Il valzer sull’orlo del pozzo

Uno dei miei ricordi più belli è quando io e la nonna poggiavamo un piccolo mangianastri sull’orlo di Merlino, alimentato da una prolunga che partiva da casa, e insieme ballavamo il valzer. Era il ballo preferito della nonna. Io non ero un grande ballerino, anche perché la mia altezza non dava l’immagine di un degno cavaliere adatto a lei. Nelle sue mani ero un piccolo burattino, ma i nostri corpi erano lì, la nostra essenza era trascinata dal vortice dell’illusione. Diventavamo piccolissimi e cominciavamo a ballare sull’orlo del pozzo, mentre lo stereo si trasformava in un’orchestra con archi, viole, arpe, chitarre, clarinetti, fisarmoniche, e il gracidare delle rane un coro stonato; l’acqua del pozzo traboccava fino a diventare un lago argentato e noi volteggiavamo intorno dimenticando il mondo intero. Non esisteva più nessuno, all’infuori di noi e della nostra voglia di ballare. Ed io ero contentissimo.
«Nonna ma che cos’è questa musica?» Le domandavo mentre ballavamo.
«È la felicità, Cesare».
E ridevamo.

È un breve estratto dal romanzo Il valzer sull’orlo del pozzo di Ro Meo, blogger, caro amico, ora anche promettente scrittore nonostante lui non ritenga calzante per sé l’appellativo e si protegga dietro una naturale modestia.

Erodaria legge queste parole a degna conclusione dell’incontro, bellissimo, di sabato 16 dicembre presso l’atelier di Cecilia Gattullo a Torino. Un’atmosfera ricca di calore, un gruppo riunito attorno a un ideale focolare: il libro di Romeo, appunto. Coinvolgente, si legge d’un fiato, regala emozioni e numerosi spunti per riflettere sulla vita. Opera prima, non sembra tuttavia tale valutando la maestria con cui è gestita la narrazione.

Cesare, il protagonista, si racconta e dispone scampoli della sua biografia che il lettore ricuce sino al nodo di chiusura, un punto fermo dopo un ricamo a zigzag.

Il Prologo informa sulla data di nascita del libro: «questo 1995». Il lettore è proiettato in un periodo ben preciso, si accomoda vicino all’io narrante in uno spazio indefinito: una camera con un’ «unica finestra» dove giunge l’eco di una canzone che qualcuno ascolta nella «stanza accanto». Fuori «piove inesorabilmente da giorni». Un luogo qualunque, quindi, e nessun’altra indicazione. Solo la certezza del riferimento al presente degli anni ‘90. Un flashback fa ritornare all’improvviso «indietro nel tempo», precisamente al 1971, anno in cui nasce Cesare. La ricostruzione narrativa può iniziare.

Da un capitolo all’altro, ci si sposta in continuazione nel tempo e nello spazio seguendo due direzioni parallele: lo ieri a Inverno, «piccolissima frazione» di una città mai nominata nel romanzo, si alterna all’oggi nell’ospedale psichiatrico. Man mano che il racconto procede, la distanza temporale tra passato e presente diminuisce fino a scomparire e ad annullarsi in una notte di tentativi e confusione, sogni da realizzare e crollo della speranza, voli da spiccare e mani come tenaglie a impedire il decollo. Notte di contrasti: luci intermittenti, alba spezzata, sole decapitato, cielo nero stracarico di pioggia. Svolta radicale nella vita di Cesare, lui, timoroso del cambiamento, vissuto in un paesino di circa mille abitanti dove tutti si conoscono, nel quale ogni cosa pare avere la fissità della neve ghiacciata sui rami e l’immobilità della bambagia familiare che l’ha protetto. Quella notte smuove la coscienza, strappa le radici, taglia il cordone ombelicale, getta una luce retroattiva sui perché, conferisce consistenza – nella rottura – alla ricerca di un «posto nel mondo».

Smarrimento, disagio, estraneità: sensazioni che accompagnano Cesare tutta la vita, a Inverno come in ospedale, e lo fanno sentire fuori contesto anche quando gli altri sono come lui.

Cominciai a sentirmi solo e ridicolo nell’orribile divisa da studente: grembiule nero e fiocchetto blu. Sembravamo usciti da una tipografia dove ci avevano stampato tutti con la stessa matrice e nonostante fossimo tutti uguali, continuavo a sentirmi inadeguato e fuori luogo.

A volte mi stupisco di me stesso. Mi ritrovo a dialogare con persone che sono totalmente fuori di testa o forse devo leggere la cosa in un’altra prospettiva: sono loro che dialogano con uno fuori di testa?

Chi è sano? Chi malato? Cos’è la normalità? Il silenzio di Antonio, la loquacità ripetitiva di Gianna, il can-can di Moira, sconclusionato e comunque solare, i medici in salute che devono valutare i matti e sono tuttavia anch’essi strani agli occhi di Cesare? La sua visione della realtà circostante in manicomio è molto lucida. Osserva, analizza, fotografa e coglie dettagli significativi. Diffidente nei colloqui con gli specialisti, fatica a rispondere non perché non sappia cosa dire, lo trova semplicemente inutile. Ogni affermazione sarebbe inadeguata e forse non capita fino in fondo. Spesso dà «la risposta che volevano loro».

Cesare, in realtà, non mi appare estraneo a tutto. Da bambino, non ama la scuola ma gli piace studiare, non la considera come luogo di relazioni ma adora la cultura. Si sente bene quando è nei campi, a contatto con la natura, vicino al suo amico pozzo Merlino con cui parla, sui libri che spesso legge appoggiato al muretto o seduto sull’orlo. Da paziente, prova solidarietà verso i suoi «compagni di viaggio» e i loro gesti spontanei che suore e infermieri vogliono bloccare e sedare. Non esterna tuttavia i sentimenti e non si apre con i dottori. Lo vedo perciò estraneo al gioco sociale, alla commedia verbale del linguaggio che si rifiuta di recitare e di cui respinge le convenzioni. Ha sprazzi di felicità quando percepisce il mondo come lontano, quando balla il valzer con la nonna o fa l’amore per la prima volta. In questi momenti conta il presente, essere lì, ora, con tutto se stesso, capace di «non sprecare la vita» come il nonno gli suggerisce spesso.

Alla fine del percorso, Cesare ha completato la formazione interiore e si appresta a ripartire.

Auspico che non tema la pioggia il cui rumore ha scandito ogni momento della sua vita: diluvio, tempesta, temporale, secchiate d’acqua, scrosci, grandine tamburellante in un pomeriggio d’intenso dolore, ticchettio costante sui vetri dell’ospedale, anche acqua dolce, delicata e calda in occasione del primo bacio. Cesare è nato insieme al pozzo, il pozzo ha ripreso vita il giorno in cui è nato Cesare: talmente uniti da essere interdipendenti. Hanno un destino comune, un’aspirazione condivisa: tentare un viaggio insieme. Nell’acqua esiste il rischio di naufragare, è vero, ma dove scorre c’è fertilità.

Auguro a Cesare di piantare i semi che gli hanno regalato con la consapevolezza che alcuni germineranno, altri no. Nessuna paura però: ha imparato a estirpare ciò che lega e rende statici, un passato da non cancellare semmai da sublimare in nuove prospettive e progetti di moderne mongolfiere.

Brindo con lui alla leggiadria di un ballo. Gli archi e i fiati del Valzer dei fiori cederanno spesso all’aggressività di ritmi e beat pesanti, ricordando che ogni riff di chitarra ha comunque la propria armonia.

Faccio il tifo, infine, affinché Cesare, che adora la musica, possa tirare un calcio di rigore come Nino del suo amato Degre e perdersi nel mondo in un altrove cui lui, e solo lui, darà colore e forma.

 

 

 

“Sintesi additiva” di Carlotta Pederzani

              È con vero piacere che ripropongo questa bella recensione in altra sede. Vuole essere un omaggio a chi l’ha scritta e all’opera che ne è oggetto.

Rende benissimo l’essenza dei versi di Sintesi Additiva e della sua giovane autrice.

Conosco Carlotta da quando era un’adolescente, l’ho vista crescere come donna e maturare come alunna in modo straordinario negli anni del Liceo.
L’intelligenza, la curiosità, la sete di cultura hanno fatto di lei una studentessa modello, sempre aperta a nuove proposte e, anche, sempre pronta a fornire spunti di approfondimento, a stimolare e “stuzzicare” l’insegnante di turno, rifiutando di conoscere “per approssimazione” e di apprendere “per giustapposizione”.
Una pacchia per me.

Ma non immaginatela chiusa in una torre d’avorio china sui libri, moderna versione femminile di Leopardi! Al contrario! È estroversa e gioviale, il suo spirito cameratesco, il suo humour arguto. Coglie gli stimoli dalla ricchezza dell’esistenza: la sua, interiore, e quella esterna che vive con intensità, afferrandone i contorni e aggiungendone sfumature.

La scrittura è il suo universo, il mondo della poesia il suo elemento naturale.

Ricordo quando le ragalai l’opera completa di Rimbaud. Eravamo rimaste sole al termine dell’orario di lezione, una sesta ora come diciamo noi in gergo a scuola. Carlotta era entusiasta, commossa e incredula che la sua prof di letteratura francese potesse farle un simile dono.

In realtà il dono l’ha fatto lei a me. Il nostro è sempre stato un rapporto di stima reciproca che si è trasformato man mano in affetto e amicizia.

Ora che abbiamo lasciato il Liceo, lei i banchi io la cattedra, le auguro dal profondo del cuore che la sua vocazione continui ad alimentarsi con l’ardore con cui è nata e con il lavoro che un poeta sa fare e deve fare sulla lingua.
“Manier savamment une langue” scriveva Baudelaire. Carlotta ne è perfettamente in grado: la ricerca lessicale e la pregnanza delle immagini nelle sue composizioni lo dimostrano.

Charlie (come la chiamano affettuosamente amiche ed ex compagni di scuola) ha ormai spiccato definitivamente il volo …