Be original

 

Cara B.,
ti incontro per caso girovagando sul web ed è autentico coup de foudre… Come ben saprai, una bohémienne non è stanziale, ma curiosa, impaziente di conoscere, leggere e approfondire. Vedo te, o meglio ciò che scrivi, ed esplode stupore immediato!

Ci accomuna l’amore letterario per Rimbaud, per la stessa poesia Ma Bohème; entrambe, con toni entusiastici, accostiamo l’invito all’ebbrezza, che Baudelaire esclama nei Petits Poèmes en Prose, al “desiderio di avventura”, al “vagabondare fisico e mentale” del “poeta errante” rimbaldiano, visti da noi due come “una condizione di grazia mentale” che permette di cogliere e vivere “le emozioni e la bellezza in una dimensione sublimata.”

La sorpresa inoltre nell’apprendere che una ragazza di ventiquattro anni – ebbene sì, ho sbirciato l’about del tuo blog – concepisce “l’atto della scrittura come un peregrinare nell’esistenza”, un “cammino emozionale e razionale”! Ma è meraviglioso! Ci separa un consistente lasso di tempo – quasi quarant’anni – e ciononostante abbiamo sensibilità così affini? Talmente simili da essere identiche?

Ammetto che sono soddisfazioni per chi ha insegnato molti anni, ha speso energie, profuso impegno con ragazzi della tua età e oltre, per farli crescere nell’autonomia di pensiero, maturare nella capacità di assimilare un’idea, renderla propria per poi rielaborarla e riformularla in contenuti rinnovati se non nuovi.

Dolce B., dagli occhi sognanti e lineamenti angelici – così appari nelle pic su Facebook – hai “deciso” di “ubriacarti con Rimbaud e la sua Ma Bohème” in un “oggi” (sono parole tue) che porta la data 6 aprile 2016. Dev’essere stato un periodo importante per te, ti ritrovo infatti anche altrove , il 19 aprile dello stesso anno.

Peccato che la tua esortazione “ci inebriamo di vita e parole”, insieme alle altre riflessioni segnalate in precedenza, riposino sin dal lontano 20 novembre 2012 in un’isoletta dell’oceano di WordPress che, guarda caso, è denominata proprio Ma Bohème.

Il primo articolo di questo sito, in cui intuisco ti sia sentita a tuo agio, è appunto Perché Ma Bohème: ne giustifica nascita e percorso, offrendo una chiave di lettura di testi e autori citati assolutamente personale e originale. Puoi cercare, non la troverai in alcun manuale di Storia della Letteratura francese o saggio critico. È talmente fondamentale per comprendere il senso del viaggio che qui si propone da essere diventato una pagina consultabile in qualunque momento. Ma credo tu lo sappia bene…

I nostri due perché – costato che il titolo ti è piaciuto…- sono a disposizione di lettrici e lettori, e anche tua, per il confronto: il mio, il tuo, secondo un rigoroso ordine cronologico.

Vedi B.? Non basta aggiungere una citazione di Goethe, modificare “afferrare” in “acciuffare”, indicare il titolo Poemetti in Prosa in lingua originale o inserire un’immagine diversa per evitare la definizione di copia incolla! Il sonetto di Rimbaud in cui ti sei “ubriacata” è inoltre nella versione tradotta da me, come ho opportunamente indicato. È sufficiente sovrapporla alle traduzioni dello stesso testo che circolano in rete o sono pubblicate su libri cartacei per cogliere la differenza: un sito interamente dedicato a Rimbaud, PoesieRacconti, le poesie di Rimbaud a cura di Vignolo Gargini, Diana Grange per Mondadori, Laura Mazza per New Compton, Marziano Guglielminetti per Garzanti, Fulvio Ambrosi per Fermento, Ivos Mangoni per Feltrinelli, Gianni Nicoletti per Economici Newton, Gian Piero Bona per Einaudi. Scelta molto ampia, come vedi, e forse l’elenco non è completo.

Cara B., ritieni che mi stia lamentando o rivendichi chissà che?

Non ho il monopolio di sentimenti ed emozioni e sono convinta che le idee vadano diffuse per evitare che ammuffiscano rinchiuse in una scatola destinata invece a essere aperta da più persone grazie alla circolazione del pensiero. Posso allora considerarmi una sorgente d’ispirazione e giudicare il tuo articolo un’imitazione creativa? L’onestà intellettuale richiede quindi la citazione della fonte, si insegna banalmente anche a scuola, i tuoi prof  l’avranno ripetuto – spero – molto spesso. Vogliamo definire la situazione un prestito? Bene, ciò che si prende in prestito di solito si restituisce, il riferimento alla tua musa diventa pertanto un atto dovuto. Infine, se ti sei identificata in ciò che hai trovato qui, bastava dirlo e chiedere…

Non cito Creative Commons, anche se è qui che ti guarda, o la legge 22 aprile 1941 n. 633 riconfermata e consolidata al 6 febbraio 2016 (DLgs 15 gennaio 2016, n. 8) sul diritto d’autore che ti osserva da lontano.

Cara ingenua B., la rete non nasconde nulla e ora non sei più una fanciulla inesperta, sei laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano, collabori con ArtsLife e scrivi articoli su mostre d’arte. Sei senza dubbio una professionista… Mi auguro che i tuoi lavori abbiano seguito e, soprattutto, siano frutto di analisi personali.

Sarà mia premura inviarti questa lettera, i miei saluti, confidando nel tuo adesso-so-cosa-devo-fare.

Primula

 

 

Di app e di distrazioni…

Carissimi,
mi sono resa conto solo oggi, dopo qualche giorno dal rientro, di avere chiuso inavvertitamente i commenti a Trekking con rima baciata, scelta che ho fatto di rado e solo in occasioni davvero particolari.

Con ogni probabilità, avendo scritto il post sull’app di WP (in montagna non mi sono portata appresso il pc 😉 ) devo avere fatto qualche operazione sbagliata. Oltretutto, l’app consente di rispondere con facilità ai commenti, quando e se arrivano le notifiche 😉. E poiché da WP mi aspetto spesso pasticci, non me ne sono preoccupata più di tanto.

Sono molto dispiaciuta: considero da sempre i post di un blog non un’esibizione ma una condivisione, un momento conviviale e di relazione.

Mi scuso ancora tantissimo per il disguido, ringrazio chi è passato, ha passeggiato un po’ con me, ha sostato qualche istante davanti a casa ma è come se avesse trovato la porta chiusa.

Un grande abbraccio tutti. 🙂❤
Primula

A proposito di sbadataggine…

Bill Yates - Professor Phumble

Bill Yates – Professor Phumble

 

Boccioli di rose e parole

Maggio, mese delle rose.
Ben vero, e quest’anno pare vogliano sfidare pioggia e temperature non proprio tiepide, almeno la mattina e la sera; crescono rigogliose e forti riempiendo aiuole e giardini, rallegrando la vista dei passanti.

Ebbene, pare che da un po’ di tempo, nel mio caso, maggio sia anche il mese in cui sboccia il lavoro: fioriscono romanzi e racconti alla stessa velocità delle foglioline e boccioli di dipladenie, germogliano manoscritti variegati. Eventi piacevoli, beninteso: una rinascita delle menti.

Un risveglio tardo primaverile della cosiddetta piccola editoria? Effetto salone del libro? Non saprei. Fatto sta che sono appunto tornata da Torino con un malloppo di carte e editing da consegnare. Ne sono ovviamente felicissima poiché sto leggendo pagine davvero molto interessanti. Eppure non avete idea di quanto mi costi non poterne scrivere qui e condividere le scoperte.
Proprio come lo scorso anno, mi prendo quindi qualche settimana di pausa, ma verrò assolutamente a trovarvi nei vostri spazi. Fra una d eufonica sbagliata, virgolette scelte non secondo i desiderata dell’editore – perché gli editor si occupano anche di queste amenità -, un congiuntivo che non va, qualche aggettivo di troppo, è necessario trovare il tempo per leggervi. Un must.

“Ma perché, scusa, devi spiegare?”
“Prego?”
“Sì, proprio non capisco. Non sei mica a scuola, non devi presentare la giustificazione per le assenze. Smetti per un po’ sul blog e poi riprendi…”
È quasi una sorella per me, la guardo con affetto e un accenno di compatimento questa volta, giusto giusto un pochino. Siamo diverse, ed è un bene nell’amicizia.
“Vedi, per me questa casa significa condivisione. Chi entra qui, sosta qualche istante  e legge non è una semplice conoscenza professionale, con il tempo diventa molto di più. Da quanto non scrivi più sul tuo?”
“Boh, da un po’… Ma mi conosci, sai come sono fatta, no?… Comunque, sbrigati che dobbiamo consegnare queste pagine per domani.”
“Ok… ti voglio bene, lo sai vero?”
“Anch’io” mi urla dall’altra stanza.

Scusate la digressione; per la serie letteratura specchio del reale, questo è proprio un reality post.

Si diceva maggio mese delle rose?
Ve ne lascio qui una.

rosaQuesto splendido fiore aspettava solo di essere immortalato in una foto. È la rosa di San Leo, un magnifico borgo nell’entroterra romagnolo situato su una collina e a una trentina di chilometri dal mare.
L’ho visitato per l’ennesima volta di recente: è per me sempre l’occasione di un tuffo nella letteratura e nella Storia; ogni angolo mi ricorda Dante; la maestosa fortezza, i duchi di Urbino e Montefeltro, Cesare Borgia, la vita avventurosa di Cagliostro morto qui dopo anni trascorsi rinchiuso in una cella che il 41 bis si sogna, l’ideale repubblicano di Felice Orsini anche lui prigioniero nel forte prima di morire ghigliottinato a Parigi per avere attentato alla vita di Napoleone III.

Insomma, San Leo merita un racconto.
Prossimamente su questo schermo prima che le rose sfioriscano. Promesso.

A presto!

 

Toccata e fuga…

Eh sì, proprio un rapido passaggio per depositare un saluto e un segno che esisto ancora. 😀

Capita di dover leggere manoscritti di altri, capita di farne l’editing, capita tra le mani un lavoro editoriale, capita che questo diventi un progetto, capita che questo progetto si riveli più lungo e importante di quanto si pensasse – ma avrò modo di scriverne – e capita, nelle pause, di occuparsi finalmente di una pagina blog su Facebook, trascuratissima da tempo.

Capitano insomma attività impegnative, tuttavia molto molto piacevoli e gratificanti.

Si sovrappongono i mesi estivi, alcuni viaggetti, e così i giorni passano, con loro i mesi e questa “casa” è rimasta un po’ vuota.

Passo un attimo ad aprire le finestre e togliere le erbacce dal giardino. Tranquillizzo l’amico Ivano: non solo le ho estirpate tutte ma ho pure piantato bulbi di bucaneve. Spero di tornare a “vivere” qui prima che spuntino da una coltre bianca.

Ho latitato anche come vostra lettrice, lo so bene, e mi dispiace davvero tanto perché è l’aspetto che più amo del blog universo: conoscere, partecipare, condividere leggendo.

Vi abbraccio e lascio per il momento come cadeau un pensiero con alcune note:

i miei amici stanno al bar
e mi tengono il posto
io voglio far presto
vi voglio tutti con me
avremo tanti pensieri,
domande e risposte.

 

 

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P. S. Non vogliatemene se chiudo i commenti, ma non riuscirei a rispondervi come vorrei; inoltre non mi piace lasciare i vostri graditi pensieri soli soletti, senza risposta o, peggio ancora, in moderazione e in attesa come in una sala d’aspetto…

A presto!

Primula

L’ assenza non è un dono

Ho ricevuto uno splendido cadeau e chi me l’ha donato ha acconsentito a che le parole non scolorissero su un foglio di carta ingiallito.

Un giorno da un buco nel terreno uscì un uomo.
Benché avesse appena scavalcato i trent’anni, si portava addosso una faccia che non ne dimostrava più di venticinque, perlomeno quando aveva la barba tagliata; si trascinava dietro un sacco con dentro tutto quello che aveva al mondo.
Stava sempre da solo ma sosteneva ugualmente di essere il sovrano di un qualche sperduto reame, e in questa veste si presentava alla corte di vari re e prìncipi e duchi e arciduchi.
Lungo la via aveva acquistato dei cavallini pelle e ossa per farne regalo a quei rispettabili signori, assieme a qualcosa di quel poco che conservava nel sacco.
Sette troni visitò, e sette volte si prostrò e offrì il meglio di ciò che aveva, non per piaggeria ma solo perché il suo cuore non avrebbe sopportato di passare attraverso quei paesi senza rendere omaggio a chi li guidava.
In ogni reggia però si sentì umiliato, nonostante gli ospiti lo trattassero con ogni riguardo facendogli anche visitare i posti più suggestivi delle loro nazioni; però lui confrontò ciò che portava con ciò che gli altri già possedevano e ne fu sconfortato.
Lui aveva collanine bagnate nell’argento e gli altri sfarzose collane d’oro traboccanti di pietre preziose; lui aveva uno specchio incrinato e gli altri altissimi specchi a muro talmente lustri che guardandocisi attraverso si riusciva a veder dentro di sé; lui aveva pochi cavallini magri e gli altri scuderie affollate di splendidi e possenti purosangue; lui aveva un libriccino di proverbi piegato e umido e gli altri biblioteche talmente ampie che non bastava un giorno a percorrerle per intero.
Ma più umiliante ancora era la bontà d’animo di tutti loro, nessuno di loro ostentò le proprie ricchezze e nessuno di loro si sdegnò della pochezza dei doni che l’uomo portava con sé; così l’uomo dovette costatare che nemmeno il suo cuore era all’altezza di quelle nobili figure e, una sera in cui il vento aveva preso a mormorare una cantilena che gli pareva di riconoscere, decise di tornare sui suoi passi.

Bellissima fiaba, dall’atmosfera suggestiva, quasi medievale e feudale, e dal profondo significato esistenziale: la parabola di una vita, il peregrinare di un giovane giullare alla ricerca della sua collocazione nel mondo.

Si sente inadatto ai regni che visita; troppo evidente ai suoi occhi la differenza tra il suo sacco, le sue cose e lo sfavillio dei luoghi in cui è accolto; trova inadeguato persino il suo cuore.
Reagisce? No, rinuncia e rientra nella tana da cui è uscito. Sceglie il silenzio e l’oblio. Meglio sparire che elemosinare gentilezza e cordialità; preferisce l’isolamento nel suo sperduto reame in nome di un personale concetto di dignità.

Ma forse, durante il suo vagabondare, non raccoglie e non mette nel sacco il messaggio positivo che il mondo gli invia: troppo forte il richiamo di un’egocentrica cantilena.
Perché il nostro giovane uomo, dall’apparenza dimessa e modesta, è in fondo un eroe orgoglioso, personaggio di un’epopea cavalleresca pronto al sacrificio di sé e ostile al baratto.

Nell’universo delle relazioni interpersonali, quelle vere e autentiche, reali o virtuali (fa differenza?…) non esistono monarchi né sudditi, ma persone; non castelli né corti, ma case. Tutti sono ugualmente sparsi per le strade del mondo, Worldland o Blogland che sia.
Ha importanza se si percorrono autostrade o sentieri tra i campi? se si sceglie la velocità che fa intravedere o la lentezza che permette di osservare? Si arriva comunque alla meta …

Tutti suonano una tastiera: ha importanza se è un pianoforte a coda, una fisarmonica o una spinetta usata? Esce comunque armonia …

Ognuno ha il proprio sacco di esperienze, il proprio carico di sensibilità e potenzialità; ogni casa ha il proprio peculiare arredo.
Non esiste gerarchia, non un meglio o un peggio, solo una varietà di ‘sacchi’ contenenti talenti di vario peso e diverse grandezze, bagagli unici e irripetibili, non preconfezionati ma fatti ‘su misura’.
Non conta ciò che si ha, ma ciò che si fa con quel che si è.

E, tornando al nostro eroe, se fosse il suo passaggio, quasi da giovane menestrello trovatore, a dare splendore ai regni che visita? a risvegliare la bontà d’animo dei suoi ospiti e il loro sentimento d’accoglienza? a illuminare le loro dimore?

Invece, davanti a un grande specchio a muro che riflette il suo io interiore, arretra, gira le spalle e se ne va. Vedere la sua ricchezza, ossia ciò che è, lo spaventa forse?

In questi giorni, nel mio vagabondare mi sono imbattuta in uno di quei cartelli che ci si piazzano davanti agli incroci della metropoli Webcity, ma capita anche nel sobborgo di Blogland, e che propinano sentenze e verità assolute

Oscar Wilde

M’inchino al genio di Oscar Wilde, ma mi permetto di dissentire in questo caso.
L’assenza non è un regalo; lo è semmai il Tempo, e non la quantità di giorni o di ore, bensì l’intensità anche di pochi minuti dedicati all’ascolto delle parole altrui e all’elargizione delle nostre.
Nel sacco, in mezzo a tutto ciò che abbiamo, c’è questo dono, il più prezioso che possa esistere.
Un vero peccato seppellirlo.