Ciao Henriette

Collège International de Cannes - uno scorcio dell'interno

Collège International de Cannes – uno scorcio dell’interno

Anni ’80 – ’90. Un lungo periodo in cui, ogni settembre, all’incirca in questi giorni, stavo preparando le valigie destinazione Cannes, Collège International. Per anni la mia scuola ha organizzato corsi intensivi di lingua e letteratura all’estero: due settimane, cinque ore di lezione al giorno, un programma preparato da me e svolto al Collège in collaborazione con i docenti di madre lingua condividendo il lavoro di spiegazione, correzione e valutazione. Altrettando facevano le mie colleghe in Inghilterra e, un po’ più tardi, in Germania. Era come iniziare altrove il nuovo anno scolastico.

Un’esperienza davvero importante e completa, tipica della vita in un campus.

È facilmente intuibile che il rapporto con gli studenti fosse molto aperto: salivo ancora in cattedra, vero, ma pranzavo con loro, facevamo gruppo nei momenti di pausa tra una “racchettata” a tennis e l’altra, una partita a volley, una nuotata in mare proprio di fronte al Collège, o semplicemente seduti su una panchina nell’ampio cortile abbellito da palme e aiuole fiorite. La sera, dopo cena, raggiungevamo a volte il centro di Cannes, passeggiavamo sulla Croisette, entravamo a piccoli gruppi in qualche locale, ma molto spesso restavamo al campus, complici gli animatori che preparavano splendide serate trasformando il foyer in una discoteca, organizzando tornei di pallavolo, ping pong o scrabble.

Una compagnia eterogenea la nostra. Il Collège era frequentato da studenti di tutto il mondo; girava per il campus qualche orientale, ma la scena era dominata da ragazzoni statunitensi cresciuti a pallacanestro e palestra, corpi statuari da lasciare senza fiato le mie “fanciulle”… e pure me!

Si studiava anche, eh! Dislocati ai tavoli in cortile o all’interno, nel foyer, i ragazzi svolgevano i loro compiti per il giorno successivo, spesso a orari poco ortodossi.

«Prof, venga qua, per favore!»
«What a mess… French… is this a language?»
«S’il vous plaît… s’il vous plaît, Madame, pouvez-vous m’aider?»
«Eh, ma qui non ho mica capito, sa?»
«Primula, come here, please… pleeeas …»
«French… too much grammar, shit»
«Un aiutino… la prego… prooof…!»

Insomma, non mi annoiavo proprio nel doppio ruolo di prof e pseudo-mascotte.

In questo quadretto idilliaco, c’era un ma.

Pur a distanza, senza far percepire il fiato sul collo, i controlli erano all’ordine del giorno – dovrei piuttosto dire della notte. 😉 Captavo appuntamenti e sentivo odore di spinello lontano un miglio. I ragazzi, si sa… ma molti erano ancora minorenni e quindi ne ero direttamente responsabile.

Ed ecco Henriette. (il nome è di fantasia)

Molto carina, apparentemente timida o comunque poco estroversa – almeno con me – un’acqua cheta, ergo di quelle che alla fine creano maggiori problemi. Non mi stupiva per nulla che fosse spesso in compagnia di qualche giovanottone americano; m’insospettiva piuttosto la cautela del suo comportamento in mia presenza che si trasformava in leggera disinibizione non appena mi allontanavo. Libera – pensava – ma con la coda dell’occhio io non me n’ero mai andata.

Finché una sera, dietro una palma, vidi la sua mano aprirsi e l’amico di turno depositarvi una bustina. Tutto chiaro. Non intervenni subito, lo feci qualche ora più tardi… Chiunque stia leggendo può intuire il seguito della storia. Preciso solo che tutto rimase tra lei e me.

Tornammo in Italia. La scuola “regolare” riprese nella sua routine.
Aspettavo con ansia i colloqui con i genitori per parlare con la mamma di Henriette.
Nel frattempo avevo avvisato del fatto la Preside, che minimizzò con un «Lascia perdere.»
Lascia perdere???!!! Ero basita, o forse era al corrente di qualcosa, ma bastava dirlo.
Mi confidai con alcune colleghe.
«Ah… ma io l’avevo già vista in un portone dietro scuola… Si stava allacciando un elastico al braccio… forse… una siringa… non so…»
«E non sei intervenuta?»
«Come potevo? Ero in macchina!»
Ricordo che non risposi e contrassi i muscoli del viso in una smorfia come se avessi pestato la merda di un cane sul marciapiede.

Era una mattina d’inverno. Seduta in un’aula, aspettavo i genitori per i colloqui settimanali, quelli durante i quali è garantita una certa privacy: assente la ressa di persone che, anche da lontano, sono in grado di leggere i labiali controllando che tu abbia finalmente finito e sia arrivato il loro turno.
«Posso?»
«Prego, entri … – alzai la testa – Ah, buongiorno signora, come sta? Si accomodi!»
«Tutto bene e lei? La trovo proprio in forma!»

Convenevoli di rito. La mamma di Henriette si sedette di fronte a me. Ci separava un tavolo sul quale avevo appoggiato il registro che stavo aprendo con una lentezza inverosimile. Il mio cervello assemblava idee alla velocità della luce; cercavo il modo più elegante e discreto per parlare di Henriette, della persona più che della studentessa.

«Allora, come andiamo? Mi dica, ha recuperato un po’ questa benedetta figlia?»
Non era molto brillante a scuola. Intendevo tuttavia liquidare rapidamente la questione rendimento scolastico per arrivare a ciò che mi premeva di più.
«Sì… insomma… vediamo » appoggiai l’estremità di un foglio sulla riga del suo nome e dei voti. In realtà li conoscevo perfettamente, stavo solo prendendo tempo. Quasi balbettavo, cosa non da me.
«Allora… be’, per lo scritto deve ancora lavorare parecchio. L’ultima volta era impreparata, penso di interrogarla la prossima, ma glielo dica però…»
«Ma… devo mandarla a lezione?»
Presi la palla al balzo. Ora o mai più – mi dissi.
«Senta signora. Le lezioni di francese sono l’ultimo dei problemi. Le vorrei parlare di Henriette a Cannes…»
«Ah! Professoressa, come la devo ringraziare! – m’interruppe – si è trovata benissimo! È tornata entusiasta! Del corso, delle amicizie, di lei…»
«Signora mi ascolti… – parlavo lentamente guardandola negli occhi – sua figlia è giovanissima, eppure fuma molto…» La scrutavo, cercavo di intuire se fosse a conoscenza di qualcosa.
«Eh, sì… qualche sigaretta purtroppo… Sa, mio marito è un gran fumatore.»
«Ecco… a dire il vero non mi riferisco a semplici sigarette… anche a qualcos’altro, qualche spinello… e non solo… vede… una sera a Cannes… un ragazzo le ha dato una bustina, ma forse…»
«Ma come si permette? – si alzò in piedi urlando – Mia figlia è una brava ragazza, sa? Non farebbe mai nulla di simile. Cosa le viene in mente? Anzi, se permette, la mamma sono io, lei si faccia gli affari suoi… pensi a fare l’insegnante piuttosto!» e uscì dalla stanza sbattendo  la porta con violenza.

Una conversazione che non ho mai dimenticato, anche dopo tanti anni, così come non ho scordato Henriette nonostante avesse abbandonato la  scuola alla fine dell’anno.

Perché raccontare questa storia proprio ora?
Il caso.

Mercoledì sera Rai 3 ha trasmesso un programma ottimo, Smile, in cui senza retorica né moralismo, curiosità morbosa o giudizio alcuno, si offre un quadro davvero coinvolgente dell’uso di alcol e stupefacenti. Una galleria di ragazze e ragazzi (alcuni adolescenti con il volto coperto da una maschera o un passamontagna per non essere identificati) che riferiscono liberamente la loro esperienza.

Parole alternate a immagini di locali in cui l’ambiente pulsa d’intermittenze blu, rosse, arancioni, con faretti che sparano fasci di luce chiara o colorata al ritmo martellante della musica. S’intravedono teste, braccia alzate e bicchieri. Poi, il silenzio di una strada notturna al riverbero di qualche lampione… il palmo di una mano che si apre, un’altra mano che deposita una bustina trasparente e ritira banconote.

Sappiamo tutti bene come funziona, e pure le statistiche dei consumi; non sono certo le immagini ad avermi colpita, ma le parole pronunciate: frasi che mi si sono stampate nel cervello e si sono trasformate in pugni nello stomaco ieri pomeriggio quando ho pensato di rivedere il video.

Tante le giustificazioni dei ragazzi, conosciamo bene anche questo: dal gioco di scaricare le responsabilità sempre su altri, su un mondo che non soddisfa, non presenta prospettive e su una scuola che non offre nulla, a discorsi sulla pseudo “necessità” dell’uso degli stupefacenti per essere accolti nel “gregge”, quasi fosse un rito d’iniziazione all’età adulta.

Mi ha fatto veramente soffrire l’assurdità di un ossimoro

«Io ci tengo alla mia felicità»
«Uscire con amici a chiacchierare attaccati a un muretto, a fumare una sigaretta, anche una canna, andare a ballare, mi annoiava. Mi sono accorto che assumendola sempre (coca, ndr.) mi divertivo un sacco di più. Io ci tengo alla mia felicità.»

Mi ha ferito l’anima l’analisi disincantata e cinica di un pusher

«Spaccio? Sì, e allora? C’è chi si prostituisce, chi pulisce i cessi, chi vende assicurazioni, chi lecca il culo al politico di turno, chi distribuisce volantini… io spaccio, offro un servizio richiesto che mi permette di fare una vita un po’ meno di merda di molti…»

Scorrono le immagini di un ragazzo incappucciato nella sua felpa che cammina velocemente tra le auto parcheggiate e ogni tanto spunta una mano che deposita una bustina trasparente sul palmo di un’altra mano.

«Vendere polvere è come vendere caramelle. Anche lo zucchero è tossico. Quindi mi sono detto: se vuoi fare soldi, devi vendere un prodotto che ti costi poco e che puoi vendere a tanto. Me l’hanno insegnato a economia, il mercato funziona così…
Vuoi sapere perché spaccio? Per giocare a video poker. Ci ho speso una fortuna e qualche volta ho pure vinto parecchio, ma mai tanto quanto ci ho investito. Questo è veramente un vizio costoso.
È un lavoro che mi permette di dormire fino a tardi. Mi sono fatto un sacco di amici, ho sempre gente in casa… ti posso dire di essere un tipo che piace.»

Mucchietti di cocaina su una bilancia, dosi preparate e imbustate. Parole di sottofondo.

«Se non lo faccio io lo fa qualcun altro, è un mercato enorme questo. La domanda supera di gran lunga l’offerta. Non hai idea di quanti siano a calarsi di tutto… ragazzi, anche giovanissimi. Ormai non è solo una questione di sballo il fine settimana. Ormai è dappertutto, sempre, sette giorni su sette, 24 ore su 24. C’è gente che mi chiama alle quattro del mattino di mercoledì, ci credi?… Ragazzini, tanti… ne hanno bisogno per stare insieme, per studiare, per giocare alla play station, come se le sostanze colmassero un vuoto profondo, come se fosse troppo difficile stare dentro la realtà.
Essere lucidi per alcuni è una condizione terrificante.»

Quest’ultima dichiarazione è una pugnalata. Quanta solitudine in questo sballo! Quanta richiesta d’aiuto! Mi sono coricata tardi mercoledì notte, faticavo a prendere sonno; troppo forte la sensazione amara di non avere fatto abbastanza per chi ho conosciuto, di non avere comunicato sufficiente senso della vita attraverso la cultura.

Ho rivisto il viso di Henriette.

Forse se avessi urlato anch’io quel giorno, imposto a quella mamma di ascoltarmi, battuto i pugni sul tavolo arrivando persino a farmi odiare da lei più di quanto non stesse già facendo in quel momento… forse Henriette oggi sarebbe ancora viva.

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