Leggere Spoon River con #TwiFaber

Fine febbraio e inizio marzo 2015: due settimane dedicate all’unione tra poesia e musica.
Non una serie di conferenze, nemmeno un programma di concerti o spettacoli teatrali, ma un reading collettivo su un social network.
Twletteratura nasce con questo obiettivo: unire persone leggendo e commentando insieme su “Twitter libri e contenuti culturali”, recita la bio dell’account.
A cent’anni dalla sua pubblicazione, ecco la proposta di ricordare la Spoon River Anthology (New York, 1915) di E. L. Masters attraverso la stupenda versione italiana di Fernanda Pivano del 1943

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e la reinterpretazione in musica di alcune poesie in Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio de André.

De André1

De André

Ed ecco Leggi Spoon River con #TwiFaber dal 18 febbraio al 7 marzo con un calendario ben preciso.
Anche se reiterati in un arco temporale abbastanza lungo per le modalità comunicative di Twitter, 140 caratteri non mi bastano per esprimere ciò che provo mentre leggo alcuni versi e ascolto la voce profonda e calda di Faber; questo spazio vuole dunque essere un contributo all’iniziativa e un tributo all’artista, un altro.

I testi di Non al denaro, non all’amore né al cielo s’ispirano ad alcune poesie dell’Antologia di Spoon River, non ne sono la trasposizione letterale messa in musica. I versi di De André e Bentivoglio sono creature nuove che, sollecitate dalla lettura di un libro coinvolgente, spiccano il volo da sole. È del tutto naturale quindi cogliere affinità e differenze.

Spoon River è un luogo immaginario. E. L. Masters l’ha creato unendo idealmente le due cittadine dell’Illinois, Petersburg e Lewistown – quest’ultima non lontana dal fiume Spoon – dove l’autore trascorse i suoi anni di bambino, adolescente, ragazzo ventenne osservatore critico del mondo, in grado di percepire le contraddizioni umane e le bassezze di una ristretta comunità borghese, quella del reinventato Spoon River appunto.
Masters immagina la collina della piccola città, il cimitero dove sono sepolti i suoi abitanti che, uno dopo l’altro, iniziano a parlare recitando i loro epitaffi: racconti di vita, emozioni vissute, ingiustizie perpetrate o subite, prove affrontate e spesso non superate. Ogni poesia è un monologo in cui i vari personaggi si esprimono con sincerità: in ironico distacco e anche rifiuto delle scritte incise sulle loro lapidi, sollevano il velo di un’immagine finta e idilliaca che li ha accompagnati fino alla sepoltura, tolgono la maschera d’ipocrisia e si propongono per ciò che veramente sono stati.
La morte rende onesti; non dovendo più programmare un futuro e non avendo più nulla da perdere, la finzione diventa inutile. Non solo. La morte rende uguali; esiste nulla di più democratico?

THE HILL         E.L.Masters
Where are Elmer, Herman, Bert, Tom and Charley,
The weak of will, the strong of arm, the clown, the boozer, the fighter?
All, all are sleeping on the hill.
One passed in a fewer,
One was burned in a mine,
One died in a jail,
One fell from a bridge toiling for children and wife –
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.
Where are Ella, Kate, Mag, Lizzie and Edith,
The tender heart, the simple soul, the loud, the proud, the happy one?
All, all are sleeping on the hill.
One died in shameful child-birth,
One of a thwarted love,
One at the hands of a brute in a brothel,
One of a broken pride, in the search for heart’s desire,
One after life in a far-away London and Paris
Was brought to her little space by Ella and Kate and Mag –
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.
Where are Uncles Isaac and Aunt Emily,
And old Towny Kincaid and Sevigne Houghton,
And Major Walked who had talked
With venerable men of the revolution? –
All, all are sleeping on the hill.
They brought them dead sons from the war,
And daughters whom life had crushed,
And their children fatherless, crying –
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.
Where is Old Fiddler Jones
Who played with life all his ninety years,
Braving the sleet with bared breast,
Drinking rioting, thinking neither of wife nor kin,
Nor gold, nor love, nor heaven?
Lo! he babbles of the fish-frys of long ago,
Of the horse races of long ago at Clary’s Grove,
Of what Abe Lincoln said
One time at Springfield.
LA COLLINA        F. Pivano
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.
Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutti, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione? *
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dov’è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

Tutti, indistintamente, dall’uomo forte all’abulico, dalla donna vittima all’idealista, dai Generali agli orfani di guerra

All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina

Un individuo in particolare si staglia in questo quadro e spicca sugli altri: Old Fiddler Jones , il vecchio suonatore Jones, l’unico capace di giocare con la vita fino alla fine – who played with life all his ninety years –-, il solo che abbia tratto godimento da ogni esperienza senza alcun timore.

drinking rioting, thinking neither of wife nor kin,
Nor gold, nor love, nor heaven
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo

Non è un semplice personaggio, è una voce che babbles / ciancia delle sue storie passate, non grandi avventure ma una scelta di vita che l’ha reso felice.
Cos’è diventata La Collina nella penna della coppia De André – Bentivoglio?

 

DORMONO SULLA COLLINA
Dove se n’è andato Elmer
che di febbre si lasciò morire
Dov’è Herman bruciato in miniera.
Dove sono Bert e Tom
il primo ucciso in una rissa
e l’altro che uscì già morto di galera.
E cosa ne sarà di Charley
che cadde mentre lavorava
dal ponte volò e volò sulla strada.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella e Kate
morte entrambe per errore
una di aborto, l’altra d’amore.
E Maggie uccisa in un bordello
dalle carezze di un animale
e Edith consumata da uno strano male.
E Lizzie che inseguì la vita
lontano, e dall’Inghilterra
fu riportata in questo palmo di terra.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto
dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male
hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate
sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
“Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”

 

I personaggi sono gli stessi: medesimi i nomi, medesime le cause dei decessi; ci si chiede ripetutamente ancora dove siano e la risposta è la morte, giudice implacabile che non guarda in faccia nessuno e che, dovuta a incidente, sentenza, violenza o durezza del lavoro, mette tutti sullo stesso piano.
Considerata la sensibilità di De André per alcune tematiche, è logico che abbia enfatizzato la riflessione sulla guerra. Già Masters la considera un male; i Generali e i Comandanti tuttavia restano coraggiosi uomini d’onore, mentre Faber li assimila a guerrafondai orgogliosi dei “cimiteri di croci sul petto” e responsabili di inutili morti eroiche.
E il suonatore Jones? Be’, in Faber diventa un personaggio quasi mitico, e lo è con ancor più forza nell’omonima canzone, poiché si riconosce in lui.

In Spoon River La Collina è una sorta d’introduzione ai veri e propri epitaffi.
L’umanità che anima le pagine dell’Antologia è varia: bambini e adulti, mariti e mogli, prostitute e ladri, assassini e suicidi, ubriaconi e banchieri, scienziati e filosofi, poeti e contadini. La diversità è annullata dalla morte.
Il tono dei loro monologhi può apparire distaccato, privo di sentimentalismo languido; prevale lo sguardo oggettivo poiché contano sincerità e verità. Qua e là si percepiscono tuttavia alcune sfumature di tenerezza, qualche accento di fragilità, segno del coinvolgimento emotivo dell’autore che entra nella narrazione. Non può soffocare la sua sensibilità quando queste anime parlanti, dall’aldilà, inneggiano alla vita e all’amore.

Francis Turner è straordinario.

FRANCIS TURNER    E.L. Masters
I could not run or play in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink-
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines–
There on that afternoon in June
By Mary’s side–
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.
FRANCIS TURNER    F. Pivano
Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.

Il suo “cuore malato” l’ha messo nella condizione di non poter partecipare alla vita come gli altri; eppure la sua è finita in un atto d’amore: un bacio dato con l’anima.

Francis Turner diventa Il malato di cuore di Faber.

 

UN MALATO DI CUORE
Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo.
Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.
Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.
Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no non ricordo,
se fu troppo sgomento o troppo felice.
E il cuore impazzì e ora no non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce.
E fra lo spettacolo dolce dell’erba
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.
E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no non mi riesce di sognare con loro.

È amplificata l’inadeguatezza fisica; il dinamismo e la vitalità altrui scorrono davanti ai suoi occhi, lui può solo guardare e desiderare.
Ma non prova mai invidia, pur essendo nelle condizioni di farlo. La menomazione non ha annientato la sua voglia di vita e ha potuto regalare un sorriso in un ultimo ed estremo atto d’amore di cui ricorda poco – le cosce color madreperla rimasero forse un fiore non colto – perché il suo “cuore impazzì” ma rimase sulle labbra di lei. E l’anima partì insieme a questo bacio.
Come racconta lo stesso Faber a Fernanda Pivano ¹, umanamente si salva chi trova un’alternativa: “a trionfare sono i disponibili”.

Il violinista Jones è un altro “disponibile”.
La sua esistenza piena e felice fa di lui un personaggio positivo nell’Antologia. Un uomo realizzato, a modo suo, appagato dalla musica che arricchì di passione e senso di libertà una vita povera e dura.


FIDDLER JONES        E.L. Masters

The earth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life.
What do you see, a harvest of clover?
Or a meadow to walk through to the river?
The wind’s in the corn; you rub your hands
For beeves hereafter ready for market;
Or else you hear the rustle of skirts
Like the girls when dancing at Little Grove.
To Cooney Potter a pillar of dust
Or whirling leaves meant ruinous drouth;
They looked to me like Red-Head Sammy
Stepping it off, to “Toor-a-Loor.”
How could I till my forty acres
Not to speak of getting more,
With a medley of horns, bassoons and piccolos
Stirred in my brain by crows and robins
And the creak of a wind-mill–only these?
And I never started to plow in my life
That some one did not stop in the road
And take me away to a dance or picnic.
I ended up with forty acres;
I ended up with a broken fiddle–
And a broken laugh, and a thousand memories,
And not a single regret.

IL VIOLINISTA JONES       F. Pivano

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
– non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

La terra vibra come le corde del violino e come i battiti del cuore di Jones, “Suonare” gli “tocca per tutta la vita”, ma non è un sacrificio, è un dono che fa agli altri. Regala la sua arte e se stesso in un atto di disponibilità gratuita. Come avrebbe potuto coltivare le sue terre quando l’alternativa era elargire piacere con la sua musica esaudendo ogni richiesta? I campi rimasero incolti, Jones non diventò latifondista e finì con un violino spaccato. Ma nessun rimpianto. Non conobbe ambizione o desiderio di ricchezza, o non permise loro d’impadronirsi dei suoi giorni e dei suoi anni. La sua vita è stata una scelta e nella sua tomba hanno seppellito il suo corpo, non la sua libertà.

Per Jones la musica non è un mestiere, è un’alternativa” dice De André ¹ : naturale che nel disco Il Suonatore Jones diventi la sintesi del messaggio di Faber.

IL SUONATORE JONES
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni
era il mio cuore,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Con il suo flauto, Jones è molto più di un personaggio fra tanti. Il musicista racchiude il significato dell’intero album: vivere esperienze, passioni, regalare emozioni senza rimpianti.
L’attenzione per l’altro e la disponibilità sono fonti di speranza e permettono di vincere rabbia, delusione, frustrazione.

 ¹ intervista del 25 ottobre 1971 stampata sul retro della custodia del vinile

Un’opinione personale: #FinalmenteNonDiversi

riviste gossip

Non leggo riviste di gossip, Novella 2000, Di Più, Chi, Diva & Donna, Vip … (ma esistono ancora tutte?), onestamente non le sfoglio nemmeno dal parrucchiere.

Il mio non è snobismo culturale; è che non mi interessa proprio sapere con chi si sia accoppiata di recente Emanuela Arcuri, come proceda il matrimonio tra Belen Rodríguez e Stefano Non-So-Chi; essere informata sulle vacanze della coppia dell’estate Buffon/D’Amico a bordo di una barca affittata alla modica cifra di 38000 € a settimana (dettaglio, questo, che mi sembra già più degno di un’attenta analisi).

– Come mai ne sei al corrente – vi domanderete – visto e considerato che i pettegolezzi non ti incuriosiscono? –
Molto semplice.
Ne parlano, purtroppo, anche i quotidiani “seri”.
Basti pensare alla pagina che Libero ha dedicato lo scorso 12 agosto alla Ministra Maria Elena Boschi in bikini con tanto di sondaggio in cui si chiede al lettore di votare la “riforma” o la “forma”!
La dice lunga sulla professionalità del giornale in questione.

Boschi su libero
Questa premessa è importate per contestualizzare il ragionamento che segue.
Tra ieri e oggi il web (Twitter perlomeno) è stato letteralmente inondato da fiumi di frasi scandalizzate nei confronti del settimanale Visto reo di avere allegato alla rivista l’opuscolo “Le migliori barzellette gay”.
Non m’importa nulla di Visto, non lo conosco nemmeno, ma la questione mi ha stuzzicato. Si entra nell’universo omosessuale e immediatamente si scatena il putiferio. E, come sempre, le reazioni pro e/o contro sono state esponenzialmente esagerate.

Da un lato articoli seriosi come quello del Fatto Quotidiano di oggi , la petizione on line di change.org e la protesta dell’Arcigay

dall’altro lo scherno di alcuni

tweet

In entrambi i casi assenza di sensato equilibro.
Vorrei ricondurre il discorso a un livello di razionale normalità.

Attratta dalla bagarre, mi sono impegnata nella ricerca della casa editrice che pubblica il libretto incriminato. Trovato quasi subito su Libreria Universitaria.
E cosa scopro? Che esiste un’intera collana, on line già dal 2011, “Come fare ridere” che contempla barzellette su vari temi e personaggi: da Pierino a Berlusconi, sui medici, degli ebrei sugli ebrei, su preti e suore, sul sesso (un classico) ecc. In questo ampio contesto entrano anche gli omosessuali.
Ora, forse la mia analisi potrà sembrare semplicistica a qualcuno ma, mi chiedo, perché no? Perché ridere di una prostituta e non di una lesbica se l’umorismo è intelligente? Perché, in questo caso, gridare subito all’omofobia?

Sinceramente non capisco.

Queste barzellette, lo affermo con estrema serenità e rispetto da etero e da amica di molti omosessuali che stimo e apprezzo davvero, dimostrano per me che finalmente non sono più “ghettizzati”, che entrano nella normalità della vita. Le interpreto come una forma di annullamento del sentimento di diversità attraverso la risata. Magari, forse anche sicuramente, le gag sono brutte, ma questo è un altro aspetto e anche centrale nella vicenda, a mio avviso.

Quante battute su amanti nell’armadio o altrove, sesso sfrenato, rapporti eterosessuali strambi di cui noi ridiamo per primi?
Quante freddure sui Carabinieri che loro stessi raccontano divertiti?

La questione quindi non è la barzelletta su chi o che cosa, quanto piuttosto l’intelligenza, la bellezza e l’efficacia della barzelletta stessa.

Vi pare bella questa?

Era paralitico. Un giorno riuscì ad alzare il braccio: divenne alcoolizzato!

o questa?

Il ginecologo a una prostituta: “Lei ha molte perdite durante il ciclo?”. “Beh, più di 2 milioni!”

O quest’ultima? (riportata sulla copertina delle “Migliori barzellette gay”)

“Ti va di giocare a nascondino?”
“Ok, se mi trovi, mi puoi violentare. Se non mi trovi … sono nell’armadio!”

Non fanno ridere, sono tutte pessime, non solo ma ugualmente offensive se le analizziamo bene perché lesive di una condizione fisica fragile o alterata. E se proprio devo, non mi scandalizzo solo per l’ultima: non ci si lasci incantare dal termine “violentare” in questo contesto perché anche l’allusione al paralitico non è da meno!

Allora, ecco il punto.

Fermo restando che rifuggo dall’orrido e dall’offesa su chiunque e qualunque cosa, che non distinguo tra gay ed etero, ebrei e musulmani, atei e credenti – siamo tutti persone – , dovremmo imparare a ridere un po’ più di noi stessi, a dotarci di un senso, anche minimo, dell’umorismo.
L’autoironia è sintomo di sagacia, è uno strumento intelligente di autocritica finalizzata alla crescita.

Spostando il discorso dal piano contenutistico, moralistico o moraleggiante, a quello prettamente estetico, mi sarebbe piaciuto, oggi, da un lato sentire eterosessuali protestare contro la bruttezza delle “barzellette gay” e, dall’altro, leggere tweet di omosessuali quasi compiaciuti che si possa ridere e ironizzare anche su di loro, come in un bar qualunque insieme a gente qualunque.

Una stupenda inversione di ruoli che avrebbe accentuato il #FinalmenteNonDiversi.

L’amara conclusione è che, alla fine, a guadagnarci economicamente è, ancora una volta, una banale e sciocca rivista di pettegolezzi.

Per la cronaca, apprendo ora, mentre sto concludendo questo articolo, che il direttore della rivista si è scusato.

Tutti felici, la petizione ha avuto successo ma per me la questione di fondo non cambia.

Twitter: un romanzo globale

Ieri mattina ho avuto un’interessante, e piacevolissima, interazione su Twitter.
Tutto è nato così:

tweet

Ne è seguito un rapido scambio di opinioni sulla necessità di essere se stessi per rendere reale ciò che è virtuale; sull’abilità di alcuni di dissimulare e manipolare il linguaggio per cui, secondo una mia interlocutrice, “Twitter non è sempre facile … se non fingi”; sulla mia personale e precisa convinzione che le parole hanno un’anima, sono vive e che, prima o poi, mettono a nudo la vera identità di un individuo.
Dietro di loro, davanti allo schermo di un pc, di un tablet o di uno smartphone, esistono persone.
Difficile, anche per il più esperto giocatore di ipocrisia, gestire il potere della parola scritta. Bisogna conoscerne bene tutti i segreti, le molteplici sfaccettature … e non è da tutti. Presto o tardi, la maschera cade.

Ogni tanto “mi prendo una vacanza” da Twitter per poi tornarci perché, lo confesso, mi piace, e il mio interesse va oltre l’aspetto social.

Osservandolo nel suo insieme, mi attrae la sua struttura narrativa e ne ho già parlato in passato definendolo una sorta di Moderna Comédie Humaine.

Sono vite che si raccontano e si incrociano, un universo in cui ci si può perdere di vista, magari solo per poco tempo, per poi riunirsi di nuovo o allontanarsi definitivamente.
Sono opinioni che si incontrano, punti di vista che talora si scontrano, spesso anche in modo poco controllato, sono emozioni e sentimenti che si condividono.

È come se fosse un libro scritto in comune”, cito il commento della mia interlocutrice e, aggiungo, come se fosse un romanzo che si autoalimenta di vicende e personaggi e che potrebbe non finire mai.

Un romanzo privo di una trama tradizionale, in cui il racconto non è lineare ma discontinuo, in cui non esiste un Narratore onnisciente che, dall’alto e dall’esterno, organizza le azioni e le vicissitudini delle donne e degli uomini che vivono nelle sue pagine.

Un romanzo, inoltre, in cui il concetto di spazio è annullato.
Si postano foto, ma non esistono descrizioni di luoghi, classicamente intese, se non qualche fugace indicazione geografica. Scorrendo la timeline, l’ambientazione generale è astratta: si passa velocemente da una casa qualunque, a un ufficio qualunque, alla sede di un giornale, a una piazza, una strada, a un non ben identificato luogo di lavoro.

Soprattutto è assente la percezione del tempo cronologico.
È vero che i tweet vengono letti in sequenza, è normale; ma si “cinguetta” in contemporanea da più parti del mondo, simultaneamente, da Roma, New York, Tokyo; siamo immersi in riflessioni disparate e temi vari, anche discordanti e opposti tra loro e, ancora, espressi in lingue diverse.

Trovo tutto questo davvero affascinante!
La struttura narrativa di Twitter è quella di un racconto che si avvicina alla dimensione del reale in modo straordinario.

Le trame delle nostre vite sono un groviglio di fatti che si intersecano, una tela che si tesse e si espande in tutte le direzioni possibili. L’insieme di queste esistenze costituisce, in fondo, il “tessuto/testo” (R. Barthes)¹ del Tweetromanzo.

È come se fosse una sorta di libro globale che taglia la sfera terrestre in ogni longitudine e latitudine possibile proiettando contemporaneamente, nella totalità dei 140 caratteri, tutti gli avvenimenti dell’umanità intera e gli individui che la compongono.
Scompare il protagonista unico attorno al quale si costruisce la storia poiché l’esistenza del mondo è la somma dei microblogging in cui ognuno di noi è, al tempo stesso, scrittore e attore e, in questo insieme, narratore, narrato e lettore. L’ideale sarebbe poter leggere tutti ed essere letti da tutti.

L’effetto efficace della mise en abyme conferisce alla narrazione la prospettiva di una trama in divenire, di un suo sviluppo in lunghezza, larghezza, profondità.

Nadège Dauvergne, Mise en abyme, pierre noire sur papier, 16 mai 2009

Nadège Dauvergne, Mise en abyme, pierre noire sur papier, 16 mai 2009

Un romanzo tridimensionale, modernissimo nell’architettura, futuristico forse.

Credo non sia azzardato applicare a Twitter le riflessioni sul global novel espresse in Stefano Calabrese Il romanzo dopo il postmoderno, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2005  di Silvia Di Pasquale:

I testi ridiventano cosmografie da cui è possibile osservare il mondo con una spiccata tendenza (definita olofiliaca ) a vedere porzioni amplissime degli spazi conoscitivi: il presente è un coacervo di realtà sconnesse ed eterogenee, apparentemente irrelate. ….
Non esistono più luoghi ma siti, ….. il romanzo globale fa parte di una realtà sopranazionale e transculturale, perde la territorialità …..

Era il sogno di Gide quando scrisse Les Faux-Monnayeurs (1925) (I Falsari); se fosse vissuto oggi, all’epoca di Twitter, vedrebbe la realizzazione di un suo progetto lasciato incompiuto.

¹ R. Barthes Le Plaisir du texte, Éd. du Seuil, Paris 1973 , Il piacere del testo, Einaudi, Torino 1975, 1989

Dott. Merlo, mi dispiace ma Twitter è un’altra cosa

             L’ universo di Twitter è per me affascinante.
La struttura stessa del microblogging si presta a varie letture anche in chiave letteraria,   come già ho proposto in un precedente post in cui l’ho associato, proprio per l’organizzazione dei suoi contenuti, alla Comédie Humaine di Balzac.
Questo articolo offre eccellenti spunti per un’analisi ulteriore nella medesima direzione, quella dell’associazione, che io personalmente vedo, tra nuove forme di comunicazione e letteratura come se Twitter fosse una sorta di New Web Novel.

Una bella storia

“Che stupida osservazione!…… Eppure è una rinomata giornalista!”
“E come si può ritwittare il link di un simile articolo?”
Scatta il desiderio di replicare: posta un commento un po’ acido seguito da una risposta quasi immediata. Ne segue una lunga discussione; i due interlocutori non mollano …. finché, probabilmente per sfinimento, il “ritwittatore” saluta promettendo il follow che diventa ovviamente reciproco.
Così inizia la bella storia di una grande amicizia, di un legame che è cresciuto sempre di più: da un inizio distaccato, prudente e un po’ guardingo a un oggi in cui ognuno raccoglie le confidenze dell’altro in una forma di comunicazione scritta più privata rispetto ai 140 caratteri di Twitter.
È l’incontro di due sensibilità, di due persone la cui identità non ha alcuna importanza.
Non è fondamentale conoscere i loro nomi, nemmeno il loro sesso perché ciò che li unisce va oltre. Nulla di trasgressivo nella loro storia, ma sentimento puro che unisce non due donne, due uomini o un uomo e una donna, ma due individui che possono essere, e sono, la proiezione di chiunque sia alla ricerca di un altro da sé con cui condividere emozioni, idee e opinioni, letture, scelte musicali, momenti di vita personale.
Ciò che si è progressivamente creato tra loro è una profonda intesa mentale, una sorta di complicità di stati d’animo.
Si capiscono anche da come impostano le frasi, riescono persino a dare un’intonazione alle parole percependone quindi, secondo i casi, gioia, malinconia, sofferenza.
Talora bastano pochi indizi per intuire i contorni di una situazione, di un momento, persino di una vita.
Che grande potere ha la parola scritta! E chi è profondamente sensibile riesce a comprenderne la sincerità e la veridicità.
Un’amicizia può reggersi solo su un carteggio? Credo di sì. Molti scrittori del passato (penso ad esempio a Flaubert) e non solo, con la loro importante e consistente attività di corrispondenza, ne sono una testimonianza.
È un’amicizia che durerà finché tra loro ci sarà energia, quella del pensiero, delle emozioni evocate e raccontate, degli episodi narrati.
Assolutamente calzante al riguardo una citazione di Alessandro Barricco tratta dal suo primo romanzo del 1991 Castelli di rabbia:
La strana intimità di quelle due rotaie. La certezza di non incontrarsi mai. L’ostinazione con cui continuano a corrersi di fianco.”