«Il giorno sapeva di sporco» (Claudio Lolli)

Non ho scritto nulla sui fatti tragici di Genova. Non ritengo sia necessario esternare sempre e comunque. La riflessione intima è amica, il silenzio esprime rispetto, la prudenza è ispiratrice e consigliera.

Ad alcuni giorni dalle esequie, mantenendo sempre però il doveroso riguardo verso chi non è più in vita e chi soffre, mi lascio andare a un pensiero, che è pure una richiesta sommessa.

Eviterei i funerali di Stato, almeno in circostanze come queste. Non si assisterebbe alla strumentalizzazione di un dolore immenso, baciamani, carezze sui visi, strette di mano profuse, applausi al deus ex machina di turno, fischi inopportuni – dati luogo e momento – selfie richiesti e sconvenientemente concessi mentre Saggezza avrebbe suggerito un cortese rifiuto – sempre dati luogo e momento.

Il paternalismo di chi appare, agli occhi dei più, l’uomo della provvidenza che regge il destino di uno Stato è storia vecchia come il mondo. Nell’immediato, si cerca subito il responsabile e, nel contempo, si plaude a un certo potere ritenuto salvifico, unico e miracolante.

Esiste un tempo per tutto: la partecipazione al lutto, il pianto, la rabbia, l’elogio e la contestazione, fasi e momenti che l’uomo di Stato, se interprete corretto del suo ruolo, non può e non deve confondere. Richiedere giustizia e chiarezza, protestare contro gli inadempienti è sacrosanto, ma, mi si consenta, tutto ciò a bocce ferme, non a morto caldo.

Lo Stato siamo tutti noi, noi cittadini, elettori, lavoratori, madri e padri di famiglia, individui dotati di buon senso accanto al moltiplicarsi di comitati nel no, del ni, del ma, del non so, del forse, assieme a quanti ci rappresentano che abbiamo delegato e sono perciò nostra proiezione.

Esistono diversi livelli di responsabilità, ma anche il più basso deve sentirne il peso e agire di conseguenza. Non basta che il nostro personale orticello, e solo quello, sia lussureggiante poiché è un pezzettino di un campo molto molto più vasto.

Che brani avrebbero scelto per tale contesto Aretha Franklin e Caudio Lolli, morti a un giorno di distanza l’una dall’altro, il 16 e il 17 agosto, interpreti indimenticabili di sentimenti come giustizia, partecipazione e senso della collettività?

Forse il pezzo di Otis Redding, Respect, di cui la regina del soul ribalta completamente il senso? L’uomo che chiede alla sua compagna di essere rispettato quando rientra dal lavoro si trasforma in una donna che da lui pretende rispetto.

I am about to give you all my money
But all I want you to do
Just give it, give it
Respect when I come home.
(Otis Redding)

All I’m asking
Is for a little respect when you get home
Hey baby
When you get home Mister
……………………………………………
Respect
Find out what it means to me
(Aretha Franklin)

Allargando l’angolo visuale, è in buona sostanza la richiesta di fedeltà al proprio ruolo, dal rapporto di coppia alla relazione cittadini/uomo di Stato.

E Claudio Lolli? Geniale outsider, capace di rescindere il contratto con la multinazionale EMI per firmare con una casa discografica indipendente dopo il successo di Ho visto anche degli zingari felici, uomo che ha cantato l’utopia di una generazione, ironizzato sulla mentalità borghese, dichiarato in un’intervista del giugno 2017: «Chi dice: “Rubano tutti, so’ tutti ladri!”, ecco loro non invitano al convivio politico, ma al contrario invitano all’indifferenza. Quelli che sembrano più movimentisti sono in realtà i più freddi. Forse sarà un paradosso, ma quelli che scendono nelle piazze contro tutto sono quelli più freddi, perché impediscono alla gente di pensare, di farsi un’idea, di avere un profilo civile. Moderatamente civile.»

Chissà se approverebbe la scelta di Incubo numero zero, brano tratto dall’album Disoccupate le strade dai sogni (1977). Tutto è quantificabile, anche la soddisfazione, e ogni cosa misurabile: è la certezza del calcolo. L’invito disilluso

disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole

rende i sogni stessi ingombranti, inutili, ma comunque vivi mentre l’uomo della provvidenza – in senso politico – dispensa solo rassicurazioni.

Semplice quotidianità

foto by Primula - Ma Bohème

foto by Primula – Ma Bohème

foto by Primula - Ma Bohème

foto by Primula – Ma Bohème

Si chiamano Adam, Omar, Iris, Annass, Princilia, Xinyi, Wissal, Iustina, Malwin, per citarne solo alcuni.
Sono ragazzi, principalmente adolescenti.
Iris è di famiglia italiana; Princilia proviene dalla Costa d’Avorio, Xinyi dalla Cina; Wissal è tunisina; Anass e i due fratelli Adam e Omar sono marocchini; Iustina è nata in Romania e Malwin in India, lui il maggiorenne e il ragazzone del gruppo.
Extracomunitari accanto a italiani o naturalizzati italiani; famiglie modeste, mamma e papà in qualche caso con lavori occasionali, ma tanta tanta dignità.

I nostri ragazzi: così li chiamiamo noi.

Mesi fa, una domenica pomeriggio, ci ritroviamo tra amici, conoscenti, insegnanti ed ex prof, a chiacchierare del più e del meno. Inevitabile che, a un certo punto, si parli di scuola nonostante i tentativi per evitarlo 😉 … e improvvisamente nasce un’idea.
Perché non dedicare un po’ del nostro tempo ad aiutare ragazzi bisognosi di un sostegno nello studio ma che non possono permettersi l’onere economico di “lezioni private”?
Andata!
Molto entusiasmo, ma … “Amici! Piedi ben saldi a terra” sottolineo “Dove, come, quando?”
Mettiamo a punto il progetto, cerchiamo rinforzi, identifichiamo la location, pubblicizziamo l’iniziativa e arrivano le prime adesioni.

I ragazzi sono parecchi, il loro numero probabilmente aumenterà nel corso dell’anno; questo dovrebbe fare riflettere, e non poco.

Iniziano le scuole e la nostra attività decolla.
Tutti puntualissimi all’ora stabilita e nei giorni fissati, loro e noi, tutti accomunati dal medesimo desiderio di lavorare. Chi ha bisogno di un supporto in Italiano, chi nelle lingue straniere, chi ancora nelle materie scientifiche … riusciamo a soddisfare le varie esigenze.

Una bella esperienza, un’atmosfera serena perché, ovviamente, spazio e tempo non mancano anche per “cazzeggiare” un po’.

foto by Primula -- Ma Bohème

foto by Primula — Ma Bohème

Niente di nuovo sotto il sole, potrebbe commentare qualcuno; iniziative simili esistono da tempo.
Vero; ma un particolare è forse interessante.
Ci riuniamo in una grande stanza nell’oratorio di una chiesa cattolica.
Nessun problema se il gruppo è formato da magrebini musulmani, un induista, una cinese di cui non si è ancora ben capita la confessione religiosa, da cattoliche praticanti e altre decisamente meno. Nessun imbarazzo; ciò che conta è l’incontro di storie, mondi, vite, individui, progetti, azioni. Eppure siamo nel cuore di un ambiente cattolico, s’incrociano preti e monache; anche questo dovrebbe fare riflettere, e non poco.

Vogliamo chiamarlo volontariato?
Mah, sono perplessa. Mi piacerebbe sganciare questa iniziativa da qualsiasi forma di elogio retorico. Mi limito a dire che non è tempo sottratto, non è compassione, non è concessione dall’alto della propria disponibilità, non è addirittura sacrificio: è un’assunzione di responsabilità, il riconoscimento di un ruolo messo a servizio di altri.
Semplice quotidianità, solo questo.

I ragazzi percepiscono immediatamente la spontaneità di gesti e parole. Noi non siamo lì per loro, ma con loro.
Il nostro intervento integrativo e compensativo – per usare il gergo da circolare ministeriale 🙁 – è una relazione, perché prima di fare qualcosa per qualcuno dobbiamo starci insieme, con autenticità. Non saremmo credibili, altrimenti.
Non servono eroi né doti eccezionali, né tantomeno un ego che si esalta in un altruismo di facciata. Basta essere se stessi, consapevoli che al centro ci sono degli adolescenti.
Ragionamento banale, forse anche scontato, date le profonde convinzioni.
Eppure sono state mosse obiezioni.

“Senti, ma … non dobbiamo nemmeno svalutare la nostra professionalità! Pensiamoci bene!”
“E se qualcuno ne approfittasse rubando tempo e spazio a chi ne ha effettivamente necessità?”
“E se si creassero gruppetti all’interno dell’oratorio?”

Affermazioni che si svalutano da sole, quelle sì; sovrastrutture mentali del mondo adulto.
I ragazzi, invece, escono alla spicciolata dalla sala; due o tre di loro si fermano a parlare, ridere e scherzare con un compagno reduce da una “lezione privata” a pagamento in una casa proprio di fronte.