Dalla parte dei bambini

A ridosso del 19 marzo, data in cui si celebra la festa del papà, non si fanno attendere le polemiche anche in assenza di recenti fatti di cronaca che possano generarle o di narrazioni che li mettano in prima pagina.

In rete, da giorni, circolano articoli che raccontano di come in un asilo nido di Milano sia stato deciso di abolire la tradizionale preparazione di regalini e bigliettini per il proprio genitore. Ne parla ovviamente Il Corriere, seguono a ruota La Stampa, Il Fatto Quotidiano e altre testate. Motivo della scelta? Non discriminare i bambini che hanno due mamme o sono comunque figli di coppie gay. Immancabili le proteste di Fratelli d’Italia, Lega Nord e di chiunque abbia sfruttato l’occasione per strumentalizzare l’accaduto.

È proprio un pezzo del Fatto a essere condiviso ripetutamente e a diffondersi come un meme.

Retweet a raffica, commenti indignati dai classici «Vergogna!» o «Come siamo caduti in basso», all’attacco contro una minoranza «per giunta snaturata» e l’immancabile riferimento all’abolizione del presepe natalizio nonché della festa di San Giuseppe per non offendere i musulmani. Per non parlare infine del collegamento alla teoria gender… Attraverso il passaparola, ognuno ha aggiunto il proprio ingrediente preferito nel calderone generale. In coda, e rigoroso ordine cronologico, lo stralcio di una pagina del Giornale.

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Nel fervore della provocazione, nessuno si accorge che gli articoli, e quindi il fatto contestato, risalgono a marzo 2016. Insomma, in mancanza di materiale più recente si rispolverano servizi giornalistici datati. Eh già, un episodio analogo succederà pure anche quest’anno! Ne ricordo uno simile in un asilo di Roma, se non erro accaduto nel 2013, e ancora due anni più tardi in una scuola materna sempre della capitale.

Ogni Natale ha le sue contestazioni sul mancato allestimento del presepe, ogni 19 marzo e ogni maggio in occasione della festa della mamma annoverano critiche sull’esclusione di letterine e filastrocche, sul ripudio di pensierini e pacchetti regalo. Ormai è consuetudine. La necessità di creare un caso sempre e comunque è diventato un must. Pare proprio non si riesca a evitarlo.

È ormai noto a chi passa spesso da queste parti come non ami le “giornate dedicate a…”, in particolare quelle che hanno assunto nel tempo un mero significato commerciale. Possiamo tuttavia definirle nocive o addirittura offensive? Ledono davvero la dignità o i principi di qualcuno?

Rifletto partendo dal caso in questione. Alcuni bambini hanno due mamme, quindi non conoscono una figura maschile che possano chiamare “papà”. La maggioranza dei loro compagni invece sì. Decisione della psicologa di turno: abolizione della festa e spazio a una generica festa della famiglia.

Non intendo affatto discutere la questione delle unioni gay, non è questo il punto, almeno per me, in una simile vicenda: sono profondamente convinta che uno stato laico debba garantire i diritti di tutti, ma di tutti appunto. Non è da trascurare, inoltre, che spesso i provvedimenti della scuola in tali cirscostanze non sono affatto sollecitati dai genitori omosessuali che, anzi, interpellati sull’argomento, dichiarano di non avere alcuna preclusione nei confronti di “festa del papà, della mamma, dei nonni”… Insegnanti e psicologi ritengono invece che siano discriminanti. Ma per chi? mi chiedo, se nemmeno gli adulti interessati inoltrano richieste al riguardo? Lo stesso vale per la questione presepe natalizio. Quante volte ho visto in reportage televisivi, ma anche con i miei occhi, genitori musulmani allibiti di fronte alle proteste per il mancato rispetto della tradizione quando a loro non importa nulla di grotte, mangiatoie e Gesù bambini, anzi i loro figli si divertono pure a creare decorazioni e preparare scenografie?

È il punto di vista “a rovescio”, il capovolgimento di un tranquillo e sereno modo di ragionare di alcuni che mi lascia perplessa e ritengo un’inutile ostentazione.

Ribaltiamo la situazione: la maggioranza dei bimbi figli di coppie gay, uno solo o pochi inseriti in una famiglia, definiamola, tradizionale. Quale sarebbe stata la scelta? È proprio necessario porre sempre la questione in termini di salvaguardia? O è piuttosto più razionale lasciare che si vivano i momenti nel loro naturale accadimento?

Mi piacerebbe prevalesse sempre il buon senso dell’educatore. Nel caso di specie, questi bambini hanno già fatto un consistente percorso di vita insieme, di un anno o forse più, hanno giocato e lavorato in gruppo. Le classiche frasi «mio papà ha detto….», «mio papà ha fatto ….», «mio papà è ….» saranno state ovviamente pronunciate tra loro, è del tutto normale! Inoltre, sono bimbi piccoli e non hanno sovrastrutture mentali, vedono fatti e persone per ciò che sono, non interpretano, constatano. I traumi emergono solo nei giorni antecedenti il 19 marzo o la festa della mamma? In occasione di una poesia da recitare e dedicare al padre o alla madre e di una letterina con gli stessi destinatari? Se insegnanti e psicologi  non hanno mai rilevato disagio nel comportamento di bambini con due mamme o due papà  significa, a mio avviso,  che questo non esiste o che la loro attenzione è stata davvero minima. Con ogni probabilità, i piccoli non si sono mai sentiti discriminati tra loro prima della decisione presa dai “grandi” che farà ora conoscere a questi innocenti il concetto di diversità. Perché in altre scuole materne o asili nido si festeggerà il papà, alcuni loro amichetti ne parleranno e le domande seguiranno.

Sostengo da sempre che le occasioni andrebbero ogni volta trasformate in opportunità. Festa del papà? Bene, ogni bimbo prepara un lavoretto per il proprio genitore, un regalo in una giornata particolare per testimoniare l’affetto. Punto. Non vorrei banalizzare, ma chi addirittura di papà ne ha due raddoppia 😉 Chi si ritrova invece due mamme, ha una duplice occasione: il 19 marzo e il mese di maggio. Perché no? Il tutto svolto nella più semplice naturalezza, linguaggio che i bambini capiscono molto bene se gli adulti non lo deformano. Adotterei lo stesso atteggiamento durante i giorni del Natale che offrono persino la splendida possibilità di sfruttare l’aspetto culturale almeno con gli alunni più grandicelli.

Ho perso la mamma all’età di sette anni. Ho quindi trascorso il periodo della scuola elementare a scrivere letterine in occasione della festa della mamma, eppure non l’ho mai vissuto come uno shock, a parte il dispiacere di non avere mia madre accanto. Ero piccola, ma abbastanza sveglia per capire che le parole sarebbero comunque arrivate a lei in un modo nuovo e che lei le avrebbe lette in un modo nuovo. La mia famiglia non appariva simile a quella dei miei compagni. Era in ogni caso un nucleo affettuoso, per cui non ho mai percepito una sensazione d’isolamento nemmeno a scuola. Ho provato invece turbamento e subbuglio quando papà, risposandosi, ha cercato di ridarmi una “famiglia normale”: lo era per gli altri, non per me. Per il mio cuore e la mia giovane mente era meglio prima.

Sarebbe opportuno collocarsi sempre dalla parte dei bambini, non gettare su di loro le frustrazioni del nostro mondo di adulti con sovrastrutture e logiche talora rovesciate o quantomeno poco lineari.

“Non serve fingere di essere uguali”

Una fiaba semplice eppure dal contenuto denso e dal messaggio efficace: un modo dolce, tenero, equilibrato e fermo per educare una bambina alla convivenza con chi è solo apparentemente diverso o vive in un contesto familiare e culturale distante.
È opera di Avvocatolo, di Massimo, una creazione – dice lui – fatta di getto per tentare di addormentare la “pupa” evitando di ricorrere alle solite favole inflazionate. Chapeau! Per i pochissimi che non la conoscessero ancora, un invito a colmare la lacuna…

Leggendola, gustando la finezza della storia, la grazia dei toni, ho immediatamente pensato a Piccolo Uovo di Francesca Pardi: una fiaba illustrata, un racconto delizioso e delicato come semplici e naïf sono i disegni di Antan.

Piccolo Uovo

Questo libretto è inserito nella lista dei testi “proscritti” dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro all’inizio dell’anno scolastico corrente, rei di diffondere la teoria gender.

lista libri proscritti

Non intendo addentrarmi nella questione; mi limito a segnalare il testo della legge 13 luglio 2015, n.107, a specificare che il termine “genere” compare solo all’articolo 16 “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità dei sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”, a suggerire la Circolare del Ministero dell’Istruzione datata 15 settembre 2015.
Chi volesse approfondire il tema può farlo sui testi citati qui o su documenti e testimonianze on-line. Ne esistono di tutti i tipi. Ognuno si formerà la propria opinione al riguardo, spero sempre ponderata qualunque essa sia.

In Piccolo Uovo non esiste alcun incitamento alla trasgressione, nessuna svalutazione della famiglia tradizionale che, sotto le spoglie di graziosi coniglietti, compare insieme ad altri tipi di “comunità”. Sfogliando le pagine, s’incontrano due gatte con il loro gattino, due pinguini maschi con i rispettivi figlioletti, una coppia “etero” di canguri con i piccoli di diverso colore depositati amorevolmente nel marsupio, un ippopotamo solo con il suo “bambino”, una famiglia di cani, uno nero e l’altra bianca, incinta, con un cucciolo candido come il latte.
“Arriva anche un fratellino… Chissà di che colore sarà!” si chiede meravigliato e felice Piccolo Uovo alla ricerca della sua famiglia.
Una garbata allegoria.

Al netto della proposta di Camilla Seibezzi, durante la precedente amministrazione a Venezia, di usare la terminologia “genitore1” e “genitore2” che non approvo, a mio avviso inutile e discriminatoria nei confronti di chi ha una mamma e un papà – se parliamo di diritti dobbiamo considerare quelli di tutti, indistintamente – mi piacerebbe che quanti polemizzano e si scagliano contro la diffusione di questi testi, hanno gridato allo scandalo nei mesi scorsi con qualche rigurgito recente, leggessero un paio di questi libretti. Tempo di lettura brevissimo.

On-line circolano tuttora immagini e petizioni, diventate virali, dai toni allarmistici e spesso create ad hoc e, se mi è permesso, basate su mala informazione, informazione parziale o distorta quanto meno circa la scuola come luogo di crescita. Prima di esprimere qualunque giudizio, non è sufficiente il passaparola talora anzi nocivo. La verifica personale è opportuna. E chi si sta adoperando per evitare che questi libretti possano anche solo circolare – cosa che avviene comunque lo stesso poiché vengono fatte letture collettive nelle librerie – è senz’altro genitore e merita pertanto tutto il rispetto, ma non è forse mai entrato in una classe.

Scrivo da ex insegnante che per anni si è interessata alla crescita umana e culturale di adolescenti commettendo anche errori – solo chi non fa nulla ne è esente – ma mettendo sempre al centro i ragazzi.
Al di là della materia di competenza, se sentiamo e viviamo il ruolo come una missione, noi docenti educhiamo prima di tutto al rispetto: dei ragazzi tra loro, dei ragazzi verso il prof e, importantissimo, del prof verso i ragazzi (non possiamo pretenderlo se prima non l’offriamo noi); insegniamo la convivenza tra personalità diverse, la tolleranza e l’accettazione.
Ebbene, i gruppi che abbiamo di fronte ogni giorno sono estremamente eterogenei per classe sociale, religione, situazioni affettive e familiari. Figli adottati, di divorziati, di conviventi, di coppie miste, di immigrati, di famiglie allargate con rapporti più o meno facili con il compagno di lei o la compagna di lui che non sono magari mai gli stessi poiché negli anni vengono sostituiti da nuove relazioni… e così via. Da tempo, nelle classi, esistono bambini o adolescenti che già vivono in unioni omosessuali e in contesti monoparentali.
Questa è la realtà, chi la nega mente. Questa è la varietà, da rispettare, che vediamo da una cattedra.

La scuola ha l’obbligo morale di far sentire a proprio agio chiunque, di far crescere il bambino e maturare l’adolescente in armonia con il suo ambiente personale, non può e non deve sovrapporsi a scelte che non le competono. Il compito educativo è quello di creare nell’aula un microcosmo sociale di convivenza, d’incanalare in un percorso naturale di sviluppo della persona diverse situazioni affettive che, ripeto, non dipendono dalla scuola.
Il bambino, l’adolescente e il ragazzo devono essere l’interesse primario, non possono “pagare” per le scelte degli adulti o per un vuoto legislativo che esiste, è innegabile, sta creando problemi alle coppie coinvolte e, di riflesso, ai figli. Quindi, a scuola, si lavori per loro, si lascino a casa preconcetti e sovrastrutture di qualunque natura che, soprattutto nella mente lineare di un bambino, creerebbero solo confusione e caos.
La mancanza di uno strumento ben fatto come un libro, che aiuti l’insegnante ad affrontare le diverse realtà e fornisca un punto d’appoggio, lascia tutto al caso, all’iniziativa di un corpo docente non sempre in grado o preparato a trattare certi argomenti con delicatezza e competenza. Spesso il prof non entra in classe “nudo”, le sue idee e la sua sensibilità lo accompagnano, la sua formazione personale non viene ogni volta lasciata fuori dalla porta. Non si nasce insegnanti, si può essere più o meno naturalmente predisposti, ma si impara esercitando e si può rischiare di improvvisare. Succede.

E ora svesto i panni della prof (o ex) per indossare quelli del bambino.
Frequentavo le elementari e già a sette anni ero senza mamma. I miei compagni avevano tutti una famiglia “regolare”. Ogni maggio, scrivevo la letterina alla mamma come gli altri… Non dico sia stato un trauma, ma che io l’abbia vissuto come se nulla fosse, quello no. Era difficile. Rientravo a casa e consegnavo la letterina alla seconda moglie di papà, che ho sempre considerato come un’usurpatrice. Colpa del mio carattere ribelle, responsabilità del suo ingresso prepotente nel mio mondo familiare, forse entrambi i fattori… con lo sguardo di oggi la situazione assume di certo contorni più nitidi. Ma allora era così.
Nessuno ha tuttavia mai pensato a opzioni diverse. Perché a otto o nove anni non farmi scrivere una sorta di preghiera a un angelo con il nome della mia mamma rendendo il tutto molto naturale e insegnando non solo a me ma anche ai miei compagni che la morte è parte della vita? Oppure aiutarmi a creare due testi, differenti l’uno dall’altro? La maestra avrebbe spiegato con tatto alla classe l’importanza di accettare un nuovo compagno per la madre vedova o una nuova donna per il padre vedovo, e dato a me l’opportunità di maturare un rapporto disteso e anche affettuoso con la “mamma2”.
No, è continuata per un po’ la finzione dell’essere uguale agli altri.

E i bambini, le bidelle e le maestre capirono che per aiutare chi è diverso da noi non serve fingere di essere uguali, che l’uguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo, ma rispettare e accettare la diversità di tutti e, ogni tanto, guardare la vita a testa in giù.” conclude Massimo nella sua favola. Frase azzeccatissima e calzante anche estrapolata dal suo contesto.

Mi metto oggi nella condizione di un bambino con un ambiente affettivo non da Mulino Bianco, posso intuirne il disagio se attorno a sé si confronta con due mondi molto lontani: il modello di famiglia perfetta visto a scuola e un altro vissuto a casa.
La scuola deve prendere atto dell’esistenza di situazioni e realtà varie, dalla famiglia con una mamma e un papà ad altre forme di unione, armonizzarsi con loro al meglio e non creare barriere psicologicamente dannose per la formazione degli adulti di domani.

Semplice quotidianità

foto by Primula - Ma Bohème

foto by Primula – Ma Bohème

foto by Primula - Ma Bohème

foto by Primula – Ma Bohème

Si chiamano Adam, Omar, Iris, Annass, Princilia, Xinyi, Wissal, Iustina, Malwin, per citarne solo alcuni.
Sono ragazzi, principalmente adolescenti.
Iris è di famiglia italiana; Princilia proviene dalla Costa d’Avorio, Xinyi dalla Cina; Wissal è tunisina; Anass e i due fratelli Adam e Omar sono marocchini; Iustina è nata in Romania e Malwin in India, lui il maggiorenne e il ragazzone del gruppo.
Extracomunitari accanto a italiani o naturalizzati italiani; famiglie modeste, mamma e papà in qualche caso con lavori occasionali, ma tanta tanta dignità.

I nostri ragazzi: così li chiamiamo noi.

Mesi fa, una domenica pomeriggio, ci ritroviamo tra amici, conoscenti, insegnanti ed ex prof, a chiacchierare del più e del meno. Inevitabile che, a un certo punto, si parli di scuola nonostante i tentativi per evitarlo 😉 … e improvvisamente nasce un’idea.
Perché non dedicare un po’ del nostro tempo ad aiutare ragazzi bisognosi di un sostegno nello studio ma che non possono permettersi l’onere economico di “lezioni private”?
Andata!
Molto entusiasmo, ma … “Amici! Piedi ben saldi a terra” sottolineo “Dove, come, quando?”
Mettiamo a punto il progetto, cerchiamo rinforzi, identifichiamo la location, pubblicizziamo l’iniziativa e arrivano le prime adesioni.

I ragazzi sono parecchi, il loro numero probabilmente aumenterà nel corso dell’anno; questo dovrebbe fare riflettere, e non poco.

Iniziano le scuole e la nostra attività decolla.
Tutti puntualissimi all’ora stabilita e nei giorni fissati, loro e noi, tutti accomunati dal medesimo desiderio di lavorare. Chi ha bisogno di un supporto in Italiano, chi nelle lingue straniere, chi ancora nelle materie scientifiche … riusciamo a soddisfare le varie esigenze.

Una bella esperienza, un’atmosfera serena perché, ovviamente, spazio e tempo non mancano anche per “cazzeggiare” un po’.

foto by Primula -- Ma Bohème

foto by Primula — Ma Bohème

Niente di nuovo sotto il sole, potrebbe commentare qualcuno; iniziative simili esistono da tempo.
Vero; ma un particolare è forse interessante.
Ci riuniamo in una grande stanza nell’oratorio di una chiesa cattolica.
Nessun problema se il gruppo è formato da magrebini musulmani, un induista, una cinese di cui non si è ancora ben capita la confessione religiosa, da cattoliche praticanti e altre decisamente meno. Nessun imbarazzo; ciò che conta è l’incontro di storie, mondi, vite, individui, progetti, azioni. Eppure siamo nel cuore di un ambiente cattolico, s’incrociano preti e monache; anche questo dovrebbe fare riflettere, e non poco.

Vogliamo chiamarlo volontariato?
Mah, sono perplessa. Mi piacerebbe sganciare questa iniziativa da qualsiasi forma di elogio retorico. Mi limito a dire che non è tempo sottratto, non è compassione, non è concessione dall’alto della propria disponibilità, non è addirittura sacrificio: è un’assunzione di responsabilità, il riconoscimento di un ruolo messo a servizio di altri.
Semplice quotidianità, solo questo.

I ragazzi percepiscono immediatamente la spontaneità di gesti e parole. Noi non siamo lì per loro, ma con loro.
Il nostro intervento integrativo e compensativo – per usare il gergo da circolare ministeriale 😦 – è una relazione, perché prima di fare qualcosa per qualcuno dobbiamo starci insieme, con autenticità. Non saremmo credibili, altrimenti.
Non servono eroi né doti eccezionali, né tantomeno un ego che si esalta in un altruismo di facciata. Basta essere se stessi, consapevoli che al centro ci sono degli adolescenti.
Ragionamento banale, forse anche scontato, date le profonde convinzioni.
Eppure sono state mosse obiezioni.

“Senti, ma … non dobbiamo nemmeno svalutare la nostra professionalità! Pensiamoci bene!”
“E se qualcuno ne approfittasse rubando tempo e spazio a chi ne ha effettivamente necessità?”
“E se si creassero gruppetti all’interno dell’oratorio?”

Affermazioni che si svalutano da sole, quelle sì; sovrastrutture mentali del mondo adulto.
I ragazzi, invece, escono alla spicciolata dalla sala; due o tre di loro si fermano a parlare, ridere e scherzare con un compagno reduce da una “lezione privata” a pagamento in una casa proprio di fronte.

Ciao Henriette

Collège International de Cannes - uno scorcio dell'interno

Collège International de Cannes – uno scorcio dell’interno

Anni ’80 – ’90. Un lungo periodo in cui, ogni settembre, all’incirca in questi giorni, stavo preparando le valigie destinazione Cannes, Collège International.
Per anni la mia scuola ha organizzato corsi intensivi di lingua e letteratura all’estero: due settimane, cinque ore di lezione al giorno, un programma preparato da me e svolto al Collège in collaborazione con i docenti di madre lingua condividendo il lavoro di spiegazione, correzione e valutazione. Altrettando facevano le mie colleghe in Inghilterra e, un po’ più tardi, in Germania.
Era come iniziare altrove il nuovo anno scolastico.

Un’esperienza davvero importante e completa, tipica della vita in un campus.
È facilmente intuibile che il rapporto con gli studenti fosse molto aperto: salivo ancora in cattedra, vero, ma pranzavo con loro, facevamo gruppo nei momenti di pausa tra una “racchettata” a tennis e l’altra, una partita a volley, una nuotata in mare proprio di fronte al Collège, o semplicemente seduti su una panchina nell’ampio cortile abbellito da palme e aiuole fiorite. La sera, dopo cena, raggiungevamo a volte il centro di Cannes, passeggiavamo sulla Croisette, entravamo a piccoli gruppi in qualche locale, ma molto spesso restavamo al campus, complici gli animatori che preparavano splendide serate trasformando il foyer in una discoteca, organizzando tornei di pallavolo, ping pong o scrabble.

Una compagnia eterogenea la nostra. Il Collège era frequentato da studenti di tutto il mondo; girava per il campus qualche orientale, ma la scena era dominata da ragazzoni statunitensi cresciuti a pallacanestro e palestra, corpi statuari da lasciare senza fiato le mie “fanciulle”… e pure me!

Si studiava anche, eh! Dislocati ai tavoli in cortile o all’interno, nel foyer, i ragazzi svolgevano i loro compiti per il giorno successivo, spesso a orari poco ortodossi.

“Prof, venga qua, per favore!”
“What a mess… French… is this a language?”
“S’il vous plaît… s’il vous plaît, Madame, pouvez-vous m’aider?”
“Eh, ma qui non ho mica capito, sa?”
“Primula, come here, please… pleeeas …”
“French… too much grammar, shit”
“Un aiutino… la prego… prooof…!”

Insomma, non mi annoiavo proprio nel doppio ruolo di prof e pseudo-mascotte.

In questo quadretto idilliaco, c’era un ma.
Pur a distanza, senza far percepire il fiato sul collo, i controlli erano all’ordine del giorno – dovrei piuttosto dire della notte. 😉 Captavo appuntamenti e sentivo odore di spinello lontano un miglio.
I ragazzi, si sa… ma molti erano ancora minorenni e quindi ne ero direttamente responsabile.

Ed ecco Henriette. (il nome è di fantasia)
Molto carina, apparentemente timida o comunque poco estroversa – almeno con me – un’acqua cheta, ergo di quelle che alla fine creano maggiori problemi.
Non mi stupiva per nulla che fosse spesso in compagnia di qualche giovanottone americano; m’insospettiva piuttosto la cautela del suo comportamento in mia presenza che si trasformava in leggera disinibizione non appena mi allontanavo.
Libera – pensava – ma con la coda dell’occhio io non me n’ero mai andata.
Finché una sera, dietro una palma, vidi la sua mano aprirsi e l’amico di turno depositarvi una bustina. Tutto chiaro. Non intervenni subito, lo feci qualche ora più tardi … Chiunque stia leggendo può intuire il seguito della storia. Preciso solo che tutto rimase tra lei e me.

Tornammo in Italia. La scuola “regolare” riprese con la sua routine.
Aspettavo con ansia i colloqui con i genitori per parlare con la mamma di Henriette.
Nel frattempo avevo avvisato del fatto la Preside che minimizzò con un “Lascia perdere.”
Lascia perdere???!!! Ero basita, o forse era al corrente di qualcosa, ma bastava dirlo.
Mi confidai con alcune colleghe.
“Ah… ma io l’avevo già vista in un portone dietro scuola… Si stava allacciando un elastico al braccio… forse… una siringa… non so…”
“E non sei intervenuta?”
“Come potevo? Ero in macchina!”
Ricordo che non risposi e che contrassi i muscoli del viso in una smorfia come se avessi pestato la merda di un cane sul marciapiede.

Era una mattina d’inverno; io, seduta in un’aula, aspettavo i genitori per i colloqui settimanali, quelli durante i quali è garantita una certa privacy: assente la ressa di persone che, anche da lontano, sono in grado di leggere i labiali controllando che tu abbia finalmente finito e sia arrivato il loro turno.
“Posso?”
“Prego, entri …” alzai la testa “Ah, buongiorno signora, come sta? Si accomodi!”
“Tutto bene e lei? La trovo proprio in forma!”
Convenevoli di rito. La mamma di Henriette si sedette di fronte a me. Ci separava un tavolo sul quale avevo appoggiato il registro che stavo aprendo con una lentezza inverosimile. Il mio cervello assemblava idee alla velocità della luce; cercavo il modo più elegante e discreto per parlare di Henriette, della persona più che della studentessa.
“Allora, come andiamo? Mi dica, ha recuperato un po’ questa benedetta figlia?”
Non era molto brillante a scuola. Intendevo tuttavia liquidare rapidamente la questione rendimento scolastico per arrivare a ciò che mi premeva di più.
“Sì… insomma… vediamo” appoggiai l’estremità di un foglio sulla riga del suo nome e dei voti. In realtà li conoscevo perfettamente, stavo solo prendendo tempo. Quasi balbettavo, cosa non da me.
“Allora… be’, per lo scritto deve ancora lavorare parecchio. L’ultima volta era impreparata, penso di interrogarla la prossima, ma glielo dica però…”
“Ma… devo mandarla a lezione?”
Presi la palla al balzo. Ora o mai più – mi dissi.
“Senta signora. Le lezioni di francese sono l’ultimo dei problemi. Le vorrei parlare di Henriette a Cannes…”
“Ah! Professoressa, come la devo ringraziare!” m’interruppe “si è trovata benissimo! È tornata entusiasta! Del corso, delle amicizie, di lei…”
“Signora mi ascolti…” parlavo lentamente guardandola negli occhi “sua figlia è giovanissima, eppure fuma molto…” La scrutavo, cercavo di intuire se fosse a conoscenza di qualcosa.
“Eh, sì… qualche sigaretta purtroppo… Sa, mio marito è un gran fumatore.”
“Ecco… a dire il vero non mi riferisco a semplici sigarette… anche a qualcos’altro, qualche spinello… e non solo… vede,… una sera a Cannes… un ragazzo le ha dato una bustina, ma forse…”
“Ma come si permette?” si alzò in piedi urlando “Mia figlia è una brava ragazza, sa? Non farebbe mai nulla di simile. Cosa le viene in mente? Anzi, se permette, la mamma sono io, lei si faccia gli affari suoi… pensi a fare l’insegnante piuttosto!” e uscì dalla stanza sbattendo  la porta con violenza.
Una conversazione che non ho mai dimenticato, anche dopo tanti anni, così come non ho scordato Henriette nonostante avesse abbandonato la  scuola alla fine dell’anno.

Perché raccontare questa storia proprio ora?
Il caso.

Mercoledì sera Rai 3 ha trasmesso un programma ottimo, Smile, in cui senza retorica né moralismo, curiosità morbosa o giudizio alcuno, si offre un quadro davvero coinvolgente dell’uso di alcol e stupefacenti.
Una galleria di ragazze e ragazzi (alcuni adolescenti con il volto coperto da una maschera o un passamontagna per non essere identificati) che riferiscono liberamente la loro esperienza.

Parole alternate a immagini di locali in cui l’ambiente pulsa d’intermittenze blu, rosse, arancioni, con faretti che sparano fasci di luce chiara o colorata al ritmo martellante della musica. S’intravedono teste, braccia alzate e bicchieri.
Poi, il silenzio di una strada notturna al riverbero di qualche lampione… il palmo di una mano che si apre, un’altra mano che deposita una bustina trasparente e ritira banconote.

Sappiamo tutti bene come funziona, e pure le statistiche dei consumi; non sono certo le immagini ad avermi colpita, ma le parole pronunciate: frasi che mi si sono stampate nel cervello e si sono trasformate in pugni nello stomaco ieri pomeriggio quando ho pensato di rivedere il video.

Tante le giustificazioni dei ragazzi, conosciamo bene anche questo: dal gioco di scaricare le responsabilità sempre su altri, su un mondo che non soddisfa, non presenta prospettive e su una scuola che non offre nulla, a discorsi sulla quasi “necessità” dell’uso degli stupefacenti per essere accolti nel “gregge”, quasi fosse un rito d’iniziazione all’età adulta.

Mi ha fatto veramente soffrire l’assurdità di un ossimoro

“Io ci tengo alla mia felicità”
“Uscire con amici a chiacchierare attaccati a un muretto, a fumare una sigaretta, anche una canna, andare a ballare, mi annoiava. Mi sono accorto che assumendola sempre (coca, ndr.) mi divertivo un sacco di più. Io ci tengo alla mia felicità.”

Mi ha ferito l’anima l’analisi disincantata e cinica di un pusher

“Spaccio? Sì, e allora? C’è chi si prostituisce, chi pulisce i cessi, chi vende assicurazioni, chi lecca il culo al politico di turno, chi distribuisce volantini… io spaccio, offro un servizio richiesto che mi permette di fare una vita un po’ meno di merda di molti…”

Scorrono le immagini di un ragazzo incappucciato nella sua felpa che cammina velocemente tra le auto parcheggiate e ogni tanto spunta una mano che deposita una bustina trasparente sul palmo di un’altra mano.

“Vendere polvere è come vendere caramelle. Anche lo zucchero è tossico. Quindi mi sono detto: se vuoi fare soldi, devi vendere un prodotto che ti costi poco e che puoi vendere a tanto. Me l’hanno insegnato a economia, il mercato funziona così…
Vuoi sapere perché spaccio? Per giocare a video poker. Ci ho speso una fortuna e qualche volta ho pure vinto parecchio, ma mai tanto quanto ci ho investito. Questo è veramente un vizio costoso.
È un lavoro che mi permette di dormire fino a tardi. Mi sono fatto un sacco di amici, ho sempre gente in casa… ti posso dire di essere un tipo che piace.”

Mucchietti di cocaina su una bilancia, dosi preparate e imbustate. Parole di sottofondo.

“Se non lo faccio io lo fa qualcun altro, è un mercato enorme questo. La domanda supera di gran lunga l’offerta. Non hai idea di quanti siano a calarsi di tutto… ragazzi, anche giovanissimi. Ormai non è solo una questione di sballo il fine settimana. Ormai è dappertutto, sempre, sette giorni su sette, 24 ore su 24. C’è gente che mi chiama alle quattro del mattino di mercoledì, ci credi?… Ragazzini, tanti… ne hanno bisogno per stare insieme, per studiare, per giocare alla play station, come se le sostanze colmassero un vuoto profondo, come se fosse troppo difficile stare dentro la realtà.
Essere lucidi per alcuni è una condizione terrificante”

Quest’ultima dichiarazione è una pugnalata.
Quanta solitudine in questo sballo! Quanta richiesta d’aiuto!
Mi sono coricata tardi mercoledì notte, faticavo a prendere sonno; troppo forte la sensazione amara di non avere fatto abbastanza per chi ho conosciuto, di non avere comunicato sufficiente senso della vita attraverso la cultura.

Ho rivisto il viso di Henriette.
Forse se avessi urlato anch’io quel giorno, imposto a quella mamma di ascoltarmi, battuto i pugni sul tavolo arrivando persino a farmi odiare da lei più di quanto non stesse già facendo in quel momento… forse Henriette oggi sarebbe ancora viva.

droga

Insegnare è condividere

Finalmente! L’aspettavo, sa? Ero certa che sarebbe venuta!
Una voce cristallina mi accoglie mentre varco la soglia di un antico palazzo della mia città.
È un caldo pomeriggio di maggio. Passo dal bagliore della luce sull’asfalto della via del centro alla penombra del chiostro, e non riesco subito a darle un volto.
Ma è proprio Elisabetta!
Segue un abbraccio avvolgente, come tra vecchie amiche che si sono viste anche solo il giorno prima.

In realtà, Elisabetta è una mia ex alunna e ci incontriamo dopo ben diciassette anni! Non c’eravamo completamente perse, ma nulla più di qualche contatto su Facebook .
Diciassette anni! Ci guardiamo … il passato non sembra essere tale, il saluto affettuoso testimonia di un bel rapporto che è ancora il presente, nonostante il tempo trascorso.

È il suo giorno, la presentazione del suo primo libro Sarebbe più interessante parlare di Angelica. È emozionata e felice; i suoi occhi sorridono mentre ringrazia e stringe mani.
Arrivano in molti per condividere con lei la gioia di un sogno realizzato.

Io mi sento chiamare da più parti.
Ma dai!”, “Guarda chi c’è!”, “Quanto tempo!”, anche per nome, persino con un “Ciao prof!” che non ha prezzo.
Compagne e compagni di scuola di Elisabetta, tutti passati “sotto le mie grinfie”, come sottolinea qualcuno ridendo. Un pizzico di nostalgia al ricordo del periodo del Liceo, della mia materia “nonostante i quattro!” (“Quanti ne abbiamo presi!” esclama un coretto; “Ma quanti ne ho dati!?” replico con una battuta), poi tante, tantissime risate e un’atmosfera stupendamente cameratesca.
Alcuni m’informano con soddisfazione sul loro lavoro; altri mi presentano la famiglia e mi fanno trastullare un pargoletto.
Momenti fantastici!

Ora i riflettori sono per Elisabetta.
È disinvolta mentre illustra la sua raccolta di racconti

Accanto a lei, Chicca e Silvia che le rivolgono domande e leggono alcune pagine del libro.

Elisaetta al centro. Silvia e Chicca ai lati. Palazzo Fodri - Cremona

Elisabetta al centro. Silvia e Chicca ai lati.
Palazzo Fodri – Cremona

Spiega com’è nato il progetto: la vittoria a un concorso letterario e da qui la spinta a narrare altre storie, inventare personaggi e creare nuove vite.

Davvero un bel pomeriggio … per avere ritrovato le “mie” ragazze e i “miei” ragazzi ormai adulti realizzati nei loro obiettivi professionali, personali e affettivi.
Ci lasciamo in allegria programmando nuovi rendez-vous.

Mi avvio verso casa. È quasi sera. Pedalo tranquillamente in bicicletta per le vie della città, respiro profondamente l’aria più fresca e sorrido soddisfatta.

E con Carlotta … sono due!“, mi sento decisamente orgogliosa. Di loro, ovvio, ma anche di me.
Non è mancanza di modestia, piuttosto la consapevolezza di avere insegnato con la volontà di essere superata da loro, con il desiderio di imparare sempre di più grazie ai loro stimoli, con il proposito di non addestrarli a un mestiere ma di fornire loro gli strumenti per cercarlo e poi trovarlo; e oggi, infine, la certezza che non mi hanno subìta.

Soddisfatta, ripeto, per la conferma dell’idea di scuola che, insieme ad altri bravissimi colleghi, ho sempre sostenuto, testardamente, anche tra alcuni ostacoli.

Insegnante esigente? Ebbene sì, lo ero, ma (mi si perdoni l’accostamento) come un genitore, comunque un educatore, cui importa molto della crescita culturale e umana dei propri figli.
Non ho mai creduto alla figura del prof/compagno che si atteggia a “gggiovane” nel linguaggio e nel comportamento per guadagnare consenso. Anzi, basare il rapporto con gli studenti su questa finalità è già partire con il piede sbagliato. Se deve proprio esistere un “progetto di conquista”, è semmai quello della loro stima e non della loro amicizia. Il feeling non si nutre solo di simpatia.

Perché nel nostro conversare durante il pomeriggio sono emersi ricordi dei “due” o dei “quattro” ricevuti al Liceo (non solo da me, eh!…) e non degli “otto” elargiti con tanta generosità? Perché, ancora, farmi notare “Ti ricordi, prof, quando in quell’interrogazione mi hai dato la sufficienza?” citandone addirittura l’argomento?

Gli studenti non dimenticano, soprattutto capiscono. Sanno assolutamente valutare la competenza e l’autorevolezza di chi hanno di fronte, l’onestà intellettuale di chi, con molta chiarezza, a una particolare richiesta risponde con tranquillità “Non so, m’informo, poi ne parliamo”; sono perfettamente in grado di riconoscere chi li rispetta pur nei richiami, capaci di distinguere la svogliata indifferenza di un disinteressato lasciar correre e l’intervento puntuale, attento, anche severo per il loro bene.

Soddisfatta, quindi, e lo ripeto ancora, non per me bensì per un concetto di scuola e d’insegnamento la cui essenza è la condivisione, che non significa appiattimento.

E questo è il premio della giornata, ma non solo …

Elisabetta 2