Talento e ispirazione

I riconoscimenti che tra blogger ci regaliamo in segno di stima e apprezzamento per il reciproco lavoro sono sempre molto graditi. Sarebbe davvero ipocrita affermare il contrario.
Blogghiamo e scriviamo per essere letti, per condividere emozioni, opinioni, avvenimenti, letture, scelte musicali e artistiche in genere. Mi permetto di affermare che non credo nella “scrittura per sé”; in quel caso un diario privato sarebbe più coerente.
Al riguardo, ho già espresso il mio punto di vista in modo più completo e argomentato .

Quindi, e non per formalità, ringrazio Sun per il Premio Talento Innato e Jeiem Erwin per The Very Inspiring Blogger Award.

talento innato

ar-inspiringblogger

Proseguendo nel percorso intrapreso ormai da tempo in occasione di altri riconoscimenti (L’ ebbrezza della Book Nomination, Versi per un’amichevole curiosità, A proposito di libri …, Il piacere del libro), anche in questa circostanza ne approfitto per un’impostazione “alternativa”.
Le domande e richieste previste dai due Awards sono un’opportunità davvero ghiotta per riflettere su Talento e Ispirazione, due pareti portanti dell’edificio-scrittura.

lineaSeparatrice

bigliettino

sipario aperto

È una calda domenica pomeriggio di luglio.
Seduta in penombra a un tavolino della terrasse d’un café, una donna, sola, sorseggia una bibita fresca e riflette osservando la piazza semideserta. Molti sono già in vacanza, altri in procinto di partire … e lei inspira profondamente. Per lei non esiste vacanza, almeno, non dovrebbe.

Una voce maschile la distrae dalla sua meditazione. “ Ma ciao! Non pensavo di trovarti qui!”

“Ma … ma … guarda chi si rivede! … Taleeento!! Come va? Non ci siamo più sentiti dall’ultima volta che abbiamo lavorato insieme.”

“Eh, già carissima Ispirazione … sigh … Le occasioni non sono molte ultimamente. 🙁 “

“Sempre ottimista, tu eh? Possibile? Ma hai guardato in giro?!? Mai una volta soddisfatto, mai, da quando ti conosco.”

“Da che pulpito! Sbaglio o eri qui da sola? Speravi che qualcuno ti mettesse in valigia, eh!? 😉 Anzi, ti dispiace se ti faccio compagnia e chiacchieriamo un po’?”

“Figurati Talento! …. Beviamo qualcosa e rinfreschiamoci anche le idee!”

“Cosa intendi dire? Che sono confuso?”

“No, be’, … un tantino perso. Almeno ho quest’impressione, come se ti sentissi in un certo senso abbandonato. E hai anche quell’aria leggermente snob che forse forse non ti dona.”

“Certo che sei intuitiva tu, come la maggior parte delle donne del resto. Devo ammetterlo, hai ragione … ma io non voglio essere snob, non m’interessa. Io voglio poter trovare qualcuno in gamba e sostenerlo. E quello che sento dentro di me è una specie d’incapacità a gestire l’abbandono …”

“Scusa, ma proprio non ti capisco. Se cerchi qualcuno in gamba, con delle capacità, tu sei già con lui. Perché allora questa depressione?”

“Non sono depresso, solo un po’ triste. Ora ti parlo con il senso innato in mano che pulsa con tachicardia da ansia. Io lo so bene, so di essere in tantissime persone, ma a volte mi trovo magari a far nulla. Ogni tanto scalcio e mi faccio sentire ma spesso nessuno mi ascolta. Rimango in silenzio, osservo dall’interno cuore e cervello umani … a un certo punto non mi trattengo più … prima sussurro poi urlo –Lavora! Lavora! In questo modo io, Talento, il Tuo Talento, diventerò la tua forza e tu sarai un vero artista!
Io, Talento, da solo, non sono nulla. Mi-serve-lavoro-e-mestiere-perché-mi-possa-esprimere-ho-bisogno-di-essere-valorizzato-in-una-persona-che-dimostri-con-i-fatti-che-abbia-voglia-di-crescere…

“Santo cielo!! Prendi fiato!! Bevi qualcosa sennò ti secchi! La questione ti appassiona!!”

“ Glu.. glu .. Ohhh, meglio … Dicevi? Certo che mi appassiona! La faccenda mi riguarda, eccome! Ne va della mia sopravvivenza.
Ricordi quando ci siamo incontrati nel Gioco dell’Angelo? ¹ Bei tempi quelli! E il dialogo tra David e Isabella 🙂 … ero lì con loro <3 “

(Si alza e legge con voce emozionata guardando verso il pubblico)

Quando ritornò con il caffè fumante, avevo già finito l’ultima cartella. Isabella si sedette di fronte a me. Le sorrisi e degustai con calma lo squisito caffè. La ragazza si torceva le mani e stringeva i denti, lanciando sguardi furtivi ai fogli del suo racconto che avevo lasciato a faccia in giù sul tavolo. Resistette un paio di minuti senza aprire bocca.
“Allora?” disse alla fine.
“Superbo.”
Le si illuminò il viso.
“Il mio racconto?”
“Il caffè.”
Mi guardò, ferita, e si alzò per raccogliere i fogli.
“Lasciali dove sono” ordinai.
“Perché? È chiaro che non le è piaciuto e che mi giudica una povera idiota.”
“Non ho detto questo.”
“Non ha detto niente, che è peggio.”
“Isabella, se davvero vuoi scrivere, o almeno scrivere perché altri ti leggano, devi abituarti al fatto che a volte ti ignorino, ti insultino, ti disprezzino e che quasi sempre ti dimostrino indifferenza. È uno dei vantaggi del mestiere.”
Isabella abbassò lo sguardo e respirò a fondo.
“Io non so se ho talento. So solo che mi piace scrivere. O meglio, che ho bisogno di scrivere.”
“Bugiarda.”
Alzò gli occhi e mi guardò con durezza.
“Benissimo. Ho talento. E non me ne importa un’acca se lei crede che non ne abbia.”
Sorrisi.
“Questo già mi piace di più. Non potrei essere più d’accordo.”
Mi guardò confusa.
“Sul fatto che ho talento o sul fatto che lei crede che non lo abbia?”
“A te cosa sembra?”
“Allora, crede che abbia qualche possibilità?”
“Credo che tu abbia talento ed entusiasmo, Isabella. Più di quanto credi e meno di quello che ti aspetti. Ma ci sono tante persone che hanno talento ed entusiasmo, e molte di loro non arrivano mai a nulla. Questo è solo l’inizio per combinare qualcosa nella vita. Il talento naturale è come la forza di un atleta. Si può nascere con maggiori o minori capacità, però nessuno diventa un atleta perché è nato alto o forte o veloce. A fare l’atleta, o l’artista, è il lavoro, il mestiere e la tecnica. L’intelligenza con cui nasci è solo una dotazione di munizioni. Per riuscire a farci qualcosa è necessario trasformare la tua mente in un’arma di precisione.

“Be’, che dire … ti capisco perfettamente. Anch’io ero lì con te. Ricordi quando sono comparsa? Sempre tra David e Isabella…

(Ispirazione si avvicina a Talento, prende il suo viso tra le mani e inizia a ripetere lentamente.)

“Ti tengo perché mi hai detto che volevi imparare a scrivere e io sono l’unico idiota che conosci in grado di aiutarti a farlo.”
“Non c’è bisogno che si arrabbi, È che mi manca l’ispirazione.”
“L’ispirazione viene quando si mettono i gomiti sul tavolo, il culo sulla sedia e si comincia a sudare. Scegli un tema, un’idea e spremiti le meningi fin quando ti fanno male. Questa si chiama ispirazione.”
[ … ]
“E lei ce l’ha già un tema con tutti quei libracci che sta consultando?”
[ … ]
“Sono ancora nella fase della documentazione.”
“Documentazione? E come funziona?”
“Fondamentalmente, si leggono migliaia di pagine per imparare il necessario e arrivare all’essenziale di un tema, alla sua verità emotiva, e poi si impara tutto per iniziare da zero.”
Isabella sospirò.
“Cos’è la verità emotiva?”
“È la sincerità all’interno della finzione.”
“Allora bisogna essere onesti e brave persone per scrivere narrativa?”
“No. Bisogna avere mestiere. La verità emotiva non è una qualità morale, è una tecnica.”
“Parla come uno scienziato” protestò Isabella.
“La letteratura, almeno quella buona, è una scienza con sangue artistico. Come l’architettura o la musica.”
“Io pensavo che fosse qualcosa che sgorgava dall’artista, così, all’improvviso.”
“A sgorgare così all’improvviso sono solo i peli e le verruche.”

“Bel ritratto. 🙂 Sai, Ispirazione,  lì ho davvero scoperto qualcosa di te che non conoscevo. Ti ho sempre immaginata un po’ sbarazzina e svolazzante come una farfalla che all’improvviso si posa afferrata dalla mano di un amore finito, dell’angoscia di un istante, di un fremito di passione … Invece anche tu hai bisogno d’altro.”

“Vedi , Talento, io mi nutro di curiosità …”

“Roba fichissima! Ma … la tua voce …” la guarda ammirato “ sembra un soffio …”

“Ma io sono un soffio, uno spirito, e sono ovunque anche in ciò che può sembrare banale. Ma scava … scava … , non c’è nulla di banale nella vita.”

“Quanto sei dolce! Fresca come una rosa appena sbocciata! Non credi sia giunto il momento …”

“ … ???”

“Ehm … di stare insieme. Io con te mi sento bene e ti vado a genio, lo intuisco, sai? 😉 Sono o non sono Talento? Un po’ ci assomigliamo, in fondo.”

“Solo un po’?!?!? Ma siamo una gran bella coppia, una vera forza! E sai che facciamo ora? Leviamo le tende da qui, ho bisogno di muovermi, tu no? Andiamo a cercare qualcuno che ancora forse non ci conosce bene.”

“Ok, ok, diamo un’occhiata in giro. Ma non nei soliti posti, quelli fighettini dove io vengo sbandierato a destra e a manca. ‘Na fatica! Per cosa poi? Un romanzetto da quattro soldi quotato il triplo … Beata te che certi ambienti non li frequenti. Che ne dici di quei quartierini lontani dal rumore, anche di periferia ma di classe … “

“Intendi tipo BlogPo? Ma è perfetto, io lì conosco un sacco di gente … Ok, dammi la mano, ti guido io.”

Si allontanano abbracciati e felici attraversando la piazza deserta. È notte ormai, ma qualcuno ancora non dorme: li sta aspettando.

sipario fine

lineaSeparatrice

Come da tradizione, a sipario chiuso i due attori riappaiono sul palcoscenico.
Talento e Ispirazione s’inchinano al pubblico.
Li raggiunge la regista cha applaude a tutti i presenti e lancia uno sguardo riconoscente a Sun e Jeiem sedute in prima fila.
Senza la loro sponsorizzazione la pièce non sarebbe mai andata in scena.

 

¹ Carlos Ruis Zagón, Il Gioco dell’Angelo, 2008

Il diritto e il rovescio

Le Torbiere - Lago d'Iseo. Fotografia di Giancarlo Amadio

Le Torbiere – Lago d’Iseo. Fotografia di Giancarlo Amadio

Acqua lacustre.
Il mondo vi si confonde in un quadro seducente.
L’incertezza è inebriante.
Quale l’immagine vera? Quale l’immagine riflessa?
Dove il reale? Dove il virtuale?
Dove la vita? Dove il teatro?
Pesci che volano? Uccelli che nuotano?
Ipotesi di un mondo a rovescio.

Cultura, privilegio o diritto?

Lunedì 28 gennaio. Teatro Ponchielli di Cremona.
In scena lo spettacolo “Planetario” creato dal gruppo Deproducers che sta lavorando a un progetto di ricerca molto interessante: “Musica con entusiasmo. La Scienza come poesia”.
 
Ecco come lo presentano gli stessi ideatori e interpreti: “progetto innovativo e coinvolgente, un connubio senza precedenti tra musica e scienza. Deproducers è una sorta di collettivo …… che si ripropone di musicare dal vivo conferenze scientifiche raccontate in maniera rigorosa ma accessibile. Planetario, il primo capitolo di questa “collana”, unirà la musica alle conferenze spaziali dell’astrofisico e direttore del Planetario di Milano Fabio Peri” che “illustrerà le meraviglie del cosmo e il mistero della sua nascita, le costellazioni e la loro mitologia, il rapporto tra l’Uomo e l’Infinito, il tutto veicolato da un’incredibile capacità di coinvolgere il pubblico con un linguaggio semplice ed accessibile. Con lui i quattro produttori, insieme alla batteria di Dodo Nkishi ed alla direzione “cosmonautica” di Howie B, stenderanno un tappeto sonoro dal vivo che trascinerà l’ascoltatore dritto nel centro della volta celeste, rendendo il concerto un vero e proprio viaggio intergalattico”.
 
 
È proprio ciò che è avvenuto quel lunedì mattina sul palcoscenico del teatro.
Quindi un gruppo di seri professionisti che hanno mantenuto la loro promessa. E allora? È così che si lavora, o almeno si dovrebbe. Dove sta la notizia, oltre l’interesse della proposta culturale?
Ebbene, il fatto è diventato un “caso” sul quotidiano della mia piccola città, Cremona appunto.
Il pubblico di quel giorno era formato da studenti delle scuole superiori. Come spesso accade, alcuni ragazzi hanno apprezzato e seguito con entusiasmo, altri no.
Non ero presente all’evento, ma la cronaca locale parla di atti di maleducazione; in realtà pare si sia trattato di gesti di autentica inciviltà al punto che un’insegnante ha deciso di rendere pubblica la sua indignazione inviando una lettera al Direttore del quotidiano La Provincia.
La questione è che, leggendo quelle parole, mi sono indignata io.
Premetto che non intendo affatto giustificare il comportamento di alcuni studenti che nella lettera sono definiti “una masnada di incivili”, “una bolgia infernale” e che si sono “distinti” non solo per schiamazzi, interventi inopportuni, uscite inadeguate, commenti fuori luogo, ma, cito, per “sputi, lanci di oggetti vari, rutti”.
Tuttavia quello scritto mi irrita perché propone un’idea di cultura, di formazione e una visione del mondo della scuola che non condivido per nulla.
Innanzitutto la mancanza della firma mi inquieta, e non poco. Qualificarsi solo come “una docente indignata” è vile. Noi adulti, inoltre educatori, dobbiamo avere il coraggio delle nostre opinioni, “metterci la faccia” quando prendiamo posizione. Come possiamo pretendere che lo facciano i nostri figli o i nostri alunni se noi per primi ci sottraiamo?
E ora la parte cruciale.
Così si esprime la mia ex collega (di cui ovviamente ignoro l’identità):
 
Chi si sente investito di un ruolo importante nella formazione di giovani, chi crede fermamente nel valore educativo della Scuola e assolve il suo compito con serietà e responsabilità, si indigna di fronte ad eventi così spiacevoli e si chiede se forse non sia il caso di riflettere bene prima di estendere a tutti, indistintamente, certe proposte.
Forse è il caso di calibrarle e di diversificarle a seconda della tipologia di scuola. Il teatro era quasi completo ma – ad essere ottimisti – forse la metà delle presenze era effettivamente motivata a partecipare. Per la restante metà si è trattato di una “giornata di scuola” persa.
Allora, chiedo ai miei colleghi insegnanti: crediamo davvero nella validità didattica di determinate proposte culturali extra-scolastiche? Consideriamo le uscite didattiche come ulteriori occasioni di crescita per noi e per i ragazzi che ci sono affidati oppure siamo i primi ad approfittare di una giornata di diversivo? “
Una docente indignata
Questo sfogo sottintende un concetto elitario della cultura che mal si addice proprio alla missione educativa della scuola.
Perché mai si dovrebbero preventivamente escludere determinati indirizzi di studio da offerte formative extracurricolari? E riservarle magari solo ai Licei discriminando gli Istituti Professionali?
La cultura è un diritto, non è un privilegio e anziché privare alcuni del suo godimento andrebbe ampliato il numero dei fruitori.
È vero che è talora difficile coinvolgere certi ragazzi in proposte che sembrano ai loro occhi inutili ai fini pratici, ma sono sempre stata convinta, e lo ribadisco ora, che “nessuno è nulla”, che ogni studente ha qualcosa da dare e da dire.
È dovere del docente scoprirlo e valorizzarlo, con lavoro, pazienza e soprattutto l’umiltà di mettere le sue competenze al servizio di chi deve imparare.
Non ho mai creduto allo studente bravo a priori.
E non ho nemmeno mai sostenuto la figura dell’insegnante – amico che piace, “è figo”, “non rompe”, non esige, ma non fa sentire la sua presenza come educatore, ad esempio in momenti importanti come quello qui raccontato, non per reprimere ma per fare capire.
La severità, autorevole non autoritaria, è l’anticamera di future amicizie perché è sintomo di interesse verso chi educhiamo.
Dopo una bocciatura, onestamente motivata, un alunno mi ha scritto “grazie”: commozione e certezza che l’anno successivo avrei avuto di fronte un uomo.
Trasmettere cultura a scuola, in varie forme e modalità, è una sfida appassionata per chi ci crede davvero. E non deve essere calata dall’alto ma proposta e offerta, a tutti, indistintamente.
Mi sono sempre chiesta perché i piani di studio non prevedano l’insegnamento, ad esempio, della Filosofia in un Istituto Professionale. Futuri elettricisti o periti chimici non possono conoscere Platone o Aristotele? Perché mai? O ancora, perché l’apprendimento del Greco sia riservato al Liceo Classico quando un’altissima percentuale delle parole che usiamo, anche quotidianamente, ha un’etimologia greca. Tutti saprebbero scrivere e parlare meglio.
Probabilmente la mia ex collega “docente indignata” non approverebbe queste proposte; le giudicherebbe forse “non calibrate” e “non diversificate”.
 

Twitter, moderna Comédie Humaine

Molto spesso le intuizioni arrivano improvvisamente, nei momenti più strani, anche i meno straordinari.
Mi capita sovente di avere una sorta di illuminazione, di lampadina che si accende nella mia mente mentre, ad esempio, sto svolgendo una banale attività casalinga o sto semplicemente poltrendo sul divano.
Un pomeriggio, in fase di totale relax, scorro distrattamente la mia TL di Twitter. Leggendo, a tratti anche con scarso coinvolgimento, mi assale questo pensiero: a Balzac sarebbe piaciuto molto Twitter.
Poi rifletto, analizzo, elaboro. L’idea comincia ad assumere contorni più netti.
Ed ecco che il parallelismo tra l’ottocentesca Comédie Humaine di Balzac e il moderno Social prende forma.
La Comédie è una gigantesca opera narrativa cui Balzac ha praticamente dedicato tutta la vita. Si compone di 91 romanzi (ne aveva previsti 137!!) e vi vivono ben 2209 personaggi! Soprattutto, Balzac la concepisce come la “storia dei costumi” del suo tempo, una sorta di trasposizione della società a lui contemporanea. E parliamo della prima metà dell’Ottocento in Francia: la Restaurazione e la cosiddetta Monarchia di Luglio.
Inoltre, dato a mio avviso importantissimo, la struttura come una pièce teatrale dalle dimensioni importanti. Suddivide e classifica i romanzi in “scene” come se ognuno di essi costituisse uno o più atti della storia di quel mondo che egli vuole rappresentare.
Ogni romanzo ne svela un angolo, un’ambientazione, un’atmosfera: dai sentimenti contrastanti della vita familiare e personale all’impegno socio-politico della vita pubblica, dalla piccola città alla grande metropoli…
Ogni racconto è al contempo storia a sé e capitolo del “grande libro” che dà forma e sostanza alla Comédie.

Molti dei personaggi che Balzac ha creato riappaiono sistematicamente in vari romanzi, invecchiati, maturati, cambiati; in numerosi casi con un profilo umano e una posizione sociale diversi. Sono creature letterarie, ovvio, ma questa scelta le trasforma in esseri dotati quasi di vita autonoma e pertanto verosimili, se non veri.

Riflettendoci un po’ attentamente, anche il mondo di Twitter può essere immaginato come un grande palcoscenico.
I 140 caratteri sono brevi monologhi che proiettano alla luce della ribalta via via un giornalista, uno scrittore, un professionista, uno studente, un impiegato, una mamma, un papà, un insegnante…. (l’elenco sarebbe lunghissimo perché tanti sono i ruoli sociali) dandone a prima vista un’impressione fugace.
Twitter è veloce, si basa proprio sulla rapidità, l’immediatezza, la sintesi.
Ma il ritratto dapprima parziale si definisce progressivamente quando la stessa persona twitta dopo un certo lasso di tempo, breve o lungo che sia, dando di sé un’immagine sempre più completa.
È proprio come nella Comédie Humaine e, per analogia, come a teatro: i twitteri li immagino muoversi nella scenografia di una grande pièce, che in sostanza è la vita, come degli attori che entrano in scena, si eclissano dietro le quinte, scompaiono e riappaiono con le loro contraddizioni, le loro peculiarità, le loro gioie e i loro dolori, le loro domande, i loro dubbi e le loro certezze.
Se si potessero unire tutti i tweet di ogni singolo individuo, si potrebbero scrivere, credo, centinaia di racconti con un protagonista, delle comparse, un’ambientazione. Uniamo i contenuti twittati, e voilà .. ecco la trama.
In molti casi i tweet seguono, per ogni persona, un determinato orientamento: chi è dedito all’impegno socio-politico, chi evoca avventure sentimentali più o meno felici, chi interagisce con cordialità e gentilezza regalando abbracci e baci in abbondanza, chi è autoreferenziale, chi ancora è aspramente critico o fa satira.
Balzac avrebbe di che creare.
Rivedo in questi frammenti di storie di donne e di uomini le famose “categorie” che Balzac ha “classificato” nella sua Comédie: la vita pubblica, quella privata, la generosità dei sentimenti e dei comportamenti, l’astuzia e l’arrivismo di alcuni, la rivendicazione dell’integrità morale di altri.
Non dimentico infine che Twitter è un mondo virtuale, metafora dell’esistenza con le sue mille sfaccettature.
Anche in questo caso, tuttavia, è esattamente come il romanzo che è verosimile, non vero, in quanto rappresentazione.
Nel post del 22 nov. 2011 del suo Barbablog che redige su Vanity Fair, Daria Bignardi afferma: “trovo Twitter allegro, veloce, leggero come il meglio del nostro tempo”.
Condivido in parte questa affermazione.
Indubbiamente Twitter è specchio della nostra epoca, ma non tanto nella velocità che caratterizza le nostre vite, quanto piuttosto nella varietà di punti di vista e di identità umane che propone di volta in volta nei 140 caratteri che si susseguono rapidamente.
E ancora, non parlerei di “leggerezza”, che sembra quasi sottintendere una valutazione sulla mancanza di profondità.
La prospettiva da cui vedo questo fenomeno ormai dilagante è verticale piuttosto che orizzontale.
Mi domando incuriosita, e giocando anche un po’, quale sarebbe stata l’opinione di Balzac.