E ora, a noi due

Un post di qualche tempo fa finito per sbaglio in un angolino buio del blog. Lo ripesco dal cestino in cui è scivolato. Le numerose analogie tra le riflessioni di Balzac e la società odierna valgono, a mio avviso, una risurrezione se, come leggo in un tweet molto recente, «il punto è questo… meglio essere benestanti e pregiudicati o essere onesti ma morti di fame?» L’essenza dell’uomo non cambia: sentimenti, passioni, emozioni, bassezze o gesti nobili restano immutabili. Può rinnovarsi il modo di esprimerli, ma non la loro sostanza.

Le Père Goriot, uno dei tasselli dell’imponente Comédie Humaine sembra in effetti davvero scritto da un autore di oggi, se non per lo stile, per alcuni messaggi di una sconcertante attualità. Personaggi e situazioni appaiono quasi come uno specchio dei nostri tempi: donne e uomini che vivono di apparenza, recitano un ruolo nel mondo del lavoro, in famiglia, nelle relazioni interpersonali, nella società. È una “pièce teatrale” alla quale il lettore assiste: mai titolo Comédie Humaine fu più azzeccato. Si finge, sempre e comunque, scientemente. Scelte e atteggiamenti sono frutto di un calcolo ragionato. Scopo? Diventare importanti, qualcuno che conta, uscire dal limbo dell’oblio o dell’indifferenza altrui, apparire. Poco importa se la sostanza non corrisponde alla forma.

Il romanzo pullula di personaggi; il protagonista è tradizionalmente considerato, e a ragione, chi dà il titolo al romanzo stesso, Goriot appunto.  Eugène de Rastignac e Vautrin sono tuttavia, dal mio punto di vista, le figure che danno una dimensione di modernità all’analisi sociale.

Il primo è un giovane di provincia che arriva a Parigi per studiare legge, ignora le dinamiche dei rapporti umani in questa grande città e deve impararle, se vuole attuare il suo programma professionale e di vita; il secondo è il suo mentore, il  consigliere che lo educa ai “nuovi valori” senza i quali non si va da nessuna parte.

Lei è ancora troppo giovane per conoscere bene Parigi, più tardi imparerà

Vautrin non è certo un uomo colto e nemmeno un borghese: è un individuo di bassa estrazione sociale che ha fatto di tutto nella vita, compreso un omicidio; conosce bene il mondo e trasmette al suo pupillo pillole di “saggezza” maturate in lui grazie alla condizione di perenne pregiudicato e infiltrato nelle alte sfere. Le persone cosiddette per bene hanno avuto bisogno di lui e ancora se ne serviranno. Lui ne approfitterà, sfruttandole a sua volta.

Le pagine in cui Vautrin trasmette a Eugène la sua “filosofia” fanno immaginare il nostro presente, le figure dominanti, i comportamenti ricorrenti di fronte ai quali provo un profondo desiderio di aria pulita. Si è disposti a qualunque compromesso persino con la propria coscienza in nome dell’affermazione personale. Non vi è nulla di negativo nel coltivare ambizioni o aspirare alla realizzazione dei propri progetti. Ora, si possono raggiungere risultati con il talento, le capacità personali, una condotta esemplare: logico e auspicabile. Ma che fatica! Perché sprecare tanta energia quando è possibile ricorrere ad altre vie più brevi e agevoli? Nessuno ci criticherebbe, anzi! Poiché ormai «non ci sono princìpi, ma solo fatti, non ci sono leggi, ma solo circostanze!» spiega Vautrin a Eugène. Corruzione e disonestà sono quindi la norma, non solo per i ricchi ma per tutti poiché «l’uomo è lo stesso in alto, in basso, in mezzo».

Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste. L’onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango. La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l’arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne sentirà la punta acuminata.

L’onestà è dunque un atteggiamento stupido.

Ma cosa crede che sia l’onest’uomo? A Parigi è colui che tace e rifiuta di spartire il bottino. Non le parlo di quei poveri iloti che ovunque faticano senza essere mai ricompensati del loro lavoro e che io chiamo la confraternita delle ciabatte del buon Dio. Certo, tra loro s’incontra la virtù in tutto lo splendore della sua stupidità, ma anche la miseria.

Le parole di Vautrin esprimono sarcasmo e disillusione e, nel contempo, lasciano trapelare la consapevolezza che occorre fare i conti con questo stato di cose, volenti o nolenti. Il cinico realismo aumenta esponenzialmente alla constatazione che la consuetudine e le abitudini hanno rimpiazzato la legge e che, come la legge, fanno testo, creano un precedente. Ci si sente, pertanto, quasi giustificati nella disonestà. Addirittura, sottolinea Vautrin, se qualcuno si arrichisce in modo integerrimo, nessuno lo crederà mai, si penserà sempre che abbia usato mezzi illeciti. Un povero cristo ha sgobbato tutta la vita,  lavorato con rettitudine per essere comunque piazzato tra i «ladri». Tanto vale faticare di meno: la nostra immagine pubblica non ne guadagna, ma non ne perde.

Facciamo l’avvocato per diventare presidente di una corte d’assise e mandare dei poveri diavoli, migliori di noi, con un LF ¹ sulla spalla per dimostrare ai ricchi che possono dormire tranquilli. Non è piacevole, e poi è lunga. Prima, due anni di attesa a Parigi a guardare, senza toccarle, le delizie di cui siamo golosi. È faticoso desiderare sempre senza essere mai appagati. [ …. ]
Quindi soccomberà a questo supplizio, il più orrendo che si sia mai visto nell’inferno del buon Dio. Ammettiamo che sia giudizioso, che beva latte e componga elegie; generoso com’è, dopo tante noie e privazioni da rendere rabbioso un cane, dovrà cominciare col diventare il sostituto di qualche marpione, in un buco di città dove il governo le butterà lì mille franchi di stipendio, come si butta una zuppa al mastino di un macellaio. Abbaia ai ladri, difende i ricchi, fa ghigliottinare gente di cuore. Obbligatissimo! Se non ha protezioni, marcirà nel suo tribunale di provincia. Verso i trent’anni, sarà giudice a milleduecento franchi all’anno, se non ha ancora buttato la toga alle ortiche. Quando avrà raggiunto la quarantina, sposerà la figlia di qualche mugnaio, che possiederà una rendita di circa seimila lire. Grazie tante. Se avrà qualche protezione, sarà procuratore del re a trent’anni, con mille scudi di stipendio, e sposerà la figlia del sindaco. Se commetterà qualche bassezza politica, come leggere su una scheda Villèle invece di Manuel (fa rima e la coscienza è a posto), a quarant’anni sarà procuratore generale e potrà diventare deputato.
[ …. ]
Se nelle cento professioni che può intraprendere, s’incontrano dieci uomini che hanno rapidamente successo, la gente li chiama ladri. Tragga lei le conclusioni.

Il commento di Eugène è la classica esclamazione di chi è ancora estraneo alla logica dominante: «Ma allora la sua Parigi è un letamaio.» Questo ragazzo ancora da educare esprime disgusto; la risposta di Vautrin evidenzia la triste rassegnazione: «È un dannato letamaio.»

La morale? Cupa, tetra, le parole di Vautrin, ancora una volta, negano la possibilità di qualunque utopia:

Ecco com’è la vita. Non è meglio della cucina, puzza altrettanto e bisogna sporcarsi le mani se si vuol combinare qualcosa …. questa è tutta la morale della nostra epoca.

È un quadro di generale miseria morale, relativo alla realtà storica e sociale della Francia nella prima metà dell’800, che assomiglia maledettamente alla nostra. Alla fine del romanzo Eugène esclama: «E ora, a noi due!», un grido di sfida che non sarebbe male estrapolare dal contesto.

Mi pare urgente proporre un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, sentirsi chiamati a svolgere un ruolo attivo, ognuno nel proprio ambito, per contribuire a un risanamento di cui abbiamo un dannato bisogno e per il quale non è ammissibile delegare il compito sempre ad altri. L’ignavia è un male del nostro tempo ed è a volte la risposta della ciurma al malcostume del capitano della nave.

¹ LF : lavori forzati, simbolo del condannato al bagno penale

 

Il valzer sull’orlo del pozzo

Uno dei miei ricordi più belli è quando io e la nonna poggiavamo un piccolo mangianastri sull’orlo di Merlino, alimentato da una prolunga che partiva da casa, e insieme ballavamo il valzer. Era il ballo preferito della nonna. Io non ero un grande ballerino, anche perché la mia altezza non dava l’immagine di un degno cavaliere adatto a lei. Nelle sue mani ero un piccolo burattino, ma i nostri corpi erano lì, la nostra essenza era trascinata dal vortice dell’illusione. Diventavamo piccolissimi e cominciavamo a ballare sull’orlo del pozzo, mentre lo stereo si trasformava in un’orchestra con archi, viole, arpe, chitarre, clarinetti, fisarmoniche, e il gracidare delle rane un coro stonato; l’acqua del pozzo traboccava fino a diventare un lago argentato e noi volteggiavamo intorno dimenticando il mondo intero. Non esisteva più nessuno, all’infuori di noi e della nostra voglia di ballare. Ed io ero contentissimo.
«Nonna ma che cos’è questa musica?» Le domandavo mentre ballavamo.
«È la felicità, Cesare».
E ridevamo.

È un breve estratto dal romanzo Il valzer sull’orlo del pozzo di Ro Meo, blogger, caro amico, ora anche promettente scrittore nonostante lui non ritenga calzante per sé l’appellativo e si protegga dietro una naturale modestia.

Erodaria legge queste parole a degna conclusione dell’incontro, bellissimo, di sabato 16 dicembre presso l’atelier di Cecilia Gattullo a Torino. Un’atmosfera ricca di calore, un gruppo riunito attorno a un ideale focolare: il libro di Romeo, appunto. Coinvolgente, si legge d’un fiato, regala emozioni e numerosi spunti per riflettere sulla vita. Opera prima, non sembra tuttavia tale valutando la maestria con cui è gestita la narrazione.

Cesare, il protagonista, si racconta e dispone scampoli della sua biografia che il lettore ricuce sino al nodo di chiusura, un punto fermo dopo un ricamo a zigzag.

Il Prologo informa sulla data di nascita del libro: «questo 1995». Il lettore è proiettato in un periodo ben preciso, si accomoda vicino all’io narrante in uno spazio indefinito: una camera con un’ «unica finestra» dove giunge l’eco di una canzone che qualcuno ascolta nella «stanza accanto». Fuori «piove inesorabilmente da giorni». Un luogo qualunque, quindi, e nessun’altra indicazione. Solo la certezza del riferimento al presente degli anni ‘90. Un flashback fa ritornare all’improvviso «indietro nel tempo», precisamente al 1971, anno in cui nasce Cesare. La ricostruzione narrativa può iniziare.

Da un capitolo all’altro, ci si sposta in continuazione nel tempo e nello spazio seguendo due direzioni parallele: lo ieri a Inverno, «piccolissima frazione» di una città mai nominata nel romanzo, si alterna all’oggi nell’ospedale psichiatrico. Man mano che il racconto procede, la distanza temporale tra passato e presente diminuisce fino a scomparire e ad annullarsi in una notte di tentativi e confusione, sogni da realizzare e crollo della speranza, voli da spiccare e mani come tenaglie a impedire il decollo. Notte di contrasti: luci intermittenti, alba spezzata, sole decapitato, cielo nero stracarico di pioggia. Svolta radicale nella vita di Cesare, lui, timoroso del cambiamento, vissuto in un paesino di circa mille abitanti dove tutti si conoscono, nel quale ogni cosa pare avere la fissità della neve ghiacciata sui rami e l’immobilità della bambagia familiare che l’ha protetto. Quella notte smuove la coscienza, strappa le radici, taglia il cordone ombelicale, getta una luce retroattiva sui perché, conferisce consistenza – nella rottura – alla ricerca di un «posto nel mondo».

Smarrimento, disagio, estraneità: sensazioni che accompagnano Cesare tutta la vita, a Inverno come in ospedale, e lo fanno sentire fuori contesto anche quando gli altri sono come lui.

Cominciai a sentirmi solo e ridicolo nell’orribile divisa da studente: grembiule nero e fiocchetto blu. Sembravamo usciti da una tipografia dove ci avevano stampato tutti con la stessa matrice e nonostante fossimo tutti uguali, continuavo a sentirmi inadeguato e fuori luogo.

A volte mi stupisco di me stesso. Mi ritrovo a dialogare con persone che sono totalmente fuori di testa o forse devo leggere la cosa in un’altra prospettiva: sono loro che dialogano con uno fuori di testa?

Chi è sano? Chi malato? Cos’è la normalità? Il silenzio di Antonio, la loquacità ripetitiva di Gianna, il can-can di Moira, sconclusionato e comunque solare, i medici in salute che devono valutare i matti e sono tuttavia anch’essi strani agli occhi di Cesare? La sua visione della realtà circostante in manicomio è molto lucida. Osserva, analizza, fotografa e coglie dettagli significativi. Diffidente nei colloqui con gli specialisti, fatica a rispondere non perché non sappia cosa dire, lo trova semplicemente inutile. Ogni affermazione sarebbe inadeguata e forse non capita fino in fondo. Spesso dà «la risposta che volevano loro».

Cesare, in realtà, non mi appare estraneo a tutto. Da bambino, non ama la scuola ma gli piace studiare, non la considera come luogo di relazioni ma adora la cultura. Si sente bene quando è nei campi, a contatto con la natura, vicino al suo amico pozzo Merlino con cui parla, sui libri che spesso legge appoggiato al muretto o seduto sull’orlo. Da paziente, prova solidarietà verso i suoi «compagni di viaggio» e i loro gesti spontanei che suore e infermieri vogliono bloccare e sedare. Non esterna tuttavia i sentimenti e non si apre con i dottori. Lo vedo perciò estraneo al gioco sociale, alla commedia verbale del linguaggio che si rifiuta di recitare e di cui respinge le convenzioni. Ha sprazzi di felicità quando percepisce il mondo come lontano, quando balla il valzer con la nonna o fa l’amore per la prima volta. In questi momenti conta il presente, essere lì, ora, con tutto se stesso, capace di «non sprecare la vita» come il nonno gli suggerisce spesso.

Alla fine del percorso, Cesare ha completato la formazione interiore e si appresta a ripartire.

Auspico che non tema la pioggia il cui rumore ha scandito ogni momento della sua vita: diluvio, tempesta, temporale, secchiate d’acqua, scrosci, grandine tamburellante in un pomeriggio d’intenso dolore, ticchettio costante sui vetri dell’ospedale, anche acqua dolce, delicata e calda in occasione del primo bacio. Cesare è nato insieme al pozzo, il pozzo ha ripreso vita il giorno in cui è nato Cesare: talmente uniti da essere interdipendenti. Hanno un destino comune, un’aspirazione condivisa: tentare un viaggio insieme. Nell’acqua esiste il rischio di naufragare, è vero, ma dove scorre c’è fertilità.

Auguro a Cesare di piantare i semi che gli hanno regalato con la consapevolezza che alcuni germineranno, altri no. Nessuna paura però: ha imparato a estirpare ciò che lega e rende statici, un passato da non cancellare semmai da sublimare in nuove prospettive e progetti di moderne mongolfiere.

Brindo con lui alla leggiadria di un ballo. Gli archi e i fiati del Valzer dei fiori cederanno spesso all’aggressività di ritmi e beat pesanti, ricordando che ogni riff di chitarra ha comunque la propria armonia.

Faccio il tifo, infine, affinché Cesare, che adora la musica, possa tirare un calcio di rigore come Nino del suo amato Degre e perdersi nel mondo in un altrove cui lui, e solo lui, darà colore e forma.

 

 

 

Tradizioni

Un bambino in una cascina della campagna cremonese, chiamata I Quadri, è protagonista, con la famiglia, di tradizioni ormai appartenenti al passato.
Nel libro Le radici nell’anima, Guido si racconta attraverso le mie parole perché alcune consuetudini, molto semplici ma arricchite e animate  da profondi  sentimenti, non si perdano con lo scorrere del tempo.

separatore 1L’arrivo della primavera era la rinascita della campagna. Il ciclo della vita, di piante, campi e persone, riprendeva a pieno ritmo.
All’inizio di aprile spuntavano le prime piantine di granoturco e appena sporgevano dal terreno di dieci – quindici centimetri, era necessario andare a zappare la terra e strapparle se troppo vicine in modo che fossero a una distanza di circa due spanne una dall’altra. Era un lavoro massacrante per la schiena; solo chi l’ha provato può capire la fatica di restare chinati per ore.
A fine aprile o inizio maggio, inoltre, cominciava il periodo dei cavaléer.¹ In quei giorni, ogni famiglia acquistava al Consorzio Agrario una o due once² di piccolissimi vermi. Si aprivano le scatole in cucina su una parte del tavolo, si depositavano le larve sopra un foglio di carta gialla e si ricoprivano con foglie di gelso tagliate molto fini, operazione ripetuta tre volte, mattino, mezzogiorno e sera. Giorno dopo giorno le larve crescevano, si allargavano e gradatamente occupavano sempre più spazio sul tavolo. Nel frattempo in cucina e in una stanza da letto si preparavala scaléera3 di sei o sette ripiani sui quali crescevano i bachi daseta fino a raggiungere la dimensione del dito mignolo di una mano.
Le foglie di gelso erano il loro unico nutrimento: ne mangiavano con voracità, dapprima sminuzzate poi intere quando il baco raggiungeva lo stadio della fürìia4. Dovevano anche essere sempre fresche e asciutte, quindi era necessario procurarne ogni giorno. Occorrevano parecchi sacchi di queste foglie;
almeno tre persone erano occupate per un’intera mattinata a fàa la fùja5 ai gelsi, che si trovavano ai bordi dei campi o sulle sponde dei fossi, e a trasportare i sacchi a casa.
Il periodo d’allevamento del baco durava quaranta giorni; gli ultimi dieci erano i più impegnativi proprio perché il baco mangiava “a furia”. Era “maturo” e cominciava a formare il bozzolo entro il quale si rinchiudeva: giallo, grande quasi quanto una noce e protetto da una massa di fili sottili simili a una ragnatela. Solo un terzo circa dei bozzoli alla fine risultava sano; gli altri non si potevano utilizzare o perché incompleti o addirittura nemmeno iniziati per la morte del baco. Quelli integri erano ripuliti dalla lanuggine che li avvolgeva, messi in appositi cesti e portati infine allo stabilimento della filanda dove, con un processo particolare, veniva ottenuta la seta.
Il ricavato dalla vendita dei bozzoli era diviso a metà con il padrone poiché i gelsi da cui si prendevano le foglie erano di sua proprietà.
Chi non ha vissuto quest’esperienza non può immaginare davvero il disagio dell’intera famiglia durante quei quaranta giorni! Per la presenza dei bachi eravamo costretti a mangiare agli angoli della cucina o della stanza da pranzo; noi figli maschi abbandonavamo i nostri letti e andavamo a dormire su un pagliaio preparato sotto un porticato mentre le nostre sorelle rimanevano invece nella stanza e usavano un materasso disteso a terra ai lati della scaléera. Ricordo inoltre ancora l’odore sgradevole emanato dalle larve durante le mute e negli ultimi giorni della quarantena quando alcuni bozzoli morivano diventando gialli e puzzolenti.
Che miseria! Costretti a vivere in quel lerciume per guadagnare qualcosina. Era proprio una condizione indecorosa, una vita indegna per un essere umano.

separatore 1Un bel gruppetto di bambini coetanei animava la vita dei Quadri: eravamo otto in tutto tra figli di contadini e del padrone.
Compiuti i sei anni, cominciammo insieme a frequentare le elementari. La cascina distava quattro chilometri da Pessina, quindi dalle scuole comunali, e per essere puntuali dovevamo alzarci molto presto. Alle sette del mattino partivamo da casa, percorrevamo a piedi quel tragitto ogni giorno con il sole, la pioggia, a volte la neve quando non era troppo abbondante o il ninsòt6 del padrone non era disponibile.
Formavamo una bella comitiva unita e allegra. Al ritorno da scuola urlavamo sulla stradina, in lontananza, per avvisare i nostri. Le brutte giornate rendevano difficoltoso il percorso; l’arrivo della primavera ci faceva invece sentire finalmente liberi: via i pesanti indumenti invernali, abiti più leggeri e poi… il piacere di toglierci le scarpe e le calze rientrando a casa! Camminavamo a piedi nudi sulla ghiaia che copriva la strada o sull’erba appena spuntata quando attraversavamo i campi: che sensazione appagante il contatto con la terra!

La Settimana Santa era per noi un vero e proprio spartiacque: chiudeva le porte all’inverno e spalancava le finestre alla primavera. Il Giovedì Santo iniziavano le funzioni del Triduo pasquale, memoriale della passione, morte e risurrezione di Cristo, per i cattolici il culmine dell’anno liturgico. La messa in Cœna Domini era, ed è tuttora, una funzione solenne: il ricordo dell’ultima cena di Gesù prima della crocifissione. Alla fine della celebrazione si “legavano le campane” e non si potevano più suonare fino al giorno di Pasqua all’annuncio “Gloria a Dio nell’alto dei cieli” intonato o recitato dal sacerdote.
Il Sabato Santo, nella nostra cascina come in tutta la Pianura Padana, era usanza seguire la tradizione di sgüràa le cadèene 7, quelle del focolare cui erano appese le pentole per cucinare e il paiolo per la polenta, alimento che la faceva da padrone sulle tavole tutti i giorni e a ogni pasto. Il camino era quindi molto usato e le catene si annerivano ricoperte da uno spesso strato di fuliggine. Una volta l’anno era perciò necessaria una bella pulizia.
Noi ragazzini eravamo i “lucidatori ufficiali”: liberi dalla scuola e da altri impegni in oratorio o in chiesa, potevamo dedicarci a questo compito divertente. La mamma staccava la catena dal camino e me la legava attorno alla vita con una fune. Poi tutti in gruppo iniziavamo a correre a piedi nudi lungo le strade sterrate trascinando quella strana “coda” che, sfregando sulla ghiaia, si ripuliva fino a sembrare nuova come se gli anelli fossero stati smerigliati da una mola.
Un ipotetico viaggiatore che fosse capitato per caso da quelle parti avrebbe sentito, da lontano, un suono metallico spezzare il silenzio delle campane mute, accompagnare di tanto in tanto il muggito di qualche mucca, lo starnazzare delle oche o il chiocciare delle galline. Avvicinandosi, avrebbe visto un nugolo di polvere sollevato dai “lucidatori” che scorrazzavano in lungo e in largo, e per ore, sulle stradine attorno alla cascina.
Ogni lavoro che si rispetti ha il suo compenso, come è giusto che sia. Il nostro era ripagato con un premio: un uovo sodo colorato 8 la mattina di Pasqua.
Oggi potrà sembrare poca cosa, in realtà allora rappresentava un grande riconoscimento. L’uovo intero era riservato, durante i pasti, al papà e ai fratelli maggiori che lavoravano nei campi; a noi bambini spettava la metà. Per un giorno ci sentivamo adulti …

dal libro Le radici nell’anima, Apostrofo Editore, 2016

Cascina della Pianura Padana- foto di Daniele Disingrini

Cascina della Pianura Padana –  foto di Daniele Disingrini

1  Allevamento dei bachi da seta
2  Unità di misura. 1 oncia = circa 60mila uova
Struttura di pali e graticci con ripiani in canne di bambù di circa 2 metri x 3,
   fissati a una distanza di 40 cm. in altezza.
Ultimi giorni dell’allevamento quando il baco mangiava moltissimo
5  Raccogliere le foglie del gelso per i bachi da seta
Slitta, usata in campagna per traini
Lucidare le catene
Bollito nell’acqua insieme a carta colorata

Le radici nell’anima

Ed eccolo qui finalmente!

le radici nell'anima copertinaLa creatura ha visto la luce, il neonato emette i primi gridolini alle carezze di alcune mani che iniziano a sfiorare copertina e capitoli. È anche già consapevole che qualcuno seguirà la sua crescita e grato a chi veglierà sul suo sviluppo.

Fuor di metafora, Le radici nell’anima è un libro cui tengo molto per varie ragioni e ben oltre l’eventuale riscontro.

Un racconto incontra orecchie attente, il ricordo incrocia una penna.

Con queste parole, nella breve prefazione, motivo sinteticamente la sua genesi. È infatti il frutto di una collaborazione tra voce narrante e parola scritta, la prova che è possibile trasformare un’occasione in opportunità.

Tutto è iniziato mentre sfogliavo le pagine di alcune memorie e ascoltavo episodi di vita di un ragazzo del ‘26 dalla sua stessa voce. È Guido, oggi giovane novantenne, che ha aderito con entusiasmo al progetto: far confluire le sue riflessioni, sparse qua e là, in una narrazione strutturata.

Non si tratta di una biografia nel senso classico del termine né di un’autobiografia benché l’io narrante sia appunto Guido. È un susseguirsi di flash dei momenti più intensi di un percorso esistenziale.

Dapprima la comunità di una cascina della campagna cremonese con abitudini e tradizioni lontane nel tempo e pure così attuali nei valori fondanti.

La cascina era, e rimane tuttora nel mio cuore, soprattutto una comunità. Non esagero se la definisco una grande famiglia, e non solo perché spesso gli abitanti si sposavano tra loro. Ci univano affetto autentico, profondo rispetto, amicizia vera, fiducia, regole di comportamento mai scritte e basate su una mutua intesa talmente erano radicate in ognuno: dalle porte delle case sempre aperte, anche di notte, al “voi” con cui noi ragazzi ci rivolgevamo a genitori e adulti e che spesso era usato persino tra coniugi…
La disponibilità verso gli altri era totale. Capitava spesso, per esempio, che mi fermassi a mangiare nella casa del vicino o che i miei amichetti pranzassero o cenassero da me. Benché a quel tempo le famiglie fossero numerose e avessero tutte da quattro a cinque figli, come la mia, un posto a tavola si aggiungeva sempre volentieri. Con naturalezza, senza convenevoli o formalità, si condivideva ciò che la mamma aveva preparato con un altro “figlio” da coccolare ma anche da sgridare se necessario.
Non eravamo ricchi e la vita non era certo facile; la nostra povertà profumava tuttavia di poesia per la gioia delle piccole cose e la serenità nell’affrontare gli ostacoli che non ho incontrato mai più.

Il desiderio di affrancarsi da una condizione di povertà diventa per Guido una vera e propria esigenza. La cultura gli spalanca le finestre di nuove prospettive. Negli anni ‘40, studiare è davvero un privilegio per il figlio di un contadino. All’epoca Guido è adolescente; per tradizione, al termine delle scuole elementari, avrebbe dovuto continuare l’attività del padre. Una felice circostanza, assolutamente improvvisa e inattesa, gli regala la chance di abbandonare la terra, frequentare le scuole superiori e conseguire il diploma. Da lì, una vita in graduale ascesa non senza difficoltà, superate grazie a determinazione, fede profonda e alcuni eventi favorevoli. Si sposta in varie città d’Italia senza tuttavia mai dimenticare dove tutto è iniziato: tra l’odore di stalla, aratri e zolle.

Le esperienze della vita privata di Guido s’intrecciano con le vicissitudini familiari e incrociano la Storia: il ventennio fascista, la guerra, la Resistenza partigiana cui aderisce con passione ed entusiasmo. Dal carattere forte e risoluto, ha precise convinzioni animate da un forte senso di giustizia e libertà che lo impegna anche nelle lotte sindacali a favore della classe bracciantile.

Noi attivisti sentivamo la responsabilità di formare in contadini e operai una coscienza di classe, di educare il più possibile a un sentimento di unità e partecipazione, la sola garanzia per una protesta compatta e risultati concreti.

Non è stato difficile eclissarmi dietro l’io narrante di Guido. Ne ho assimilato lo spirito, condiviso le battaglie, partecipato emotivamente ad amori e affetti. La mia penna appare come naturale sbocco alla sua voce, un trait d’union tra lui e il lettore.

È importante che pezzi di Storia e frammenti di passato dal vissuto pregno di ideali escano dai confini ristretti di poche famiglie o generazioni. La scrittura serve a liberarli dallo scorrere del tempo per non farli morire ed evitare l’avvizzimento delle nostre radici che sono, ancora oggi, ben salde e vive nell’anima di Guido. Condividerne la bellezza e il pregio non è solo un’operazione culturale, è quasi un dovere civico.

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L’ ebbrezza della Book Nomination

book nomination

Ringrazio di cuore 65Luna – Susabiblog per la Book Nomination.

È un gioco, come altri, è vero, tuttavia molto interessante perché permette di offrire spunti di lettura, quindi di riflessione.
Quando circola la cultura, anche in forma ludica, è sempre un’ottima notizia.
Non solo, ma è la risposta intelligente alla moda becera delle Neck Nominations diffusa su Facebook.

Ubriachiamoci di parole, di arte, di bellezza; nutriamo il cervello, anziché abbandonarci a bevute on line, bruciando neuroni e stomaco!

È il motivo per cui ho accettato non solo di partecipare alla “catena”, ma anche di proseguirla passando il testimone ad altri blogger, che spero accettino con altrettanto entusiasmo.

Cito una parte dello splendido Terre des Hommes / Terra degli Uomini (1939) di Antoine de Saint-Exupéry, libro in cui il celebre autore del Piccolo Principe evoca le sue esperienze di pilota, di linea e di guerra, e di giornalista reporter.
Conosce vari volti del sacrificio eroico, dai compagni morti in guerra agli atterraggi d’emergenza, e come giornalista, durante la guerra di Spagna o il suo viaggio in Russia, è testimone di altre forme di eroismo e di miseria che lo fanno riflettere sul destino di quella specie nobile che sono “gli uomini”.

Terra degli uomini

È su un treno che attraversa l’Europa: destinazione Est.
Il viaggio dura da circa tre giorni. Non riuscendo a dormire, decide di visitare la sua “patria viaggiante” e percorre il treno in tutta la sua lunghezza. Carrozze letto e di prima classe, vuote. In quelle di terza classe, invece, sono ammassate famiglie polacche che rientrano in patria. In Francia, per questi operai il lavoro non c’è più.

“Mi fermai a guardare. Stando in piedi, sotto le lampade notturne, io scorgevo, in quel vagone senza scompartimenti e che somigliava a una camerata, che aveva un tanfo di caserma o di commissariato di polizia, tutta una popolazione confusa e sballottata dai movimenti del rapido. Tutto un popolo immerso negli incubi e che tornava alla stia miseria. […]
Mi parve che avessero per metà perduto la natura umana, buttati da un capo all’altro dell’Europa da correnti economiche, strappati alla loro casetta del Nord, al giardino minuscolo, ai tre vasi di gerani che in altri tempi avevo notato alla finestra dei minatori polacchi. […] Ma tutto ciò che avevano carezzato o sedotto, tutto ciò che erano riusciti ad addomesticare in quattro o cinque anni di permanenza in Francia, il gatto, il cane e il geranio, essi avevano dovuto rinunciarvi …”

In mezzo a tanta miseria, è attratto da un bambino …

“E proseguii il mio viaggio in mezzo a quel popolo il cui sonno era torbido come un luogo di malaffare. […]
Mi sedetti di fronte a una coppia. Tra l’uomo e la donna, il bambino, bene o male, si era fatto il nido e dormiva. Ma si girò, nel sonno, e il suo viso mi apparve, nella luce della lampada notturna. Ah, che viso adorabile! Da quella coppia era nata una specie di frutto dorato. Da quei fardelli sgraziati era nato quel capolavoro di incanto e di grazia. Mi chinai su quella fronte liscia, su quel dolce broncio delle labbra e mi dissi : ecco un viso di musicista, ecco Mozart fanciullo, ecco una bella promessa della vita. I principini delle leggende non erano in nulla diversi da lui: protetto, circondato di cure, coltivato, che cosa non potrebbe diventare! Quando nei giardini nasce, per mutazione, una rosa nuova, tutti i giardinieri sono presi da emozione. Si isola la rosa, si coltiva la rosa, si fa in modo di favorirla. Ma non c’è un giardiniere per gli uomini. Mozart fanciullo verrà segnato, come gli altri, dalla macchina stozzatrice. Mozart ricaverà i suoi piaceri più alti da musica putrida, nel fetore dei caffè-concerto. Mozart è condannato.
Tornai nel mio vagone. Mi dicevo: quella gente non soffre della propria sorte. Non è uno spirito di carità a tormentarmi. Non si tratta di intenerirsi su una piaga eternamente riaperta. Quelli che la portano non la sentono. Qui c’è piuttosto una specie di ferita, di offesa, al genere umano. Non credo affatto alla pietà. Mi tormenta invece il punto di vista del giardiniere. Mi tormenta una cosa che non è questa miseria, nella quale in fin dei conti ci si adagia, quasi come nella pigrizia. Esistono generazioni intere di orientali che vivono nella sporcizia e ci stanno bene. Ciò che mi tormenta non può essere sanato dalle mense popolari. A tormentarmi non sono né quelle cavità, né quelle gibbosità, né quella bruttezza. Mi tormenta che in ognuno di questi uomini c’è un po’ Mozart assassinato.”

La miseria uccide soprattutto l’anima.

Perché questa pagina?
La trovo di una straordinaria attualità.
Il popolo dei migranti, forse oggi più di ieri, percorre l’Europa e richiama tutti alla necessità di recuperare il valore di un nuovo umanesimo, in senso culturale, deciso, convinto, non di forma ma di sostanza, fatto di azioni, anche modeste ma concrete, e non di proclami altisonanti.

Per non uccidere il contributo possibile, le potenzialità, il “Mozart” che sono in ogni uomo.

Passo ora il testimone ai seguenti amici:

Andrea – Pensieri sotto la neve

Cornelio – Mare Nostrum

Il Grimorio della Strega

Ogginientedinuovo – Ognigiornotuttigiorni

Eteroclito – La felicità è reale solo quando viene condivisa

Eva Rachele – Coppetta gusto Collins e Mazzantini

Un abbraccio a tutti! 🙂