Paradigma

primo giorno d’autunno in Pianura Padana

 

Lassù, il sole osserva il moto delle cose. Sfoggia ancora l’abito estivo che non si decide a riporre. Con ilare irriverenza e autoritaria disinvoltura, scruta in basso verso le stoppie in attesa di decomposizione, di un erpice a miscelarle nel terreno.

In un torrido inizio d’autunno, una brillante presenza, quasi insolente e sfacciata, signoreggia su scure zolle deferenti e paglie monche: fermezza sovrasta fragilità.

Il terreno dissodato diventa tomba in cui tutto si assembla – semina, germinazione, mietitura, vita e morte, spazio e tempo – e si rincorre nell’estinzione apparente.

Restano solchi tracciati: culle di futuri neonati, monumenti di sopravvivenza.

Ed Elios è lassù: caldo punto fermo, risoluto nel contrastare il passaggio ineluttabile del tempo; riferimento rassicurante, determinato nel fronteggiare l’incertezza della transizione.

Quasi una sfida. O un orientamento? Espressione di solidarietà? Invito alla resistenza?

In un angolino della bassa padana, la natura diventa paradigma di un oggi in buona parte barcollante, che chiede e cerca chiarezza.

 

 

Perdersi

Pedalare senza fretta in una splendida giornata d’agosto, tra i campi della pianura cremonese, percorrere viottoli e sentieri antichi ma non vecchi, godere del calore gradevole di un sole amico.

Ascoltare la voce del vento sussurrare tra le pannocchie mature, osservare il dolce movimento ondulatorio di alti steli d’erba, esili solo all’apparenza, boys che si aprono a ventaglio al passaggio della ruota soubrette.

Mi fermo, stride il freno, intorno l’atmosfera è muta. Un colpo di pedale e il mormorio riprende. Sassolini di bitume scricchiolano sotto i copertoni, parlottano alla gomma e decidono di accompagnare la pedalata. Il sole esce dai rami e gioca con le foglie. Un albero dopo l’altro, si sposta assieme a me e segue allegramente il percorso.

Le strade sono deserte e mi piace. Perdersi è spesso salutare, allontanarsi benefico, isolarsi provvidenziale. L’uomo tuttavia c’è, sempre, proiezione ambivalente.

In rovi anarchici che soffocano un fosso

nel trattore fermo circondato da mucchietti di foraggio

in rami prepotenti che invadono un corso d’acqua

nel ricordo dei martiri di Bagnara sul luogo preciso in cui otto vigili del fuoco partigiani furono fucilati da un plotone tedesco il 27 aprile 1945

nell’asfalto che usurpa spazi ed è beffato da un bouquet burlone e spavaldo.

Ne ammiro lo scherno e l’ardire, lo rendono ancora più bello.

Momenti in cui perdersi non significa smarrirsi, ma orientarsi dentro. Quando, inaspettata:

«Signora mi scusi, un’informazione…»

Non ho quasi sentito il motore dell’auto avvicinarsi. Un viso accaldato si sporge dal finestrino.

«Può indicarmi per cortesia la direzione dell’autostrada per Jesolo?»

Surreale eppur vero. Ci troviamo in aperta campagna, nel cuore della Pianura Padana, al bivio tra Vigolo e Case Sparse, due paesini noti – credo – solo agli abitanti del luogo. Incredulità e stupore, smarrimento e apprensione s’incrociano, separati dalla lamiera grigio spento di una macchinina diventata all’improvviso protagonista di un quadro inverosimile, come uscita dal nulla. Un rapido dialogo cordiale e si riparte.

Vari modi per perdersi…

È quindi proprio ora di rientrare. E pedalo verso il Torrazzo, sempre senza fretta.

 

Opportunità

sole

 

Ieri,

il sole

mi ha regalato un sorriso.

Lo stampo,

ne faccio copie

per i momenti

di pioggia.

 

© Primula