina della Pianura Padana- foto di Daniele Disingrini

Cascina della Pianura Padana –  foto di Daniele Disingrini

1  Allevamento dei bachi da seta
2  Unità di misura. 1 oncia = circa 60mila uova
Struttura di pali e graticci con ripiani in canne di bambù di circa 2 metri x 3,
   fissati a una distanza di 40 cm. in altezza.
Ultimi giorni dell’allevamento quando il baco mangiava moltissimo
5  Raccogliere le foglie del gelso per i bachi da seta
Slitta, usata in campagna per traini
Lucidare le catene
Bollito nell’acqua insieme a carta colorata