Ricettario

© Ma Bohème

Sorseggio il mio caffè in un bar del centro. Lentamente, i pensieri altrove. Distratta, guardo la pioggerella che, in questi primi giorni di settembre, sta finalmente regalando un po’ di fresco.

Due chiacchiere con Nando, da anni nel locale, ragazzo molto socievole e perspicace. Chissà quante storie potrebbe raccontare, vissute dal suo punto di osservazione privilegiato: il bancone frappone distanza e crea le condizioni per una visione oggettiva. Volti di un unico passaggio o presenze quotidiane e regolari, parole asettiche di avventori occasionali o confidenze di habitués, incontri amichevoli o discussioni eccessivamente animate. Il bar è un microcosmo, a pensarci bene, una società in miniatura.

Parliamo del più e del meno, Nando ed io, dialoghi rapidi su argomenti generici. Non mi soffermo mai troppo in un caffè, anche se spesso mi siedo al tavolino.

Entra un ragazzo. Sulla trentina, elegante, belloccio e ho l’impressione che sappia di esserlo. Voce calda ma non cortese.

«Buongiorno, un cappuccino e una brioche.»
«Cappuccino ben caldo o tiepido?»
«Ben caldo, ovvio, con questo freddino!»

Se lo scopo era di apparire simpatico, la missione è fallita. Nando rimane professionalmente imperturbabile.

«E la brioche, come la desidera?»

I cabaret vengono ispezionati in silenzio. In bella mostra, pasticcini e dolci vari protetti dal lungo parafiato.

«Allora… l’abbiamo vuota, alla crema, al cioccolato, alla marmellata, ai frutti di bosco. Ah, di solito teniamo anche quella integrale al miele, ma oggi sono rimaste queste.»
«Magari con granella alle mandorle? Peccato… Vediamo… mmm… non me ne piace nessuna…»

Sto uscendo. Riesco tuttavia a captare il resto della conversazione: la replica spiritosa di Nando di cui immagino la mimica ironica – e non avevo dubbi

«Be’, magari ha suggerimenti per la prossima volta…»

e la risposta laconica per gentil concessione

«Massì, mi dia quella vuota…»

Chiudo la porta e sorrido. Il siparietto mi ricorda una pubblicità di Carosello degli anni ’70, che forse i più giovani non conosceranno nemmeno, uno sketch con il grande Giampiero Albertini come protagonista, sostituito più tardi da Adolfo Celi. Per la mia generazione, il famoso Ma lei è incontentabile!

E ci s’illude di risolvere, o almeno affrontare, il malcontento di un intero paese quando s’incappa in chi richiede il sesto o settimo tipo di brioche? O desidera quello che proprio in quel giorno manca?

Scuoto la testa e riprendo il cammino attraversando il centro città animato.

Quanto insegna osservare e ascoltare la vita, il caos di una strada affollata, il va-e-vieni in un bar, la fila alla cassa di un supermarket, l’assembramento di donne al banchetto di un mercato rionale. Sguardi incrociati per caso, parole intercettate, espressioni fotografate con gli occhi, gesti ripresi nella loro immediatezza, brandelli di conversazioni colte al volo. Comprendo bene perché Fellini amasse restare ore seduto à la terrasse d’un café di Roma o Rimini ad ascoltare, osservare, annotare. Almeno così narrano le cronache, confermate da alcune sue dichiarazioni. E apprezzo ancora di più i versi di Apollinaire nella parte iniziale della poesia Zone in Alcools

Tu lis les prospectus les catalogues les affiches qui chantent tout haut
Voilà la poésie ce matin et pour la prose il y a les journaux

Leggi i volantini i cataloghi i manifesti che cantano a voce alta
Ecco la poesia stamani e per la prosa ci sono i giornali

L’espressione il libro della vita può apparire retorica. Spesso lo è, se il racconto non è vissuto. Sfogliate a dovere, sono invece pagine in cui trovare ricette sempre nuove, salate o dolci, piatti da gustare con calma soffermandosi su ogni sapore e profumo, individuandone le caratteristiche talora aspre, altre volte piacevoli, spessissimo purtroppo molto amare, cibo che un buon vino della casa può trasformare o esaltare. È sempre bene portarsi appresso una bottiglia selezionata, di produzione propria, da stappare all’occorrenza per intensificare il buono, smorzare l’indigesto o davvero dimenticare lo sgradevole e affogare il fetido.

 

Iniziamo da noi

La routine di carrelli in fila in un supermarket, alcuni più ricchi di altri: il cenone di Natale impone acquisti straordinari a chi può. Tre o quattro persone mi separano dalla cassa. Per ingannare l’attesa giocherello con lo smartphone. Brusio di voci concitate nei pressi del rullo, mi scosto leggermente per vedere. Una donna parla animatamente con la cassiera, il viso delizioso incorniciato da un hijab non è tuttavia contratto.
Conosco gli islamici, so la loro consuetudine a concitarsi anche in una normale conversazione. Non discutono, comunicano.
La donna non ha sufficiente denaro per pagare la spesa, chiede pertanto di togliere alcuni articoli dal suo mucchietto. Non riesco a distinguere quali, forse sono di prima necessità.
All’istante, il mio pensiero corre alla signora Teresa: episodio analogo con una diversa protagonista. La ristrettezza non ha nazionalità.
Condivido le mie riflessioni di allora che restano quelle di oggi.
Natale e la prospettiva di un Nuovo Anno, di una stagione speriamo più felice, si trovano nella concretezza di un quotidiano vissuto al meglio delle possibilità personali.
Bastano piccoli gesti, frasi pronunciate senza la volontà di imporre con violenza se stessi e la propria idea, l’umiltà di conoscere prima di esprimersi, la delicatezza del non giudicare, l’intelligenza dell’autocritica, la capacità di distinguere tra convivenza civile e politica sull’immigrazione, lo sforzo per non scadere negli -ismi di ogni genere – alterazioni linguistiche e comportamentali -, l’assunzione della responsabilità, l’abbandono del comodo e tranquillo delegare.

goccia_nell_oceanoUn augurio a me stessa e a tutti: iniziamo da noi.

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Miseria e nobiltà

Supermercato, ore 11,30.
Alla cassa davanti a me una signora anziana, circa ottant’anni anni, pulita, profumata, vestiti dismessi, vecchi ma dignitosi.
Dalla busta estrae mezzo litro di latte, un pacchetto di biscotti secchi, uno di fette biscottate, una confezione di tè, una di camomilla e un pacchettino di prosciutto cotto, tutto rigorosamente di sottomarca. La cassiera batte lo scontrino: €. 3,38. La signora apre un borsello piccolo piccolo e inizia a contare tutte le monetine. Arriva a due euro e trentacinque centesimi, mancano un euro e tre centesimi. Cerca nelle tasche. La cassiera chiede cosa deve stornare. La signora guarda i prodotti acquistati e sussurra: « I biscotti… nel latte metterò le fette biscottate.»

Non riesco a trattenermi. Deposito un euro e dieci centesimi sulla cassa e cortesemente ma con decisione: « Alla Signora non storna proprio niente.»
Mi guarda.  «Sono mortificata….che Dio la benedica….questi soldi glieli ridarò, appena mi vede mi chiami, sono Teresa… »
«Non si preoccupi Signora, non glieli regalo, glieli presto, stia tranquilla, magari la prossima volta sarà lei a doverli prestare a me… »
Piango di commozione mentre rientro a casa. Sono sicura che la rivedrò e certamente farò finta di non vederla. Voglio che pensi che non ci siamo più incontrate…

Se si volesse cercare e trovare una definizione al termine dignità, nulla di più efficace del comportamento e delle parole della signora Teresa. Nessuna pretesa alla richiesta su “cosa stornare”; piuttosto che umiliarsi a chiedere, ecco la rinuncia a qualche biscotto secco. Nessuna traccia di orgoglio tuttavia nel suo gesto o acredine nei confronti della cassiera: è talmente signorile da capire che quella ragazza sta facendo il suo lavoro.

Se esiste un alone di poesia” nella povertà, questo ne è un esempio.
La Signora Teresa potrebbe davvero essere quasi una figura letteraria, un personaggio d’invenzione, il soggetto di una lirica, assurgendo a simbolo di una condizione esistenziale precaria e difficile, ma vissuta con estremo decoro. Questo racconto sembrerebbe allora un aneddoto e sarebbe quindi irrilevante sapere se è reale e vero. Emergerebbe il legame strettissimo tra un’immagine e un’idea: un individuo povero e la sua grandezza morale, la sua miseria e la sua nobiltà.

Questa donna è un ossimoro vivente: in lei contrastano armoniosamente indigenza e ricchezza interiore, antitesi che si annulla quando pronuncia il suo nome: Teresa. Non è una persona anonima, ha un nome, un’identità; si presenta proprio per essere identificata e riconosciuta non come quella povera ma come la signora Teresa.

Un momento di vita quotidiana che mi ha fatto riflettere molto sulla necessità di pensare ai meno abbienti, a ognuno di loro, come singoli individui con le loro peculiari necessità, di non fermarsi a filosofeggiare sul concetto astratto di povertà imbevuto di discorsi belli ma retorici, a scapito talora dell’azione concreta.

Paragonata alla miseria morale “senza poesia” di mentitori professionisti, arrivisti, arricchiti ipocriti incalliti, amministratori e politici corrotti, ci si può solo inchinare di fronte a tanta dignità, al rifiuto di un’elemosina, alzare il cappello e salutare con rispetto e ammirazione.

 

Forse …

Sono giornate davvero intense queste, sia fuori sia dentro casa. Alle normali occupazioni quotidiane si sovrappongono lavori straordinari.
Capita che l’appartamento sia animato dalla presenza di elettricisti, muratori, imbianchini e di avere pochissimo tempo per sé. Scrivere diventa difficile, leggere pressoché impossibile.

E tuttavia, anche fra quattro mura, la vita offre spunti emozionanti; è sempre lì, pronta a regalare quadri esistenziali di sorprendente umanità se l’attraversiamo osservandola, ascoltandola e non ci limitiamo semplicemente a guardarla, a sentirla.

Così, succede che in un momento di pausa l’elettricista di fiducia si sieda al tavolo della cucina un po’ sotto sopra, beva un caffè insieme agli altri, aspetti che se ne vadano e, davanti alla tazzina vuota, inizi a parlare.
Una conoscenza di vecchia data basata su normali contatti di lavoro; da tempo si è passati al tu, ma non è proprio possibile definirsi amici né tantomeno confidenti. Grande stupore quindi quando nella conversazione su argomenti vari e anche banali spunta improvvisamente un “Sai che mi succede?
E lui inizia a raccontare; dell’attività che prosegue non senza fatica, ogni tanto uno stop e poi la ripresa; della famiglia e dei problemi con il figlio adolescente.
Qualche esitazione tra una frase e l’altra; non entra in dettagli, ma s’intuisce una triste storia che riguarda il suo secondogenito, una vicenda che ha scoperto per puro caso e in seguito alla quale si è “trovato costretto” (parole sue) a rivolgersi a un medico. Per sé.

Il racconto è molto breve e sintetico, sufficiente tuttavia a farmi percepire sofferenza, malessere interiore, sentire il pudore del “Sai, mia moglie non sa nulla” e cogliere la vergogna del “tengo le medicine nel magazzino del negozio”.
Io non parlo, non voglio farlo al suo posto; credo che lui desideri solo essere ascoltato nel suo ora, da qualcuno che non conosce il suo prima e non può quindi fare confronti che probabilmente lo imbarazzerebbero e aumenterebbero il suo senso di disagio.
Forse – mi dico – questo è il motivo che lo spinge a nascondere i farmaci; forse vuole schivare indagini e richieste di precisazioni, i vari “non dovresti reagire così”, “so bene cosa provi”, “se sei in questa situazione è perché …” e l’immancabile “mi dispiace”,  forse evitare di mostrarsi nudo nel suo essere diverso da prima.

Scusa lo sfogo” mi dice alzandosi. Abbozzo un sorriso e faccio solo un cenno del capo socchiudendo gli occhi.  Anche un “Figurati!” mi sembra inopportuno.
Raggiunge gli altri che lavorano nella parte opposta della casa.

È il suo ultimo giorno qui da me, ecco forse perché si è lasciato andare…
Cerco una spiegazione mentre depongo le tazzine nel lavello.
Bisogno forse di un ascolto senza pregiudizi? Forse di una presenza occasionale, neutra che lo liberasse dal peso di dover rimanere fedele all’immagine che chi lo conosce ha di lui? Forse da un fastidio simile a quello che si prova quando, presentandosi presso amici con un brufolo sul mento, si è accolti da un “Ma cos’è! Come mai? Non ne hai mai avuti..!” che rovina tutta la serata?
Paragone forse banale, forse calzante, non so – mi dico. Ma penso a quanto sia psicologicamente gravoso vivere nell’idea di dovere sempre essere uguale a se stessi, senza fragilità, senza punti deboli. Forse è la ragione di tante cadute.

Abbiamo un enorme bisogno di essere ascoltati, e già in questo qualcuno forse trova una risposta, da solo; forse riesce a giudicare e valutare, da solo, i suoi problemi in un monologo interiore pronunciato a voce alta. Forse.

Le tazzine sono ormai nella lavastoviglie. Raggiungo il gruppo che lavora di là e con un semplice “A che punto siete?” torna la normalità. Forse un po’ anche per lui. Forse.

In treno …

È un mezzo di trasporto che uso raramente e forse le impressioni che sto scrivendo mentre sono proprio sul treno potrebbero sembrare normale routine per chi ne è un abituale fruitore.
Per me invece c’è un universo strano intorno e davanti : un insieme di rumori, immagini, odori…

Immagini di varia umanità; odori di varia umanità, alcuni piacevoli altri un po’ meno, ma che “trasudano” vita comunque; rumori solo meccanici, invece, perché se isolassi lo stridore delle rotaie sui binari, attorno a me ci sarebbe il silenzio.

Osservo le persone nello scompartimento. I posti a sedere sono tutti occupati. Chi dorme, chi legge, chi armeggia con il telefonino, … io scrivo.
Non si parla. O meglio, lo fanno tra loro quelli che sono saliti insieme o che raggiungono un gruppo alle fermate; in ogni caso si tratta di conoscenza pregressa.
Noi altri ci ignoriamo. Ognuno isolato nel proprio mondo.

Una signora, qualche sedile davanti a me, abbozza un tentativo di dialogo: puntualità o meno dei treni, il tempo atmosferico, la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno che in questa prima parte di autunno comincia a farsi sentire. Argomenti banali indubbiamente, ma legati alla situazione. Risposte a monosillabi senza sollevare lo sguardo dalla propria occupazione o occhiatine dal significato “non vedi che sto facendo altro?”
Conversazione interrotta sul nascere.

Ora passa un ragazzo sordomuto. Lascia un biglietto sulla piccola mensola del finestrino, un fogliettino color rosa sbiadito su cui è sinteticamente descritta la sua condizione e sono segnalate le sue richieste: ha bisogno di un aiuto, in denaro, sottinteso, poiché non si potrebbe fare altro in questo contesto.
Quasi nessuno lo legge. Già sappiamo… conosciamo il soggetto… siamo alle solite…
Il ragazzo ricompare dopo un quarto d’ora circa; avrà percorso tutte le carrozze del treno, ripetuto lo stesso gesto e, presumo, con lo stesso esito che ha in quella in cui mi trovo io. Qualcuno di noi depone nel palmo della sua mano delle monetine quasi senza guardarlo, con un atteggiamento forse più arrogante di chi non gli dà nulla, come per dire “vattene velocemente, ora hai ottenuto quello che vuoi, non disturbare più.” Ironia della sorte, lui non può nemmeno ringraziare, fa un piccolo cenno con il capo, ritira i suoi bigliettini e mestamente si allontana.

Siamo gente strana! Grandi sermoni sulla solidarietà, poi nel concreto razzoliamo malissimo. Confesso di essermi un po’ vergognata, anche di me.

Mi distacco da questo quadro di miseria senza poesia (e non mi riferisco al sordomuto) guardando fuori dal finestrino.

Il mondo visto dall’interno di un treno in corsa è davvero incredibile. Magari chi viaggia spesso non ci fa caso.
Tutto passa velocemente lasciando, nel mio cervello, istantanee, flash discontinui che in me si trasformano in evocazioni, impressioni della realtà, sequenze che potrei ricostruire a mio piacimento in un mio film personale. Interessante procedimento psicologico, e artistico-letterario anche, perché no?

La monotonia della pianura è ogni tanto interrotta dalla silhouette di qualche capannone o azienda agricola; avvicinandoci alle stazioni, i profili delle costruzioni diventano gradatamente sempre più netti.
Gioco mentalmente un po’ immaginando delle vite al loro interno: lavoratori, animali, famiglie.
E ritorna quell’insieme di odori, immagini, rumori, ma filtrato dal vetro del finestrino: il sudore di chi lavora, il rumore delle attrezzature usate, l’odore di una stalla, una famiglia a tavola che sta pranzando…
Impressioni certamente più poetiche, queste, e scopro che da un treno la visione del mondo esterno è indubbiamente particolare.

È stata sicuramente questa l’esperienza di Verlaine quando scrisse la poesia Charleroi (Romances sans paroles , 1874), città belga nota all’epoca per le sue miniere di carbone e che ebbe per questo, durante la rivoluzione industriale, uno sviluppo straordinario

Dans l’herbe noire
Les Kobolds vont.
Le vent profond
Pleure, on veut croire.

Quoi donc se sent?
L’avoine siffle.
Un buisson gifle
L’oeil au passant.

Plutôt des bouges
Que des maisons.
Quels horizons
De forges rouges!

On sent donc quoi?
Des gares tonnent,
Les yeux s’étonnent,
Où Charleroi?

Parfums sinistres!
Qu’est-ce que c’est?
Quoi bruissait
Comme des sistres?

Sites brutaux!
Oh! Votre haleine,
Sueur humaine,
Cris des métaux!

Dans l’herbe noire
Les Kobolds vont.
Le vent profond
Pleure, on veut croire.

————————————————-

Nell’erba scura
vanno i Coboldi.
Il forte vento piange,
si direbbe.

Ma che si sente?
L’avena sibila.
Un cespuglio sferza
l’occhio al passante.

Son più tuguri
che case.
Che orizzonti
di rosse fucine!

Ma che si sente?
Stazioni rombano
gli occhi strabiliano
Charleroi dov’è?

Odori sinistri!
Che cos’è?
Che cosa strideva
come sistri?

Luoghi crudeli!
Oh! Il vostro fiato,
sudore d’uomo
urla dei metalli!

Nell’erba scura
vanno i Coboldi.
Il forte vento piange,
si direbbe

Traduzione dal francese all’italiano a cura di: Antonella Santoro

Verlaine non descrive la città di Charleroi, non può: è sul treno che passa dalla stazione, sosta appena per uscirne poco dopo.
Evoca solo le case di periferia perché vicine alla stazione (tuguri più che case); immagina le rosse fucine perché conosce l’attività della città; “sente” il rumore degli utensili metallici usati dai minatori; “annusa” l’odore della loro fatica.
Non vede tutto ciò, ma è come se lo facesse.

Poteri di un artista che ricava un‘opera d’arte sfruttando la sua genialità e le opportunità offerte da un punto di osservazione privilegiato.

finestrino treno 1

Le trappole del linguaggio

Capita a tutti di trascorrere ogni tanto parte della propria mattinata in qualche ufficio (posta, banca ecc..) e di imbattersi talora in una coda più o meno lunga.
L’attesa è sempre poco piacevole, “perdiamo tempo prezioso”, diciamo. E pensiamo di ottimizzarlo facendo qualcosa.
Io appartengo a questa categoria di persone.
O accendo l’Ipad e do una rapida occhiata ai titoli dei quotidiani e se riesco leggo anche parte di qualche articolo; o invio sms o twitto.
Spesso è anche divertente e umanamente istruttivo ascoltare le conversazioni altrui (nelle quali vengo mio malgrado coinvolta) che sono di una sconcertante banalità, dati i luoghi e la situazione. A volte può succedere di assistere a veri e propri battibecchi sul “c’ero prima io”, inconveniente che da qualche anno, almeno all’ufficio postale, è evitato grazie ai “miracolosi” ticket numerati che personalmente non finirò mai di ringraziare.
Proprio in un ufficio postale mi sono recentemente imbattuta in una lunga fila davanti a uno sportello. Ho come al solito ingannato l’attesa, ma quel giorno in modo diverso.
La mia attenzione è stata attirata da un cartello: riportava il testo di alcune normative e vi erano indicati riferimenti a leggi e decreti.
Ho iniziato a leggere le prime frasi con lo stesso interesse che dimostro quando tento di decifrare la composizione chimica di un detersivo (non capendone nulla): il linguaggio giuridico è per me ostico esattamente come quello tecnico-scientifico.
Ho comunque focalizzato il problema. Le norme riguardavano le attenzioni da usare nei confronti dei “diversamente abili”.
È scattata la molla dell’analisi testuale.
Ho riletto con maggiore concentrazione e mi sono chiesta perché il nostro linguaggio debba essere talora così elegantemente impietoso.
Da alcuni anni sono state introdotte espressioni come “non vedente”, “non udente” accanto al già citato “diversamente abile”.
Perché chiamare “non vedente” un cieco, “non udente” un sordo , “diversamente abile” un portatore di handicap?
Sono artifici linguistici che definiscono un individuo in negativo mettendone in evidenza la diversità, non la peculiarità.
Per cercare di essere più gentili, per evitare di essere troppo diretti e forse, pensiamo, offensivi nel linguaggio, siamo caduti nella trappola di una latente crudeltà.
Queste scelte linguistiche, a mio avviso discutibili, tendono a “ghettizzare” le persone, a isolarle in un “non essere” ancora più pesante della loro stessa condizione.
In un’epoca in cui lo spirito di tolleranza e di convivenza civile è diventato la bandiera di tante battaglie, sarebbe secondo me davvero opportuno riconoscere l’altro nella sua peculiarità, non nella sua diversità.
E questo anche nell’uso della parola.