Il dono del Tempo

Salvador Dalì - Orologi fluidi (1933)

Salvador Dalì – Orologi fluidi (1933)

Parecchi mesi fa, su una rivista, ho letto per caso una poesia davvero bella. Era attribuita ai Sioux. Da parte mia nessun desiderio di verificare, considerata la proverbiale saggezza indiana.
Scopro più tardi essere opera di Elli Michler, una poetessa tedesca scomparsa recentemente (1923 – 2014).

Con questi versi saluto l’anno che se ne va e il nuovo che arriva, senza bilanci né una lista di propositi: solo e semplicemente progettualità fatta di pulsioni interiori.
Non un cosa ma un come: è questo l’augurio che rivolgo a chi si sofferma, anche solo brevemente, su queste pagine.
Con un nostro personalissimo come possiamo affrontare tutti i perché, forse risolverli o almeno tentare.

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro Tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro Tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro Tempo, non per affrettarti e correre,
ma Tempo per essere contento.
Ti auguro Tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro Tempo perché te ne resti:
Tempo per stupirti e Tempo per fidarti
E non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro Tempo per contare le stelle
e Tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro Tempo, per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro Tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro Tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere Tempo,
Tempo per la vita.
(Elli Michler, Dir Zugedacht, Dedicato a te, Monaco 2004)

Il tempo: o ne abbiamo troppo poco o ne abbiamo molto. Dipende dalle opportunità che altri ci hanno dato o ci hanno negato, o che noi stessi non siamo stati in grado di cogliere.
Dipende anche dal concetto che ne abbiamo, ma che lo s’intenda come tempo cronologico o tempo interiore, sottintende sempre un’attenzione verso la persona.

Auguro Tempo per il lavoro: in questo caso le ore contano, i giorni, i mesi, gli anni. È tempo cronologico, ma è anche tempo interiore perché il lavoro arricchisce in termini di dignità, autostima, realizzazione personale e professionale, garantendo al contempo il mantenimento economico di una vita.
Il lavoro non è affatto tempo sottratto all’esistenza, anzi! E chi non ha questa chance lo sa molto bene.

Auguro Tempo per la lettura, la cultura, la conoscenza: sono il nutrimento della nostra mente, garanzia di crescita spirituale, di libertà e autonomia di pensiero. Sono le lancette del nostro tempo interiore.

Auguro Tempo per gli affetti: mogli, mariti, compagne, compagni, figli, amicizie. È la qualità del tempo trascorso con loro che conta, non la quantità. Auguro di saper assaporare ogni minuto di quel tempo cronologico che ci sembra a volte scarso; apparirà allora dilatato perché interiorizzato e veramente vissuto.
Non diamo mai per scontati questi affetti! Auguro Tempo per nutrirli, alimentarli, Tempo per dire spesso, e soprattutto per dimostrare, “ti voglio bene”.

Auguro Tempo per noi stessi: creare silenzio dentro di noi per riflettere e riappropriarci delle nostre peculiarità. Impresa ardua: nudi di fronte alla nostra coscienza, la guardiamo con obiettività, onestà, talora severità, in una sorta di sdoppiamento dell’io.
Rimanere soli con noi stessi non è egoismo, è disciplina per conoscerci, coltivare il nostro meglio per poterlo poi comunicare agli altri.

Auguro Tempo per il coraggio: delle proprie opinioni e idee, della manifestazione senza tabù delle proprie inclinazioni, dell’espressione senza timori del proprio credo religioso, del gesto di voltare pagina o addirittura cambiare libro se necessario.

Auguro infine Tempo per armonizzare queste sequenze temporali in un’unica linea che è, in ultima analisi, la nostra vita; un Tempo fluido, tutt’uno con lo spazio, che consenta di percorrere l’esistenza, con il suo carico di problemi e opportunità, osservandola e non semplicemente guardandola.

orologio 2015

Leggere è ri-creare

Ci sono giorni, o momenti della vita, particolarmente fecondi d’incontri gratificanti.
Stupenda sensazione!

La scorsa settimana, in ben tre occasioni, mi è capitato di ragionare del rapporto scrittura/lettura, scrittore/lettore proprio con gli autori stessi delle opere che avevo letto: due romanzi e una poesia.

Tendo a essere molto analitica davanti a un testo: mi è del tutto naturale decodificare, isolare mentalmente espressioni particolari, verbi, aggettivi, sostantivi che risaltano ai miei occhi per la loro pregnanza, individuare figure retoriche.
Sottolineo le parole con il pensiero; il più delle volte le pronuncio con la mente, do loro un’intonazione in base al contesto come se davanti a me non ci fosse una pagina stampata bensì il palcoscenico di un teatro.
Fortunatamente è scientificamente provato che abbiamo un assistente vocale interno, altrimenti mi preoccuperei!
Inoltre, spesso annoto sul famoso piccolo Moleskine che porto sempre con me … e formulo le mie osservazioni, quasi “metaracconti” o “metanarrazioni” come le ha definite uno dei miei tre interlocutori, dichiarando che vedevano oltre le sue intenzioni. “Ma l’opera è l’opera e le mie intenzioni valgono nulla”.

Un paio di giorni prima, mi trovavo a Milano in piacevole compagnia di un altro scrittore, seduta accanto a lui al tavolino di un bar a gustare un caffè.
Stessa osservazione.
Uno degli argomenti della tranquilla chiacchierata era il suo romanzo, in particolare il capitolo conclusivo. Tra una parola e l’altra, ho buttato lì, quasi en passant, un’idea cui l’autore stesso non aveva minimamente pensato e che gli stava fornendo, a detta sua, una chiave di lettura nuova.

Mi sono posta tuttavia una domanda: se vedo oltre gli obiettivi e intendimenti di chi ha creato questa o quell’opera letteraria, sto leggendo in modo adeguato? Da lettrice, sto sbagliando qualcosa? Sto attribuendo ad altri ciò che, in realtà, è una proiezione di me?
Mi è venuta in soccorso l’amica poetessa alla quale ho espresso i miei dubbi: “Non credo nelle interpretazioni corrette delle poesie” mi ha risposto “Una poesia significa qualsiasi cosa ciascun lettore riesce a leggervi”.

Ora, non è che si possa far dire a uno scrittore, romanziere o poeta che sia, tutto e il contrario di tutto … per questo ci sono già i critici!! (lo affermo con ironia …)
Quindi escludo l’avvallo di interpretazioni fantasiose e devianti, le famose “cantonate” perché scrivere e leggere sono attività serie, a mio avviso per nulla separate l’una dall’altra.

Le conversazioni che ho sinteticamente riferito mi hanno fatto pensare ai versi di Paul Valéry incisi su uno dei frontoni del Palais de Chaillot a Parigi

Palais de Chaillot - Paris

Palais de Chaillot – Paris

Il dépend de celui qui passe
Que je sois tombe ou trésor,
Que je parle ou me taise.
Cela ne tient qu’à toi,
Ami, n’entre pas sans désir.

Dipende da colui che passa
Che io sia tomba o tesoro,
Che io parli o taccia.
Non spetta che a te,
Amico, non entrare senza desiderio.

Il testo allude sicuramente ai musei ospitati all’interno di questo palazzo che si affaccia sull’Esplanade del Trocadéro antistante Les Champs de Mars con l’imponente Tour Eiffel.

Esplanade du Trocadéro. Tour Eiffel

Esplanade du Trocadéro. Tour Eiffel

Ma può anche essere ragionevolmente riferito al rapporto tra il lettore e un libro.
Un’opera letteraria non è scritta unilateralmente dal suo autore, e ne sono profondamente convinta; da sola non vive, aspetta un ipotetico lettore che le dia un’esistenza, che la trasformi da tomba in tesoro.

Le parole di Valéry confermano che leggere non è un’attività puramente passiva e che esiste un rapporto di mutua creazione tra scrittura e lettura. Se un libro parla dipende da un lettore attento e desideroso di dargli voce. Le parole, le idee rimarrebbero “lettera morta” se non fossero animate da un dialogo ideale tra chi scrive e chi legge, da quell’operazione di “ri-creazione” che è la lettura.
Come se un racconto o un sonetto, ad esempio, continuassero il loro destino nella mente di un essere vivente diventando loro stessi una cosa viva.

È la ragione per la quale penso alla lettura come a un modo per fermare il Tempo : il Tempo trascina con sé tutto, infanzia, giovinezza, amori, problemi, corpi … ma l’opera d’arte che subentra a questi fattori umani, utilizzandoli, ne ribalta la percezione e la nozione arricchendosi di una possibilità di espansione temporale pressoché infinita e indefinita.

Da quanti secoli leggiamo Dante? E per quanti ancora continueremo a farlo? Quante generazioni di lettori, diverse tra loro, hanno fatto “vivere” e “parlare” La Divina Commedia e quante altre nel futuro lo faranno ancora?

Sinergie

L E G G E R E

L E G G E R E

 

S C R I V E R E

S C R I V E R E

 

F O T O G R A F A R E

F O T O G R A F A R E

 

Azioni diverse ma stesso scopo  :  FERMARE IL TEMPO.

 

 

Old and wise

 

7/20    - Ieri, oggi -        Franco Feraboli/80

7/20            – Ieri, oggi –        Franco Feraboli/80

“Preferisco coltivare la vecchiaia che insediarmi in eterno nella giovinezza” (Lidia Ravera)
Saggezza: serena consapevolezza del limite.

Invictus

18 luglio 1918 – 5 dicembre 2013

Mandela

Invictus

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

(William Ernest Henley)

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima indomabile.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d’ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Nel nostro immaginario, questi versi rimarranno sempre legati alla figura di Nelson Mandela, di Madiba, e ai suoi anni di prigionia durante l’apartheid.
Nessun commento e nessuna retorica, solo una riflessione: i grandi uomini non muoiono mai, le loro idee sopravvivono al tempo.